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STORIA DI SERENELLA

Categoria : professione
Data : 01 novembre 2026
Autore : admin

Intestazione :

(Dal ciclo del Bar dello Zozzo)



Testo :

Prologo: Una visita inaspettata

Non c’è nulla che rompa la pace più di un campanello che suona con insistenza. Il fatto poi che l’ elettricista, ai suoi tempi, ne avesse montato uno che strideva come un corvo in agonia costituiva un altro punto a sfavore. Mandai l’ ennesimo accidente all’ elettricista e mi diressi zoppicante al citofono, collegato al cancelletto del giardino.

Aprii lo scatto senza chiedere chi fosse, tanto solo i corrieri venivano a trovare gli abitanti di questa villetta isolata. Probabilmente qualcosa comperata su Amazon da Annabella. Poi aprii la porta e rimasi lì a bocca aperta.

Non che fosse uno spettacolo orripilante: una brunetta con gli occhiali, un nasino impertinente, due occhi che ridevano sopra un sorriso un pò sfottente, che sbandierava una specie di tesserino.
“Stampa! – strillò, e rideva – sto cercando un capo indiano, un Sachem – e rise più forte – mi hanno detto che abita qui! “
Poi la risata si smorzò in un sorriso un po’ intimidito “Sachè, mi riconosci, vero? Ti ricordi di me?”
“Serenella! “riuscii a rantolare, ancora soffocato dalla sorpresa. E sentii dietro di me Annabella, accorsa anche lei al campanello, che emetteva anche lei un suono soffocato, di sorpresa.
“Serenè, la mia figlioccia, ma sei proprio tu?” E d’istinto, senza accorgercene, ci buttammo tutti le braccia al collo “ Ma come hai fatto a trovarmi?”
“ Ma che non lo sai che sono la giornalista investigativa più brava che esista a sud del Polo Nord?” .
Sorrisi alla vecchia battuta. Lei mi guardò timidamente: “Posso entrare, Sachè? Ti dispiace? Scusa se mi sono fatta viva così all’ improvviso…”.
Come era possibile dire di no a Serenella, un tempo bambina prodigio di Collerotto, ora giovane donna, ma che non sembrava aver perso nulla della verve che la distingueva?

Così entrò, si sedette in salotto e, sorseggiando il the che aveva preferito (per motivi di linea, sospettavo) alla cioccolata calda di cui era golosa dall’infanzia, spiegò:

“Vedi Sachè, la borgata è davvero cambiata da quando tu ancora ci abitavi ed io ero una ragazzina. È più bella, moderna, con gli edifici in mattoni, le strade coi marciapiedi. Certo, qualche zona è rimasta rustica e selvatica ma l’aspetto generale è tutto diverso. Sai – diventò pensierosa – il Bar dello Zozzo è sparito. Quando Bruno è rimasto coinvolto in un incidente è stato rilevato da un giovanotto che ha rinnovato tutto; la Via delle Canarine ha ripreso il suo nome vero, quello “catastale” e le canarine se ne sono andate o si sono sparse nella borgata; la Casa dell’ Angelo, l’ alberghetto di Annabella, invece esiste ancora ma è diventato un B&B con un ristorantino favoloso, gestito dalle Quattro Streghe.
Vedi, Sachè, quando sei andato via da Collerotto, così all’ improvviso, a tanti di noi è venuto un colpo… Avrai avuto le tue buone ragioni, immagino, ma mi è dispiaciuto molto perdere quello spirito di borgata che ci aveva uniti tutti, in passato.
Ricordo quel periodo come una specie di paradiso, perciò ho deciso di raccogliere i ricordi di quel tempo in un libro. E sarà un libro favoloso! Però ho bisogno – e qui mi guardò un pò di traverso, con quel sorrisetto un po’ sfottente che ricordavo tanto bene – di qualcuno che possa aiutarmi a capire quello che all’ epoca non capivo, che possa integrare coi suoi ricordi quello che a prima vista potrebbe sembrare una cronaca arida e insapore… Insomma mi serve – e qui il sorriso si allargò in una adorabile risata – un vecchio Sachem che mi faccia da voce narrante”.

Smise di ridere e mi guardò, speranzosa ma un po’ intimidita.
“Mi aiuti, vero? ” E, senza nemmeno aspettare la mia risposta “Ho in macchina un sacco di materiale, ho svuotato cantine e soffitte, ho registrato le storie degli anziani ancora vivi. Posso portarlo qui?”
E mentre io stavo ancora a bocca aperta, cercando una scusa, balzò correndo verso la porta “Lo sapevo che potevo contare su di te! Il mio Padrino adorabile!”.

E così mi ha fregato...

Cap. 1 - La prima infanzia

Anche in borgata possono nascere persone speciali. Una di queste (l’avevamo gia’ conosciuta in altre storie) è Serenella, la geniale ragazzina delle elementari col pallino del giornalismo che faceva già alle elementari, a tempo pieno, la cronista del giornalino scolastico.

La storia di Serenella è poco nota: a me l’ avevano raccontata i genitori una volta che mi avevano invitato a pranzo in occasione di una mia piccola cortesia (ma questa è un’ altra storia).
La famiglia Bardi, venuta a Roma in cerca di lavoro, era stata ospite per un lungo periodo al Centro, presso certi anziani zii. Collerotto ancora non esisteva.

La piccolissima Serenella restava in custodia degli zii per intere giornate. Non c’era ancora la televisione in tutte le case, e la bambina si annoiava; si sedeva quindi sulle ginocchia dello zio e pretendeva di capire cos’era quel grande pezzo di carta che lui guardava con tanta attenzione. Non ci volle molto che prese l’abitudine tutti i giorni di sedersi sulle sue ginocchia a “leggere il giornale” insieme a lui.
Poi pero’ si annoiava a stare così senza fare niente: pretendeva percio’ che lo zio Alfredo gli spiegasse cosa erano quegli strani segni che lui guardava con tanto interesse, e quando lui le spiegò che a quei segni corrispondevano dei suoni, e a quei suoni delle parole, in casa non ci fu più pace. Non passava giorno senza che Serenella si mettesse a “leggere il giornale” indicando questo o quel segno, chiedendo cosa significassero e a quali suoni corrispondessero.
Un giorno, esitando e storpiando un po’, riuscì a leggere la sua prima parola completa. Non aveva neppure tre anni, e lo zio Alfredo ando’ in sollucchero.
Le cose poi si complicarono: non fu facile spiegare alla bambina che lo stesso suono poteva essere scritto in modo diverso, che la scrittura a mano era diversa da quella stampata ma che potevano significare la stessa cosa; tutta la famiglia si riuniva a partecipare ai progressi e la bambina, sentendosi apprezzata e coccolata, rispondeva con gioia a queste attenzioni. E imparava.

Poi scoprì “la Tana”.
Niente di che: uno stanzone appartato, con un grande finestrone, adibito a magazzino delle cose inutili: mobili vecchi, attrezzi vari, scatoloni di gingilli in disuso e, meraviglia delle meraviglie, un cassone pieno di vecchi libri e fumetti, in parte sfascicolati, in parte più o meno integri.
E quello divenne il paradiso di Serenella.
Non c’era dubbio: se non si trovava in giro, se non rispondeva ai richiami, era certo di trovarla nella Tana, magari sotto un tavolino, a cercare di leggere avidamente qualche libro di cui, naturalmente non capiva un granchè.

“ Papà – chiedeva dopo – perchè qui dice che l’ eroe “leggeva tra le righe”? Io ho guardato, tra le righe non c’è scritto niente! – e, con aria da maestrina saputella – Guarda che ho guardato pure con la lente, ma davvero non c’è scritto niente!”.
“ Mamma, perché questi signori li chiamano “Bravi” mentre in realtà sono cattivi? Perché nessuno ha avvertito Don Abbondio?”.
E così via, con disperazione dei genitori che, avendo fatto solo le elementari, spesso non sapevano cosa rispondere…
Per disperazione, (ma anche con una sensazione di orgoglio) appena l’ età lo permise Serenella venne iscritta all’ asilo delle suore, in modo che la madre potesse un po’ respirare durante il giorno.

Dalle suore imparò che:
- Pure se sono donne come la mamma, non sempre sono pazienti come lei
- Che mentre gli altri bambini giocavano in cortile, lei, “siccome era brava” doveva riempire pagine e pagine di stupide aste e di cerchietti con gli occhielli
- Che, “siccome era brava e sapeva capire da sola” nessuno le dava retta.
- Che “essere tanto bravi” a volte è una fregatura

Non sempre la cosa veniva a discapito, perchè così le lasciavano fare, almeno in parte, quello che le pareva, però….
Insomma passò dall’ asilo alla prima elementare che sapeva già leggere e scrivere correntemente.


Cap. 2 - Serenella alle elementari

La prima elementare comincio’ in un clima di delusione: dovette ricominciare a riempire pagine di stupide aste e di cerchietti di forma tonda o allungata (che ormai riconosceva benissimo come lettere corsive) pero’ siccome finiva gli esercizi (anche se un pò pasticciati per la fretta) in pochi minuti, attrasse la particolare attenzione della maestra che, anche non avendo una penna rossa, le ricordava di una che aveva letto in un libro.

Serenella raccontò ai genitori orgogliosi che la maestra le aveva chiesto di scrivere il racconto di ciò che aveva fatto la domenica (non sapeva bene cosa fosse un Tema). Lei si era applicata con entusiasmo riempiendo diverse pagine con la sua scrittura ancora rozza e infantile. Descrisse la Messa, la passeggiata con i genitori, come si fossero messi a chiacchierare con un signore che li conosceva. Aveva consegnato il tema alla maestra che era rimasta stupefatta (chissà perchè! aveva pensato Serenella) e aveva voluto portarla dalla direttrice per mostrarglielo.
“Ma che è questa roba?” Fece quella nanerottola ossuta, bianca e curva, poco più alta di Serenella.
“Ma siamo agli inizi della prima elementare … “ Cercò di obiettare la maestra.
“Ma non vede che non sa scrivere? Qui dice che ha incontrato un “omo” mentre doveva dire “un uomo”! Veda piuttosto di insegnarle l’ortografia!”
Tornarono mortificate in classe. Serenella chiedeva come mai le strade fossero tappezzate della pubblicità di un detersivo che si chiamava “Omo” e nessuno protestava, e invece a lei…
La maestra cercò di consolarla, mentre Serenella non riusciva a capire come mai la cosa dovesse essere tanto grave, mentre lei aveva scritto tante altre cose belle.
Ci rimase malissimo e decise di smettere di studiare.

Anche i genitori ci rimasero malissimo ma poi capitò che avessero trovato un appartamentino in borgata, dove le case costavano poco, e così le cambiarono scuola. Una scuola rustica, piena di studenti rustici anch’ essi ma spontanei, con maestri giovani e una direttrice molto accomodante.
Lì Serenella si riconciliò con la scuola. Si mise a scrivere gia’ alle elementari per il giornalino scolastico, prese modi ed espressioni da persona più grande e divenne un fenomeno stranamente apprezzato e amato in tutta la borgata: una saccentina, però spontanea e adorabile, per la quale il Sachem avrebbe fatto cose folli.
La sua passione divenne il giornalismo d' inchiesta.

Il Sachem rideva dicendo che Serenella era riuscita a dare un’ immagine importante alla voglia femminile di impicciarsi dei fatti degli altri.

Cap. 3 - Il primo scoop

Che Giulio non fosse una cima, lo sapevano tutti. Ma che fosse cretino fino a questo punto, non se lo sarebbe immaginato nessuno. Tanto meno se lo immaginava Serenella quando, andata ad aiutare Giuliana, la moglie di Giulio, per le pulizie di Pasqua, ebbe modo di mettere le mani su un quaderno malconcio finito dietro l’ armadio dello sgabuzzino.

La cosa che colpì la giovanissima futura giornalista fu che, sebbene sporco e malconcio, il quaderno all’ interno appariva scritto ordinatamente e non sembrava davvero molto vecchio. Inoltre era posto un pò sporgente dietro l’ angolo dell’ armadio in modo da essere facilmente raggiungibile, e le scritte erano ordinate, divise in paragrafi, contraddistinte da una serie di misteriosi geroglifici.
Benchè fosse un’ ancora giovanissima ragazzina di buona famiglia, ancora ignara di certi lati della vita, persino Serenella sembrò fiutare qualcosa di strano: dopo una breve lotta tra la ragazzina beneducata e la giornalista ficcanaso quest’ ultima vinse alla grande, e il quadernetto scomparve nella tasca del camicione per le pulizie.
Riapparve solo più tardi, nella tranquillità della sua cameretta.

Le scritte apparivano effettivamente ermetiche e misteriose; ogni pagina era contrassegnata da una sigla, una serie di numeri alternati a lettere, poi finivano con una serie di crocette (da una a 5, verificò Serenella) e qualche volta un punto esclamativo.
Non è che ci si capisse molto, ma il pungolo della curiosità cominciò ad ossessionarla. Dicono che la curiosità è donna. figuriamoci se si tratta di una ragazzina capocronista del giornalino scolastico con la fissa di diventare un’ importante giornalista d’ assalto…

La prima ipotesi fu che si trattasse di una lista di ristoranti: in fondo le prime cifre sembravano quelle di una data; poi ogni certe parole parevano indicare delle pietanze. A Giulio sembravano piacere molto le cosce e il petto (di pollo, supponeva Serenella anche se a lei sembrava stoppaccioso); si accennava ogni tanto anche a condimenti e verdure (cetrioli, carote), poi alla fine un numero sembrava esprimere la qualità complessiva.
Però era strano… Giulio non era particolarmente noto per le sue competenze culinarie, e quando Serenella cominciò a chiedere in giro con l’ aria innocentina che sapeva prendere così bene, gli uomini ridevano e cambiavano discorso (“ sei ancora troppo piccola per queste cose”), le donne prendevano un’ aria sognante e, con profondi sospiri le mettevano una mano sul capo (“ sei ancora troppo giovane per queste cose”).

Era complicato.

Però in quel periodo il giornalino scolastico partì con un’ inchiesta sugli spericolati in motorino che investivano o scippavano le vecchiette (termine scrupolosamente corretto con “anziane” ) e il quaderno giacque dimenticato in un cassetto. Presa dall’ inchiesta sui motorini Serenella non fece caso allo strano comportamento di Giulio che andava in giro con l’ aria sempre guardinga e atterrita.
Non ci fece caso, era ancora troppo giovane.

Ripensò alla faccenda quando le capitò di intervistare “Samantha l’Atomica”.
Samantha (“mi raccomando, col ti-acca”) aveva acconsentito stranamente a farsi intervistare perché, aveva confessato sottovoce, aveva conosciuto un bottegaio al Centro che aveva promesso di sposarla. Così tra poco tempo, senza dire niente a nessuno, se ne sarebbe andata a vivere lontano da Collerotto. Però prima di sparire voleva far sapere a tutta la gente della borgata cosa si stavano perdendo.

“Serenè, credimi , se la borgata è ancora in pace è tutto merito mio!”.
E comiciò a raccontare, di fronte ad una perplessa Serenella, come lei fosse la Regina delle Canarine, come fosse rispettata e ben pagata (Ma per che cosa? – si chiese inizialmente la ragazzina) come tutti gli uomini l’amassero, come tutte le donne la temessero, la odiassero ma anche la rispettassero, forse per timore.

E parlò anche di Giulio.
Giulio, spiegò, era stato il più grande, famoso e amato seduttore della borgata. Raccontò che per questo motivo era stato soprannominato “Purchè respirino” o, “Lo Scopone” o, in modo esotico, “El Trombador”. Raccontò come corteggiasse tutte le donne che gli capitassero vicino e come, a suo dire, finisse sempre per farci sesso. Come gli uomini pur guardandolo in cagnesco finora lo avessero lasciato in pace, ciascuno convinto che le proprie donne fossero miracolosamente refrattarie al fascino dello Scopone, raccontò anche come le donne facevano l’aria severa in presenza dei mariti e invece si sdilinquivano tutte in loro assenza.

Poche avevano resistito, e solo un paio di volte Giulio era stato “investito da una macchina” in qualche vicolo poco illuminato e ritrovato pesto e sanguinante.
Ogni tanto, in questi casi, Giulio correva a farsi consolare dalle Canarine (che, spiegò Samantha, erano donne di buon cuore che per pochi spiccioli consolavano i maschi che erano mancanti di affetto in casa). E Samantha, modestamente, era la preferita da Giulio, che la premiava sempre con altissimi voti.
“Ma che voti? – chiedeva Serenella ancora frastornata da tutti quei concetti nuovi – Che, vi faceva pure un esame?”.
Samantha rideva piano e cercò di spiegarle a mezze parole che Giulio amava tenere un ricordo di tutte le sue prestazioni e ogni tanto si crogiolava nei ricordi. Una specie di diario molto ma molto particolareggiato dove esprimeva in modo criptico ma preciso le sue esperienze.
“ Se potessi metterci sopra le mani – se ne uscì con un sospiro – glielo farei vedere io a quelle smorfiose che mi guardano dall’ alto in basso ma che poi non sanno meritarsi neppure la sufficienza! E mi divertirei a ridergli in faccia, a quelle zoccole, zoccole come me, ma solo da quattro soldi.

Quando Serenella rientrò stordita in casa, la prima cosa che le venne in mente fu la curiosità di sapere perché Samantha si fosse definita “zoccola”.
Il vocabolario (una vecchissima edizione) non le fu di grande aiuto; solo dopo un pò sfogliando una guida stradale le capitò per caso sotto gli occhi la “Via delle zoccolette”, a Lungotevere, vicino al Centro.
Chiese lumi a Gustavo, il primo della classe in IV C che aveva il padre bibliotecario e che riusciva a portare in classe dei misteriosi libri “proibiti”.

Dopo essersi informato prima (ma questo non lo confessò, per la soddisfazione di fare il sapientone con Serenella) Gustavo spiegò che le Zoccolette erano le ragazze che venivano a Roma dalle campagne circostanti per fare le servette o altro; erano chiamate così perché non avevano scarpe, ma solo gli zoccoli di legno che si usavano in campagna.
Serenella aveva addentato la preda “E perché hanno chiamato così quella strada? E cosa facevano di “altro”, come dici tu?”
Gustavo in fondo era un timidone; arrossì e cercò di spiegare balbettando “Beh, in quella strada c’era un palazzo dove venivano ospitate queste ragazze finché non si sistemavano. Da lì hanno dato il nome alla strada”
“ E che “altro” facevano? Di che si trattava?” Implacabile.
“ Beh penso che cucissero, tagliassero vestiti, vendessero robetta “
“ E che altro?” Non ce la vedeva proprio Samantha intenta a tagliare e cucire…
Lo sguardo implacabile di Serenella doveva essere terrorizzante perchè Gustavo le si accostò all’ orecchio e, sempre più balbettante, cercò di spiegare a Serenella i misteri della vita. Malgrado lui stesso non avesse le idee del tutto chiare Serenella venne folgorata da una serie di rivelazioni: in un lampo capì certe allusioni che finora non aveva saputo interpretare, capì i motivi di certi divieti e di certe esortazioni, capì il mistero delle Canarine, di Samantha e, in un lampo accecante, il significato del quaderno di Giulio…
Col cuore che le batteva forte, decise di non approfondire quanto c’era scritto, non se la sentiva ancora. Forse più in là.
Nascose il quaderno in fondo ad un cassetto e se ne dimenticò.

Solo da poco, raccogliendo il materiale sulla Storia di Collerotto, il quaderno era saltato fuori.

Fu uno dei primi “reperti” che Serenella mi presentò quando accomodata sul divano di casa mia cominciò ad aprire gli scatoloni di materiale “storico” reperito qua e là.

Lo sfogliai con curiosità, lo confesso, cercando di accoppiare le iniziali indicate ad ogni pagina con le persone che avevo conosciuto a Collerotto. In questo, rispetto a Serenella, ero avvantaggiato…
“ Ma guarda – riflettevo tra me e me – questa potrebbe essere la figlia del macellaio e a quanto sembra di capire era una virtuosa di certe prestazioni extra… E questa? Le iniziali potrebbero indicare questa o quella signora… “.
Sfogliavo un pò guardingo, timoroso di trovarci qualcosa di inaspettato, quando Annabella me lo strappò di mano
“Fai leggere anche a me, egoista!”
E si mise a sfogliarlo ridendo divertita quando le sembrava di riconoscere certe iniziali.
“Questa è la Tizia, lo sapevo già – e alle nostre occhiate interrogative – Non dimenticate che gestivo la Casa dell’Angelo, e lì le camere in affitto ne hanno viste di tutti i colori…”.
E rideva leggera, ricordando i vecchi tempi.
Io la guardavo ridere e respiravo di sollievo, ormai certo che non avrei trovato le sue iniziali nel quaderno.


Magari ero un tipo sveglio, emancipato, di larghe vedute, però un pochettino mi avrebbe proprio scocciato.

Daniele Zamperini – 2022
“Ricordando il Bar dello Zozzo”
Matite di Roberta Floreani



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stampato il 31/10/2026 alle ore 00:49:39