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L'uovo (marcio di colombo per produrre farmaci con pochi spiccioli
Inserito il 23 dicembre 2007 alle 21:05:00 da admin. IT - scienze_varie ascolta il file audio in formato mp3 file mp3 di 3200 kb
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La farmaceutica etica consentirebbe di produrre farmaci a bassissimo costo modificando quelli esistenti testandoli e producendoli in India per rompere il monopolio delle grandi multinazionali farmaceutiche, consentendo anche ai paesi più poveri l'acquisto di medicine che poi sarebbero proposte anche in Europa.

La "farmaceutica etica" viene proposta da Sunil Shaunak, professore di malattie infettive all'Imperial College di Londra, e dal dottor Steve Brocchini, della London School of Pharmacy. L'idea è quella di modificare, anche minimamente, la struttura molecolare dei farmaci protetti da brevetto, creandone formalmente di nuovi. Il primo farmaco contro l'epatite C, ancora in via di sperimentazione, è stato realizzato grazie al sostegno del governo indiano. In caso di successo dei tests "registrativi" un'azienda indiana di biotecnologie (Shantha in Hyderabad) avrebbe già garantito la sua disponibilità alla commercializzazione. Nel caso dell'interferone la variazione proposta è l'aggiunta di uno zucchero che migliorerebbe persino la stabilità del farmaco nei climi caldi. Lo sviluppo di un farmaco secondo Shaunak costa in media poco meno di 600 milioni di euro, una cifra giustificata anche dalla necessità delle aziende di realizzare profitti da redistribuire agli azionisti. "L'industria farmaceutica ci ha convinto che dobbiamo spendere milioni e milioni di sterline per inventare nuove medicine, ha dichiarato Shaunak, Noi ne realizzeremo di nuove, spendendo pochi milioni. Non sono un inventore di medicine, ma un consumatore finale. Perché dovremmo dipendere così tanto dalle aziende quando la forza intellettuale è nelle nostre università?''. Il brevetto del primo farmaco verrà registrato dall'Imperial College che ha già assoldato i migliori avvocati per difendersi dalla probabile controffensiva legale delle multinazionali. Se il farmaco supererà i test di "idoneità", e sarà stato registrato in India, potrebbe poi essere commercializzato anche in Europa consentendo ingenti risparmi agli stati dell'unione. Le prossime tappe sono un farmaco per il Kala hazar, la leishmaniosi viscerale. Il Gilead, un derivato dell'anfotericina C, è molto efficace, ma costa 800 dollari. La modifica proposta in tal caso sarebbe di includere l'anfotericina B in un liposoma, riducendone la tossicità. Esiste una sorta di alleanza e di finanziamento con Drugs for Neglected Diseases Initiative (DNDi), un'organizzazione non a scopo di lucro correlata a Médecins sans Frontières.

Fonte: The Guardian 2 Gennaio 2007

Commento di Luca Puccetti

Ma che bravi questi due paladini dell'umanità, sembra la scoperta dell'America dietro l'uovo di Colombo. Vediamo un poco di seguire questo mirabolante ragionamento. I due britannici dicono: la ricerca di base viene fatta nelle università, con soldi spesso (ma non sempre) pubblici e le multinazionali possono brevettare farmaci sfruttando queste conoscenze di base per fabbricare e vendere prodotti a prezzi carissimi che rimpinguono i grassi azionisti dei paesi ricchi a danno della povera gente del sud del mondo. Come non dargli ragione ? Ma certo! sembrerebbe davvero una gran buona idea! Purtroppo da una buona idea di laboratorio ad un famaco testato e controllato con metodi appropriati e con le necessarie garanzie passa quanto dalla terra alla luna ed il viaggio qualcuno lo deve pagare. Se poi la meta non è quella giusta chi paga e chi risarcisce chi ne va di mezzo?
Poi si scopre che anche i due "scienziati" ci devono aver ripensato, il brevetto lo vogliono anche loro e vogliono tenerselo ben stretto, adducendo una ben poco convincente motivazione: impedire che dei cattivoni se ne impossessino.
La logica che seguono questi signori è la stessa di quella che vorrebbero combattere. Se qualcuno rischia (soldi e pelle) per dimostrare che un certo farmaco vale vuole tenersi il brevetto. Ciò che cambia è solo la dimensione economica, il contesto economico sociale del teatro dell'azione.
Se questi "scienziati" produrranno medicine realmente innovative nulla quaestio. Se invece faranno i maquillages sarà dura, durissima. Ma cosa accadrebbe nel lungo periodo se questa "farmaceutica etica" si affermasse? Cosa avverrebbe quando non bastassero più gli "aggiustamenti" e bisognasse rischiare su qualcosa di realmente innovativo ? Dove verrebbero le risorse? Non certo dal capitale di rischio, dato che lor signori vorrebbero togliere i ritorni economici a chi ha rischiato in proprio, magari scommettendo sul pagamento delle future pensioni degli europei o degli americani. Di fatto questi signori vogliono tornare alla logica della collettivizzazione dei mezzi di produzione, qualcosa che la storia ha ormai sepolto come sistema che produce miseria e morte. Mica siamo tanto lontani dalla logica dell'Alfasud e dell'industria di Stato e sappiamo tutti come è andata a finire. Siamo sicuri poi che gli europei saranno proprio soddisfatti dei trials registrativi fatti in India? Siamo sicuri che i cittadini indiani che pagano le tasse vorranno pagare i danni di un caso Rofecoxib? I farmaci modificati dovrebbero produrre dati di efficacia e tollerabilità mediante studi altrettanto rigorosi (almeno in Europa ed USA) quali quelli che sono stati fatti con i farmaci di riferimento. Come sarà possibile pagare questi trials con pochi spiccioli ? E che dire del disfacimento totale del know how, della diaspora del personale tecnico e dei ricercatori dell'attuale sistema farmaceutico mondiale che, privato della remuneratività, vedrebbe i finanziatori sparire come neve al sole e chiuderebbe i battenti? Quanto costerebbe tutto ciò alla società ed alle generazioni future in termini di mancato progresso?
Ovviamente le multinazionali hanno le loro colpe, da anni stanno cercando di aggirare la scadenza dei brevetti con farmaci mee-too lievemente modificati. Ma anche i governi e le agenzie regolatorie hanno gravi colpe per aver accettato di pagare per questi maquillages. Il ricatto delle fabbriche chiuse e dei licenziamenti non può essere accettato in un sistema realmente competitivo. I governi hanno colpe gravissime avendo spesso sposato la logica dei farmaci genericabili solo per scopi di mero risparmio. E' come se si navigasse a vista, senza preoccuparsi del futuro: chi vivrà vedrà, adesso pensiamo a noi che poi chi ci sarà si arrangerà. I farmaci generici infatti non portano ad alcuna innovazione e, al contrario della vulgata, sottraggono risorse a chi investe in innovazione. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: da anni non esce più un farmaco realmente innovativo per le patologie di massa. Si propongono solo ottimizzazioni, più o meno utili, dell'esistente mediante l'introduzione di devices che ottimizzano i farmaci vecchi già disponibili. La soluzione è in una politica di allungamento dei brevetti (40 anni ad esempio) unita ad una ferrea limitazione dei prezzi per le molecole mee too e ad un decalage progressivo del prezzo dei farmaci di riferimento in base ai volumi venduti. In tal modo si scoraggerebbero i mee too, che verrebbero rimborsati allo stesso prezzo del farmaco di riferimento (variabile in base al ciclo di vita ed ai volumi venduti) e si potrebbe giustificare un iniziale prezzo di rimborso relativamente più contenuto anche per i farmaci realmente innovativi che verrebbero venduti in esclusiva per lungo temp. In modo i profitti, sia pur in misura progressivamente ridotta, andrebbero solo a chi ha profuso impegno e soldi per la scoperta e per lo sviluppo del farmaco e non già anche a chi si limita a copiarlo e confezionarlo.
In questo modo le aziende "serie" potrebbero avere le risorse e gli incentivi per innovare. Per i paesi che non possono permettersi i farmaci costosi la soluzione può essere trovata in un fondo di compensazione internazionale e in prezzi "di costo bulk", ma solo per quei paesi che realmente non hanno le risorse necessarie. Le Università la cui ricerca di base avesse contribuito significativamente allo sviluppo del farmaco innovativo dovrebbero ricevere una parte della royalties.
Le politiche dei prezzi devono tornare ad essere gestite a livello politico e non devono essere lasciate agli Organi Regolatori Tecnici che non sono stati investiti dai cittadini della responsabilità di fare scelte strategiche non solo per l'oggi, ma per il domani del paese. Lo slogan è tanto accattivante, quanto sempliciotto: i generici fanno risparmiare così abbiamo i soldi per poter garantire farmaci costosi innovativi. Ma se i farmaci innovativi non rendessero più e fossero assaltati dalla farmaceutica "etica"? Ecco cosa sta accadendo con un sistema che incentiva a registrare farmaci dal costo altissimo, per la cura di patologie emozionalmente coinvolgenti tanto da far accettare end points surrogati e a breve termine, farmaci destinati a pochi pazienti supercaratterizzati, gestiti da pochissimi superspecialisti, così si abbattono anche le spese di promozione ed è più facile persuadere i pochi prescrittori. Un disastro che crea disinteresse verso interi capitoli della patologia ed il disinteresse è l'anticamera dell'ignoranza...


Commento di Renato Rossi

Se fossi un medico indiano direi:
L'uovo di Colombo non lo abbiamo scoperto noi, è stato inventato anni fa da chi, in vista della scadenza di un brevetto, apportava modifiche marginali alla molecola trasformandola di fatto in un nuovo farmaco.
Noi non facciamo altro che copiare una prassi consolidita. Perchè due pesi e due misure?

Se fossi un medico indiano direi:
Quando non bastassero più gli aggiustamenti e bisognasse rischiare su qualcosa di innovativo non è un problema del "qui ed ora"; se la casa sta andando a fuoco non mi preoccupo di salvare il tavolo buono della cucina ma di portare in salvo me e i miei familiari. Su quello che ci riserverà il futuro vedremo, nessuno ha la sfera magica, potremmo anche essere in grado di sviluppare un know how tale da poter competere con le industrie occidentali anche per lo sviluppo di farmaci nuovi. Per l'elettronica giapponese alcuni decenni fa si diceva che era "copiata" e di scarsa qualità, poi si è visto com' è andata a finire.

Se fossi un medico indiano direi:
Lasciamo stare la logica di collettivizzazione dei mezzi di produzione, che qui c'entra ben poco: qui, se mai morte c'è, essa viene dalla mancanza di farmaci per combattere malattie come la malaria o l'AIDS o le infezioni intestinali infantili, perchè non possiamo permetterci di comprare i farmaci costosi prodotti in occidente. Non riusciremo a produrre farmaci di una qualità tale da soddisfare i rigidi criteri occidentali? Benissimo, nessuno degli occidentali si curi con i nostri farmaci, non saremo certo noi a imporglielo, così non correranno il rischio di intentarci cause miliardarie per supposti danni alla salute.
Ma, ripeto, come medico indiano grido al mondo la mia necessità di poter avere i farmaci necessari per curare i miei pazienti che stanno morendo. I farmaci sono dei "beni etici" diversi dalle automobili o dagli abiti firmati.

Se fossi un medico indiano direi:
Il mio problema è quello di curare migliaia e migliaia di persone e di non poterlo fare perchè non ho i soldi per comprare in occidente i farmaci necessari. Mi spiace molto se in occidente ci sarà un disfacimento del know how e se i finanziatori spariranno (cosa che non credo proprio) ma si tratta di problemi che comunque, per me, passano in secondo piano rispetto ad altri molto più gravi. Io penso che il diritto dell'uomo che soffre venga prima di qualsiasi altro diritto commerciale e comunque è giusto che a giudicare sia un tribunale.
Quanto costerebbe tutto questo alla società? Non ne ho la minima idea, ma quale società? quella occidentale già grassa e opulenta, che spreca risorse immense in farmaci, esami, accertamenti, screening inutili o la società indiana che non ha i pochi euro per curare una gastroenterite infettiva di un bambino in fin di vita?

Se fossi un medico indiano direi:
La politica di allungamento dei brevetti, di una progressiva riduzione del prezzo?
Non saprei dire sulla loro efficacia, ne dubito molto.
Un fondo di compensazione internazionale per i paesi poveri che non possono acquistare il farmaci costosi?
Ben venga ma siccome per ora è solo un sogno che non ha una traduzione reale mentre io devo confrontarmi "qui ed ora" con questo bambino che ha l'AIDS e non ho neppure uno straccio di farmaco da dargli, devo essere realista. A questo proposito ricordo che nel 2001 vari paesi del terzo mondo riuscirono a far approvare dal WTO (l'organizzazione mondiale del commercio) la cosiddetta "dichiarazione di Doha" in cui si dice espressamente che la tutela della proprietà intellettuale (il famoso copyright) non deve impedire un interesse superiore come la salute collettiva. Ricordo anche che nell'agosto 2007 un tribunale indiano ha respinto la causa intentata da una ditta farmaceutica contro il governo Indiano e la stessa ditta, pur ribadendo la necessità dei brevetti, ha dichiarato che non presenterà ricorso. Penso che sia utile per tutte le parti interessate che si arrivi ad un compromesso che salvaguardi da una parte il diritto dei brevetti ma dall'altra anche l'importante diritto alla salute di chi non ha i soldi per curarsi.

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