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A PROPOSITO…
Inserito il 21 marzo 2023 da admin. - professione - segnala a: facebook  Stampa la Pillola  Stampa la Pillola in pdf  Informa un amico  

L' Italia e' una nazione composta in realta' da tanti popoli diversi. Ma non c'e' nulla da preoccuparsi, solo bisogna imparare a capirsi... E per un medico e' fondamentale!
Dai racconti di Collerotto
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“Sache’ – mi fece una volta Salvatore, il siciliano – io a voi romani non vi capisco proprio!”

Un’ uscita cosi’ mi costrinse ad alzare gli occhi dal romanzo che stavo leggendo. Salvatore si era seduto al mio tavolinetto senza essere invitato, ma era uno dei pochi a cui veniva permesso. D’ altra parte ero stato il suo testimone di nozze, e la sua storia veniva ancora raccontata, in borgata…

“ Noi romani? A Salvato’, ma de che stai a parla’? – volsi lo sguardo in giro: oltre a lui, palesemente siciliano con tanto di coppola, il bar era affollato di gente con gli accenti e i modi piu’ strani, di solito del sud – Ma se pe’ trova’ un romano verace qui ce vole er cane poliziotto!”.

Sollevo’ di un millimetro l’ angolo destro della bocca, accompagnato da un incresparsi del viso, sopra, e un socchiudersi dell’ occhio, il tutto, nel suo linguaggio, equivalente ad una tranquilla risata. Aveva fatto progressi!

“Sache’, non fare lo scemo con me! Lo sai benissimo che oramai qui si sono tutti romanizzati: c’e’ chi parla in roman-napoletano o in roman-abruzzese; senza contare il sardo-romanesco, con le consonanti raddoppiate; io stesso mi scopro ogni tanto a parlare in roman-siciliano, quasi non mi riconosco piu’! – sollevo’ il labbro di altri due millimetri. Incredibile! – Solo che non basta capire la lingua, non ho ancora imparato ad interpretare queste persone, così diverse. E col mio lavoro sarebbe importante!”.

Salvatore era un medico, condivideva lo studio di Casimiri, il nume-guaritore della borgata. Quando era stato necessario sparire dalla circolazione per problemi nella natìa Sicilia, si era mantenuto a Roma facendo il pasticcere al Centro ed era diventato cosi’ bravo che per un bel po’ la gente aveva continuato ad andare da lui in studio per ordinare dei dolci anziche’ per motivi di salute.

“Vedi, Sache’, quando la gente viene da me in studio spesso mi rendo conto che non mi dice tutta la verita’! Forse si vergognano, forse non si fidano, ma mi capita ogni tanto di venire a sapere per vie traverse che i motivi per consultarmi erano altri, e che loro non me li avevano detti”.

Ero perplesso: non riuscivo a capire bene
“ Non e’ che li tratti troppo bruscamente, Salvato’? O che ti mostri troppo chiuso in te stesso?”.

“Macche’! Anche io avevo pensato qualcosa di simile, ma ti assicuro che ce la metto proprio tutta ad essere gentile”.

Pensai che forse un sorriso un po’ piu’ aperto sarebbe stato utile, ma ormai a Collerotto eravamo tutti “vaccinati” verso queste piccolezze…

In quel momento entro’ nel Bar anche Casimiri. Era raro trovare i due medici della borgata insieme, dato che generalmente si alternavano in studio. Fu sufficiente un cenno e venne a sedersi con un sospiro nella sedia rimasta libera. Feci un cenno d’intesa a Salvatore, lui esito’ un attimo, poi annui’: avevo il permesso di parlare a Casimiri del suo problema.
Ne facemmo un rapido riassunto; Casimiri pose delle domande e chiese a Salvatore come si svolgessero i colloqui in studio. Chiese a Salvatore come si rivolgesse ai pazienti: “Gli dai del tu? Sei brusco?” Diniego di Salvatore “Metti loro fretta? Guardi l’ orologio?”.

Ancora diniego di Salvatore. Anzi, spiego’ aveva messo un orologio a muro alle spalle dei pazienti in modo da poterlo sbirciare senza farsi capire, li lasciava parlare tutto il tempo, a costo di prolungare l’ orario, e alla fine del colloquio addirittura sui alzava per accompagnarli alla porta.
Fu a questo punto che il volto di Casimiri sembro’ illuminarsi: “Fammi capire, li accompagni fino alla porta? La apri? E poi? Torni indietro o resti sulla porta finche’ sono usciti?”.
“Resto li’, non mi sembra riguardoso tornarmene alla scrivania finche’ loro sono li’…”.

Ci stupimmo, vedendo Casimiri che scoppiava in una rumorosa risata. Lo guardavamo perplessi, tutti e due, Alla fine, forse stufo di guardare i punti interrogativi sulle nostre facce, ci spiego’:
“Vedi, Salvato’, non e’ colpa tua, hai solo esagerato nel tuo voler essere gentile! Vedi, tu i pazienti alla porta NON li devi accompagnare!”.

Noi eravamo ancora piu’ perplessi.

“Vedi, tu in questo modo li privi di un pezzo fondamentale della comunicazione medico-paziente – fece una breve pausa – li privi dell’ APPROPOSITO!”.

“Approposito? - Feci io, che cominciavo a capire – vuoi dire la bomba a orologeria, quella a scoppio ritardato che le persone tengono di scorta? Quella che il Tenente Colombo tira fuori alla fine degli interrogatori?”

“E gia’! - e rivolgendosi a Salvatore – vedi, se uno ha un problema delicato da discutere e se si sente imbarazzato a farlo, non riuscira’ mai a rivolgersi apertamente a un medico che conosce ancora poco.
Per cui viene, perde tempo in chiacchiere, chiede una ricetta di nessuna importanza, magari si misura la pressione poi, mentre sta per uscire, si ferma alla porta, si volta indietro verso il medico ed emette il famoso, terribile, temutissimo ‘A proposito…’.

“Temutissimo??”.

“Sì, temuto perche’ qui c’e’ il vero motivo della visita, e certe volte e’ solo una sciocchezza, altre volte e’ qualcosa di davvero importante; in ogni modo, ora, il medico capisce con terrore che la visita si raddoppia!
A questo punto infatti il paziente torna indietro, si risiede e, rotto l’ argine, lascia andar fuori tutto cio’ che teneva dentro…
Tu, accompagnandoli fino all’ uscita, oltretutto con la tua aria un po’… severa, ostacoli questo procedimento e impedisci loro di parlare a fondo. Certo, dovrai imparare a gestirlo, se no con l’ approposito le visite durano il doppio; pero’ vedrai la differenza, con i pazienti! Fai così: cerca di essere un po’ meno siciliano e un po’ piu’ borgataro, in fondo ormai questa e’ la tua casa”.

Salvatore lo guardava a occhi sgranati. “Vuoi dire che il mio problema e’ di non aver ancora imparato la comunicazione locale? Dipende tutto da questo? Dalla troppa gentilezza e dalla mancanza dell’ ‘approposito’? – poi con sollievo – Allora la gente non ce l’ ha con me!”

Casimiri si fermo’ a chiacchierare e a spiegare meglio, perche’ c’erano altre sottigliezze da illustrare, soprattutto per l’ atteggiamento corporeo, in quanto la rigidezza innata di Salvatore poteva creare un distacco. In complesso, spiegava, era importante far sentire ai pazienti che il loro medico, con empatia, si prendeva cura di loro.

Bruno, che senza conoscere l’ argomento aveva capito l’ importanza del colloquio, porto’ tre caffe’ della sua migliore miscela poi, ormai sera, ci salutammo.

Salvatore se ne ando’ con aria assorta. Si era tolto la coppola e gia’ sembrava meno siciliano e piu’ roman-siciliano. Era in gamba, e aveva capito.

Qualche giorno dopo ci rendemmo conto che non si vedeva piu’ al bar; la Sora Cesira ci spiego’ che era troppo oberato dal lavoro.
Da un po’ di tempo si formava la fila davanti all’ ambulatorio, e tutti volevano parlare con Salvatore!

Daniele Zamperini - 2022
Dai racconti del Bar dello Zozzo

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