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I sabotatori tagliano luce e acqua e poi danno la colpa agli americani
Inserito il 13 gennaio 2005 alle 15:08:00 da admin. Stampa Articolo | Stampa Articolo in pdf
sabotaggi e propaganda
Gli americani sono come Saddam non c’è nessuna differenza! Speravamo di essere liberati dalle sofferenze ed invece i nostri dolori sono peggio di prima! Speriamo che i nostri ribelli mandino via gi americani! All’entrata a Bagdad i nostri occhi o meglio le nostre orecchie sono allibite. Tutta la popolazione di Bagdad con la quale intavoliamo un discorso ci esprime il loro disappunto verso gli americani che solo per cortesia nei nostri confronti (loro alleati) non era espresso come odio. Non capiamo cosa sta succedendo, siamo partiti per portare medicinali, strumenti e dollari all’ospedale pediatrico Al Mansour di Badad grazie ai fondi del Giornale e dell’Unità pensando di trovare un popolo libero pronto a rigenerare il proprio paese ed invece troviamo malcontento e incitamenti alla ribellione verso i “conquistatori americani”. Il clima è insopportabile un vento caldo superiore ai 40 gradi entra nelle nostre orecchie, secca le labbra e brucia gli occhi, ma finalmente arriviamo al nostro alloggio, precedentemente affittato, e capiamo cosa sta succedendo. In casa non c’è corrente elettrica (non possiamo accendere la luce e i condizionatori), non c’è gas, ma soprattutto non c’è acqua ne per bere ne per lavarsi. Chiediamo spiegazioni ai nostri vicini di casa che ci rispondono: da giorni Bagdad è sotto un caldo torrido ed afoso (atipico per questa città) e gli americani hanno tolto l’acqua e la corrente alla popolazione per punirci di non essere disciplinati. Ed aggiungono: solo chi ha soldi può permettersi un generatore di corrente e acqua minerale per bere. Eravamo allibiti che gli Stati Uniti potessero portare torture simili ad una popolazione innocente già martoriata da guerre e sofferenze. Cerchiamo di adattarci alla meno peggio, riusciamo anche a comprare da amici dei vicini un piccolissimo generatore per caricare le pile del satellitare e del computer ed andiamo a letto subito prima del coprifuoco. Nei nostri ultimi discorsi è evidente il proponimento di chiedere spiegazioni alle autorità e ai dirigenti dell’ospedale, quando cominciano numerosi scambi di arma da fuoco fra truppe americane e milizie irregolari che si protraggono per lungo tempo. Durante questo inquietante sottofondo i nostri pensieri vagano sulle possibili spiegazioni di tutto quello ai quali eravamo stati testimoni ma il dubbio che si tenti con la forza di sopprimere una popolazione senza controllo attanaglia anche a noi. Il giorno dopo, di mattina presto, non senza difficoltà, arriviamo all’ospedale e con orrore riscontriamo che anche qui la corrente elettrica è mantenuta grazie ad un generatore e che non c’è acqua corrente ne per i servizi principali ne per i pazienti. A questo punto chiediamo ai medici del reparto di ematologia pediatrica come possono gestire questa situazione e da cosa dipenda tutto questo. Con un po’ di timidezza, quasi avessero paura di quello che stavano per dirci ci rispondono che la situazione è critica ma che la colpa non è degli americani, che anzi fanno il possibile per portarci acqua ed energia elettrica quando possibile. E poi aggiungono: “sono state le milizie filo-Saddam che hanno fatto esplodere le condutture che portano carburante alla centrale elettrica e Bagdad è rimasta senza energia”. A questo punto cominciamo a capire cosa sta realmente succedendo ed il nostro taxista (un ingegnere elettronico che utilizza questo lavoro per vivere) ci completa il quadro della situazione: ci racconta del tentativo sistematico di condizionare la popolazione alla ribellione con racconti popolari infondati ma soprattutto con operazioni di disturbo e sabotaggio delle strutture indispensabili alla vita per darne la colpa agli americani. Ed è proprio quello che in questi giorni è successo togliendo il combustibile alla centrale elettrica che non ha potuto più fornire energia per alimentare la popolazione ma che soprattutto non ha alimentato più le pompe dell’acqua indispensabili per le forniture in una città completamente pianeggiante come Bagdad.

Non trovo le parole adatte a rispondere a queste testimonianze, rimango zitto fino a quando mi metto d’accordo con il mio taxista per i trasferimenti della giornata successiva, scendo dalla macchina per avvicinarmi al mio appartamento, cammino con gli occhi persi nel vuoto, pensando alle sofferenze del popolo irakeno ai vecchi e bambini senza acqua in un caldo torrido e a Saja Naim, una stupenda bambina dagli occhi neri, che sta morendo all’Ospedale Al Mansour per una leucemia acuta e che forse la burocrazia non mi darà il tempo per organizzare il suo trasferimento al reparto trapianti ematologici del dott. Andolina dell’Ospedale Infantile Burlo Garofolo di Trieste.
Massimiliano Fanni Canelles
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