![]() Intelligenza Artificiale:chi controlla i “significati”? Non fidiamoci troppo della IACategoria : Medicina digitale Data : 17 maggio 2026 Autore : admin Intestazione : Testo : Le Intelligenze Artificiali strutturate su reti neurali potentissime che conferiscono le ben note proprietà dei Large Language Models sono state oggetto, oltre che di meritate lodi, anche di critiche basate in particolare sugli errori e sulle “ allucinazioni”. Il cuore dell’articolo di Gloria Origgi può essere riassunto in una tesi forte: il potere dell’intelligenza artificiale non consiste soltanto nel raccogliere, possedere o controllare dati, ma nel controllare i significati che quei dati assumono nella vita sociale. Origgi applica questo concetto al mondo dell’IA. Gli algoritmi, soprattutto quando sono opachi ed integrati nelle istituzioni, producono una nuova forma di ingiustizia ermeneutica: i cittadini vengono classificati, profilati e valutati secondo criteri che non conoscono, non comprendono e non possono discutere. Possono subire una decisione automatizzata — per esempio in ambito assicurativo, bancario, sanitario, lavorativo, amministrativo — senza sapere esattamente quale immagine di loro sia stata costruita dal sistema. Il problema non è soltanto che l’algoritmo possa sbagliare; è che spesso il soggetto non possiede gli strumenti per capire quale significato, ruolo e valore gli sia stato attribuito. Qui entra in gioco il concetto di risorse ermeneutiche collettive. Esse sono l’insieme dei significati, delle categorie, dei racconti, delle parole e dei concetti attraverso cui una società comprende sé stessa, gli individui e il mondo. In passato queste risorse venivano prodotte, almeno idealmente, nella sfera pubblica: istituzioni, media, diritto, università, dibattito politico, cultura condivisa. Erano comunque oggetto di conflitti e rapporti di forza, ma almeno potevano essere discusse. L’autrice sottolinea infatti che i significati non sono mai neutrali: nominare, classificare e definire la realtà è sempre anche un “esercizio di potere”, non necessariamente negativo, ma pur sempre “potere”. La novità dell’IA consiste nel fatto che una quota crescente di queste risorse ermeneutiche viene oggi prodotta da sistemi tecnici privati, opachi e accessibili solo a pochi: grandi corporation, ingegneri, tecnocrati, proprietari delle infrastrutture digitali. Gli algoritmi raccolgono comportamenti online e offline, li aggregano, li etichettano, li trasformano in profili e previsioni. Così facendo, producono nuove categorie sociali: utenti affidabili o inaffidabili, consumatori ad alto valore, pazienti a rischio, lavoratori promettenti, soggetti sospetti, profili fragili, persone assicurativamente costose. Queste categorie non sempre sono visibili, ma incidono concretamente sulla vita delle persone. L’articolo insiste su un punto molto importante: l’IA non interpreta solo ciò che diciamo consapevolmente, ma anche ciò che facciamo. I nostri spostamenti, acquisti, ricerche, testi, immagini, interazioni, perfino il ritmo e la frequenza delle nostre attività digitali diventano materiale interpretativo. I dati vengono classificati e collegati tra loro fino a produrre un’immagine operativa della persona. Questa immagine può essere più influente della narrazione che la persona fa di sé stessa. In altre parole: non siamo più soltanto ciò che diciamo di essere, ma soprattutto ciò che i sistemi predittivi inferiscono che siamo. Da qui nasce un senso di alienazione. Gli algoritmi costruiscono significati su di noi usando risorse interpretative che non ci appartengono e che non possiamo controllare. Non sappiamo quali dati siano stati raccolti, come siano stati assemblati, quali correlazioni siano state considerate, quali etichette siano state applicate. Il risultato è una società in cui le persone sono continuamente interpretate da sistemi che non possono interrogare davvero. L’autrice parla perciò di risorse ermeneutiche “artificialmente cristallizzate”: significati che, invece di restare aperti alla negoziazione sociale, vengono congelati in classificazioni automatiche. Se concordiamo con questa analisi non basta chiedere algoritmi più efficienti o meno discriminatori. Occorre sviluppare nuove competenze epistemologiche, filosofiche e semiotiche capaci di analizzare i significati prodotti dall’IA. Serve un “meta-livello” di controllo, svolto da strutture pubbliche rappresentative che tutelino anche le minoranze: concetti con cui valutare altri concetti, categorie con cui discutere le categorie automatizzate, strumenti culturali per rendere negoziabili i significati generati dalle macchine. La posta in gioco non è soltanto tecnica, ma democratica e antropologica: mantenere il controllo sulla produzione dei significati condivisi significa difendere una delle attività più proprie dell’essere umano come specie storica, sociale e politica. Concludendo alla luce di queste riflessioni la domanda decisiva non è più soltanto: “Chi possiede i dati?”, ma: “Chi controlla i significati prodotti dai dati?”. E da questa domanda dipende una parte rilevante del nostro futuro di libertà, democrazia e giustizia. Riccardo De Gobbi e Giampaolo Collecchia Bibliografia 1) Fricker M.: Epistemic Injuistice Oxford University Press 2007 2) Origgi G.: “Chi controlla i significati? Le nuove ingiustizie della IA” in:Umana , Troppo Umana La IA e noi. MICROMEGA n.6 2024 Per approfondimenti: Giampaolo Collecchia e Riccardo De Gobbi: Intelligenza Artificiale e Medicina Digitale Il Pensiero Scientifico Ed. Roma 2020 http://pensiero.it/catalogo/libri/pubblico/intelligenza-artificiale-e-medicina-digitale[/b] |