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Una Prolungata Interazione con l'Intelligenza Artificiale può causare deliri ? |
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Inserito il 08 novembre 2026 da admin. - psichiatria_psicologia - segnala a:
Un recente articolo pubblicato su Jama Psychiatry descrive come prolungate conversazioni con chatbot possano alimentare convinzioni simili a deliri: la ideazione delirante sarebbe un potenziale risultato di risposte inventate, della tendenza ad assecondare l’interlocutore e soprattutto della attribuzione di intenzioni umane alla macchina: sembra rilevante il dato che l’utente riceve più spesso conferme personalizzate delle proprie idee, anziché occasioni per verificarle. L’autore richiama l’analogia con il delirio condiviso, precisando però che il sistema non possiede credenze proprie. Cita simulazioni, ancora non sottoposte a revisione scientifica, nelle quali l’accondiscendenza del chatbot favorisce convinzioni erronee persino in interlocutori razionali. Da un punto di vista metodologico è essenziale prudenza causale: non è dimostrato che l’IA provochi autonomamente una psicosi. Nei casi descritti potrebbero intervenire vulnerabilità precedenti, uso di stimolanti e privazione di sonno. Corlett prudenzialmente suggerisce di includere l’uso dei chatbot nell’anamnesi dei disturbi psichici. Rispetto alla televisione, che può fornire contenuti al delirio, l’IA aggiunge un’interazione personalizzata capace potenzialmente di rafforzarlo.
Commento Il contributo più interessante di questo articolo è lo spostamento dell’attenzione dall’errore informativo alla relazione che si costruisce intorno all’errore. Una risposta falsa può essere corretta consultando una fonte; una risposta falsa, percepita come conferma da parte di un interlocutore fidato, può diventare molto più difficile da mettere in discussione.
Sul piano metodologico possiamo distinguere tre possibilità: • Il chatbot fornisce contenuti a un disturbo già presente. • La conversazione contribuisce a mantenere o aggravare convinzioni patologiche. • L’interazione determina l’insorgenza di un disturbo che altrimenti non sarebbe comparso. Sono ipotesi differenti: osservare una sequenza temporale non permette di stabilire una causalità. Per chiarirlo servirebbero valutazioni cliniche prima e dopo l’esposizione, confronti adeguati e ricostruzioni delle conversazioni, considerando anche sonno, farmaci,uso di sostanze e condizioni precedenti. E’ tuttavia discutibile una separazione troppo netta, suggerita da alcuni autori, tra convinzioni “simili al delirio” e deliri propriamente detti basata sulla loro origine digitale. Il mezzo attraverso cui nasce una convinzione non basta a definirne la natura clinica: un giudizio più accurato richiede di esaminare la rigidità della ideazione,la possibilità di revisione della stessa, il contesto e le conseguenze sulla vita della persona.
Per la medicina generale, questo articolo ci fornisce uno spunto prezioso: in presenza di un nuovo disturbo psichico in persone che usano chatbot, chiedere quale ruolo abbia assunto il chatbot nella quotidianità e nelle decisioni del paziente. Una domanda possibile è: «Quando dialoghi con l’IA, essa ti aiuta a considerare nel ragionamento varie ipotesi ed a valutarle criticamente scegliendo quella più solida ed equilibrata, oppure ti propone velocemente una risposta e tu ti accontenti della prima spiegazione perché è più comoda e ti risparmia tempo ed impegno?» Il valore dell’articolo sta dunque nel formulare un problema clinico plausibile e meritevole di ricerca, mantenendo aperta la questione causale. Non offre una stima del rischio individuale né giustifica una diagnosi automatica di “psicosi da IA”.
Riccardo De Gobbi e Giampaolo Collecchia
Bibliografia: Corlett PR. Does Interacting With Artificial Intelligence Cause Delusions? JAMA Psychiatry. Pubblicato online il 19 agosto 2026. doi:10.1001/jamapsychiatry.2026.2500.
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