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Approccio clinico al malato
Inserito il 14 gennaio 2006 alle 19:48:00 da G. Ressa. | stampa in pdf | Commenta questo capitolo | Consulta il tutorial pdf su come navigare il manuale al meglio
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Ressa:
Sembrerà strano o addirittura anacronistico parlare di questo argomento nel millennio “tecnologico” per definizione.
Anche la medicina è stata travolta dall’uso dei nuovi mezzi strumentali, forniti dal progresso, ma purtroppo, spesso, più che travolta è stata stravolta.

Rossi:
E’ un tormentone che ci hai propinato da anni, in INTERNET, suscitando molte antipatie!

Ressa:
Lo ammetto, ma non posso far finta che una medicina, diventata spesso acefala, mi debba piacere in nome di un “progresso” giudicato, acriticamente, sempre in maniera positiva.
Le “armi” diagnostiche fornite dalla tecnologia non sono intelligenti e non fanno le diagnosi, a questo compito è preposto il cervello del medico il quale, però, troppo spesso se ne dimentica chiedendo esami a pioggia, ognuno dei quali può portare delle risultanze che non c’entrano nulla con la diagnosi giusta, complicando la vita al malcapitato paziente e sprecando risorse economiche.
Ai nostri giorni, troppo di frequente, il malato si sente dire la frase “Faccia quest’esame e poi vediamo cosa ha”, in questo modo il medico moderno dimostra di essere scappato dalla cabina di comando e di aver sostanzialmente abdicato al suo ruolo.
Così facendo, infatti, assomiglia a un soldato, fornito di equipaggiamento di prim’ordine, che però ha gli occhi bendati e spara a casaccio, prima o poi centra il bersaglio, ma casualmente, mentre il buon diagnosta prende la mira e colpisce il segno al primo colpo; le altre cartucce gli rimangono nel caricatore per le successive diagnosi.
Non ho nessuna stima di cartelle zeppe di accertamenti, i quali nel dettaglio appaiono spesso ridondanti o addirittura inutili, come pure di colleghi che te li sciorinano con sussiego, quasi che più cose hai fatto fare, tanto più sei bravo come medico.
Io penso esattamente il contrario; non sto dicendo che non cado anch’io in tentazione, ma non lo considero un “comportamento virtuoso” per cui, quando agisco in questo modo, me ne vergogno.
 
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