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Diario di viaggio di un medico a Kabul
Inserito il 30 novembre 2004 alle 15:04:49 da admin. Stampa Articolo | Stampa Articolo in pdf
Gli orfanotrofi, orrore di Kabul
All'arrivo a Kabul mi aspetta Chiara Giacco, volontaria del Gvc, una organizzazione non governativa italiana operativa in Afghanistan. Mi avverte subito di non toccarla nemmeno per salutarla, per evitare problemi con la polizia locale. Dobbiamo fare in fretta, perché l'ambulatorio gestito dal Cimic (l'organismo militare italiano per la cooperazione civile - militare) sta aspettando il Pentostam, farmaco per la cura della leshmaniosi che qui affligge migliaia di persone. Infatti, all'arrivo alla clinica Hope, una calca di bambini con il viso deturpato dalla malattia e madri coperte interamente dal burka ci stanno aspettando.
Assieme al tenente Ferraresi e al capitano Mazzarolo, responsabili del Cimic, cominciamo subito la distribuzione e, vista la quantità di pazienti, mi metto anch'io i guanti e prendo le siringhe d'insulina per iniettare la medicina in prossimità delle lesioni ulcerate. Passano le ore ma i bambini crescono di numero. Arrivano con camion, moto sgangherate, carretti e muli, accompagnati da qualche parente. Mentre continuo il mio lavoro parlo con Abdul, un dottore afghano che collabora nella clinica, che mi spiega che sono le mosche del deserto, simili a zanzare, a pungere il viso dei bambini inoculando il parassita della leishmaniosi.

I topi in corsia
La prima notte è passata in un baleno. Alle 6.30 di mattina, portiamo il materiale sanitario all'ospedale pubblico, che tutti chiamano Kartasè ma che ufficialmente porta il nome di Ali Abad Hospital. All'arrivo un personaggio dalle sembianze umili, con in tasca uno stetoscopio, ci aspetta: è il direttore. Ci accoglie in una stanza fatiscente di 30 metri quadri che funge da pronto soccorso: finalmente posso consegnare tutto il materiale sanitario che da giorni porto con me (aghi di sutura, siringhe, garze, guanti, cateteri, set per prelievi). Ma l'orrore mi colpisce quando il direttore mi propone d'accompagnarlo nei reparti: brande di legno e paglia, stracci sporchi di feci e urina, topi che squittendo scappano via mentre passo, un insopportabile odore. I pazienti abbandonati per terra o in letti semidistrutti, alcuni nei cortili, altri nelle tende, altri in strutture di fango e paglia. Non vedo materassi, mancano servizi igienici o di semplice pulizia ed è completamente assente l'assistenza infermieristica. Gli scarafaggi sono dappertutto e miriadi di mosche depositano le loro larve sulle ferite di pazienti incoscienti.
Il direttore, stanza dopo stanza, mi parla della difficoltà di disinfettare gli strumenti, dell'impossibilità di intraprendere una terapia antibiotica adeguata, di usare l'anestetico. Alcuni mostrano le ferite provocate dai morsi dei topi o dalle punture degli scorpioni, mi rendo conto di come a Kabul sia impossibile eseguire esami radiografici adeguati, analisi del sangue, delle urine e delle feci o dializzare i pazienti con insufficienza renale, costretti a morire o a trasferirsi in Pakistan.

In sala mensa
Mi aspettano i bambini dell'orfanotrofio Allahuddin, che con i soldi dei nostri donatori abbiamo restaurato, grazie al lavoro della Gvc e del Cimic che si sono occupati d'ingaggiare personale afghano. I nostri intenti, infatti, sono sia d'aiutare la popolazione che stimolare un'economia in loco. All'arrivo scorgo una testa che spicca autoritaria dalla folla di bambini: è il direttore, che m'aspetta per ringraziarmi dell'aiuto avuto dalla Spes. Le cucine sono finalmente funzionanti, i bimbi possono usufruire di una sala mensa con tavoli e sedie, le aule e le camere sono restaurate a nuovo, con banchi e suppellettili degni di una scuola occidentale. Orgoglioso cammino per l'edificio seguito dalla squadra di calcio dell'orfanotrofio, alla quale gli infermieri del mio ospedale hanno donato le divise. La sera, al lume di candela (la corrente elettrica è presente una o due ore al giorno), mangio pane azzimo, riso e fagioli mentre mi spiegano come il regime integralista, che aveva vietato per anni l'istruzione e la comunicazione, ha causato la più alta mortalità materna al parto di tutto il mondo.

L'oratorio delle ong
Con una macchina della Gvc arriviamo all'Asciana Center, una specie di grande oratorio gestito da ong locali, dove ai bambini di strada s'insegna una professione o un interesse più produttivo dell'elemosina. La prima cosa che spicca è l'insegna dipinta sul legno, che vieta di fumare e di sparare con armi automatiche nelle aule… I bambini sono in pessime condizioni igieniche, molti senza scarpe e con vestiti stracciati, sporchi, trasandati, intimoriti dalla mia macchina fotografica ma molto concentrati sui loro lavori. Nel pomeriggio mi chiama il responsabile di tutti gli orfanotrofi della zona e mi racconta di quello di Parwan, dove i bambini dormono su assi di legno prive di materassi. Appena usciti, Simona, grazie alle sue amicizie, riesce ad acquistare un centinaio di materassi (un miracolo qui a Kabul).

L'inferno di Parwan
Il giorno dopo, alle 5 di mattina, saliamo con i materassi sul camion, che viaggia per il peso a velocità ridotta, e arriviamo al villaggio di Parwan. È necessario chiedere il permesso al capo villaggio per entrare. Così, dopo essere scesi dai mezzi, c'incamminiamo verso la sua abitazione, senza armi e con la sola protezione del giubbotto antiproiettile. Lì ci attende con il consiglio degli anziani. L'atmosfera è gelida, quasi inquisitoria ma, dopo esserci presentati come italiani che vogliono aiutare i bimbi dell'orfanotrofio, cominciano a comparire alcuni abbozzi di sorriso. Entriamo: la situazione è agghiacciante. Brande fatiscenti di ferro arrugginito e legno, posizionate a castello, rette da corde e mattoni in un equilibrio precario. Un vento polveroso soffia forte, alle finestre c'è solo nylon stracciato, proprio qui, dove d'inverno si raggiungono anche i 30 gradi sotto zero. L'unico bagno è un buco all'aperto. La fonte d'acqua è un ruscello che arriva dalle montagne. Non è descrivibile la gioia dei bambini quando, arrivato il camion, diciamo di prendere a turno il loro materasso…
Il mio soggiorno a Kabul sta per finire, ma devo visitare l'orfanotrofio di TaeMaskan, situato nella periferia ovest. Anche qui la situazione non è rosea: la cucina sembra un antro infernale. Con fuochi e pentoloni dappertutto, in un mare di carbone e fuliggine. La sala mensa è immersa in cumuli di polvere di carbone e muffa, con tavolate in legno marcio e tarlato che toglierebbero fame a chiunque. Prendo nota. Ma mi chiedo quale miracolo potrà porre argine a questo disastro.
Massimiliano Fanni Canelles
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