Terapia endovascolare nella sindrome post-trombotica
"Sale in Zucca?" No, fa male al cervello!
Le sindromi coronariche acute nelle donne in premenopausa
Gestione delle sindromi coronariche acute
Novità in Gazzetta Ufficiale 23 - 29 maggio 2026
Polipi gastrici: gestione pratica
Ictus cerebrale - 3
Magnifica Humanitas: una Enciclica per la intera umanità
L’Ebola alza la testa ma per fortuna e’ ancora lontana
IA: se la IA fosse l’inizio della nostra fine, ovvero la “fine ...Terapia endovascolare nella sindrome post-trombotica
La sindrome post-trombotica si verifica dopo un episodio di trombosi venosa profonda a carico degli arti inferiori ed è caratterizzata da sintomi di insufficienza venosa: dolore, gonfiore dovuto all'edema, prurito, ulcerazioni. Si riscontra più frequentemente dopo una TVP prossimale, ad esempio nell'interessamento della vena iliaca.
Che cosa si può fare in questi casi? In uno studio sono stati arruolati 225 pazienti con sindrome post-trombotica, randomizzati a terapia endovascolare oppure a terapia non endovascolare (compressione ed eventualmente anticoagulante in base al rischio di recidiva). La sindrome post-trombotica era di gravità moderata o grave mentre gli esami radiologici confermavano l'interessamento della vena iliaca. La terapia endovascolare consisteva nel posizionamento di uno stent e nella raccomandazione a usare per almeno 6 mesi anticoagulanti o ASA. In questo gruppo, pertanto, la terapia antitrombotica era più intensa rispetto al gruppo di controllo.
L'endpoint primario era il cambiamento nello score denominato 30-point Venous Clinical Severity Score. Al basale lo score mediano era di 12 punti. Dopo 6 mesi tale valore era diminuito di 4 punti nel gruppo terapia endovascolare e di 2 punti nel gruppo di controllo (una differenza statisticamente significativa). La qualità di vita risultò migliore nel gruppo terapia endovascolare, con un aumento però in questo braccio degli eventi emorragici: 11,6% versus 3,6%.
Che dire?
Nei pazienti con sindrome post-trombotica grave e dimostrata ostruzione della vena iliaca la terapia endovascolare è un'opzione da considerare. I benefici però, sebbene statisticamente significativi, appaiono modesti e di rilevanza clinica non definitiva. La maggior frequenza di eventi emorragici riscontrata nel gruppo terapia endovascolare si spiega probabilmente con il fatto che in questo braccio vi era un maggior uso della terapia antitrombotica. Pertanto va considerato anche questo aspetto se si decide di seguire il protocollo dello studio. Inoltre lo studio ha avuto un follow-up di soli 6 mesi. La sindrome post-trombotica però è cronica, quindi non sappiamo se i benefici dello stenting si mantengano nel lungo periodo.
Renato Rossi
Bibliografia
Vedantham S, Kahn SR, Marston WA, Weinberg I, Sista AK, Magnuson EA, Cohen DJ, Wasan SM, Razavi MK, Goldhaber SZ, Sanfilippo KM, Comerota AJ, Azene EM, Chaar CIO, Leung DA, Kolli KP, Kalva SP, Rostambeigi N, Desai A, Desai KR, Tafur AJ, Khalsa B, Majerus E, Wang B, Wang Y, Nieters P, Derfler MC, Oliver A, Hardy C, Bashir R, Winokur R, Weger N, Khaja MS, Sharma A, Mani N, Kavali P, Thukral S, Lake LL, Mikkelsen K, Parpia S; C-TRACT Trial Investigators. Endovascular Therapy for Post-Thrombotic Syndrome - A Randomized Trial. N Engl J Med. 2026 Apr 13:10.1056/NEJMoa2519001. doi: 10.1056/NEJMoa2519001. Epub ahead of print. PMID: 41972998; PMCID: PMC13078690.
"Sale in Zucca?" No, fa male al cervello!
L’eccesso di sale (da molto tempo osteggiato per i suoi effetti sull’ apparato cardiocircolatorio) ora viene accusato di effetti negativi anche sulle funzioni nervose.
In particolare viene colpita la memoria episodica degli uomini (ma, a quanto pare, non delle donne).
Secondo le raccomandazioni dell’OMS il sale dovrebbe essere assunto, compreso quello gia’ presente negli alimenti, in dose inferiore a 5 grammi al giorno, quantita’ invece spesso abbondantemente superata.
Ora una ricerca australiana, pubblicata su Neurobiology of Aging collega un elevato consumo di sodio a un declino più rapido della memoria episodica negli uomini. Un segnale che rafforzerebbe ulteriormente l’importanza di ridurre il sale nella dieta.
La ricerca, ha seguito 1.208 partecipanti per sei anni, analizzando la relazione tra consumo di sodio e performance cognitive. Il risultato è chiaro: negli uomini, un apporto più elevato di sale è associato a un declino più rapido della memoria episodica, quella che permette di ricordare eventi personali e momenti della vita quotidiana.
Un dato che non trova lo stesso riscontro nella popolazione femminile, suggerendo possibili differenze biologiche ancora da chiarire.
I partecipanti di sesso maschile mostravano pero’ anche valori pressori più elevati, influenzati dall’assunzione di sodio per cui puo’ rafforzarsi l’ipotesi che il deterioramento cognitivo sia in realta’ collegato alla salute vascolare.
Il meccanismo mediante il quale il sale possa avere questo effetto sulla memoria e’ tuttora oggetto di ipotesi abbastanza generiche: un eccesso di sodio potrebbe favorire processi infiammatori a livello cerebrale, contribuire al danno dei vasi sanguigni e ridurre il flusso di sangue al cervello, tuttavia non vi sono prove di un effettivo nesso causale.
Il fatto tuttavia che il sale in eccesso sia associato, oltre a ipertensione e aumento del rischio cardiovascolare, anche a deterioramento della sfera cognitiva, accentua l’importanza del problema, considerando il progressivo invecchiamento della popolazione e il connesso fisiologico declino cognitivo.
Resta da capire perché il fenomeno sembri riguardare soprattutto gli uomini e quale siano gli eventuali altri fattori concorrenti.
Daniele Zamperini
https://www.sanitainformazione.it/non-solo-cuore-il-sale-puo-influire-anche-sulla-memoria-degli-uomini/
Le sindromi coronariche acute nelle donne in premenopausa
Nelle donne in premenopausa le sindrome coronariche acute hanno delle caratteristiche specifiche. spesso non sono diagnosticate e per questo vengono sottotrattate. Per tali motivi l'American Heart Association ha sentito il bisogno di pubblicare un documento che fa il punto della situazione. Di seguito i punti salienti.
1. L'aterosclerosi può essere una causa, ma spesso le SCA in premenopausa sono dovute a vasospasmo, dissezione spontanea coronarica (acronimo = SCAD) oppure a una condizione conosciuta con l'acronimo MINOCA (myocardial infarction with nonobstructive coronary arteries) in cui si possono riscontrare ostruzioni coronariche < 50%. Questi meccanismi spiegano perchè il quadro clinico può essere atipico e meno conosciuto.
2. A causa di queste condizioni la coronarografia può non essere diagnostica risultando normale o poco significativa: non evidenzia bene le SCAD, non rileva il vasospasmo, non vede una placca erosa,e cc.; pertanto è consigliabile ricorrere a tecniche avanzate di imaging intracoronarica (ad esempio l'ecografia intracoronarica = IVUS e la OCT (= Optical Coherence Tomography = usa la luce infrarossa) e test funzionali per vasospasmo.
3. La terapia standard è indicata nel caso di sindrome coronarica acuta (SCA) su base aterosclerotica. In questo caso si applicano le linee guida con duplice antiaggregazione (DAPT), statine e terapia cardiovascolare standard.
4. Nel caso di Spontaneous Coronary Artery Dissection si preferisce una gestione conservativa, poiché il vaso spesso guarisce spontaneamente. In questi casi si tende ad evitare la PCI, che può estendere o aggravare la dissezione, e la duplice antiaggregazione prolungata. La terapia è quindi prevalentemente conservativa e può includere beta-bloccanti e, in molti casi, aspirina.
5. Nel caso di vasospasmo coronarico la duplice antiaggregazione non è indicata di routine, e la terapia si basa su calcio-antagonisti e nitrati.
6. Il Myocardial Infarction with Nonobstructive Coronary Arteries è una sindrome eterogenea che può essere dovuta a vasospasmo, aterosclerosi non ostruttiva (stenosi <50%), SCAD o altre cause (es. microtrombosi o miocardite da escludere). La terapia dipende quindi dall’identificazione del meccanismo sottostante.
7. I beta-bloccanti possono ridurre il rischio di recidiva in alcune forme di MINOCA, in particolare quando è presente un meccanismo legato a stress di parete o disfunzione coronarica.
La duplice antiaggregazione si utilizza in caso di impianto di stent o in presenza di rottura di placca/trombosi aterotrombotica documentata.
8. Necessaria una terapia aggressiva con target di colesterolo LDL inferiore a 55-70 mg/dl e pressione arteriosa sistolica < 120 mmHg.
Che dire?
Il documento dell’American Heart Association affronta un problema reale e spesso sottovalutato: le sindromi coronariche acute nelle donne in premenopausa non seguono sempre il modello “classico” dell’infarto da aterosclerosi ostruttiva. Insomma bisogna chiedersi perché è avvenuto: condizioni come Spontaneous Coronary Artery Dissection, Vasospasmo coronarico e Myocardial Infarction with Nonobstructive Coronary Arteries hanno una fisiopatologia completamente diversa rispetto all’aterotrombosi classica.
Un secondo aspetto molto importante è il riconoscimento dei limiti della coronarografia standard. Il documento sottolinea correttamente che un’arteria “angiograficamente normale” non esclude una patologia significativa. Questo è un cambiamento concettuale rilevante, perché riduce il rischio di sottodiagnosi e sottotrattamento, soprattutto nelle pazienti giovani.
Dal punto di vista terapeutico, il messaggio è altrettanto rilevante: non esiste una terapia unica per tutte le SCA. In particolare, la raccomandazione di evitare interventi invasivi o terapie antiaggreganti prolungate nella SCAD e nel vasospasmo è importante perché previene potenziali danni iatrogeni.
Un altro punto forte è l’enfasi sulla diagnostica multimodale, che include imaging intracoronarico. Questo riflette l’evoluzione della cardiologia contemporanea verso una diagnosi più fine e integrata.
Un limite va però detto: la complessità applicativa nella pratica clinica reale di queste raccomandazioni. Richiede elevata expertise, disponibilità di imaging avanzato e un forte sospetto clinico iniziale. Questo può spiegare perché, nonostante le raccomandazioni, la sottodiagnosi nelle donne giovani rimanga ancora frequente.
Renato Rossi
Bibliografia
Kovacic JC, Reynolds HR, Alasnag M, Blakeman JR, Ijioma NN, Kim ESH, Sandner S, Sanghavi M, Saw J, Tamis-Holland JE; American Heart Association Cardiovascular Interventions Committee of the Council on Clinical Cardiology and the Women’s Health Science Committee of the Council on Clinical Cardiology and Stroke Council; Council on Cardiovascular and Stroke Nursing; Council on Cardiovascular Surgery and Anesthesia; Council on Lifelong Congenital Heart Disease and Heart Health in the Young; Council on Quality of Care and Outcomes Research. Acute Coronary Syndromes in Premenopausal Women: A Scientific Statement From the American Heart Association. Circulation. 2026 Feb 17;153(7):e89-e108. doi: 10.1161/CIR.0000000000001416. Epub 2026 Feb 3. PMID: 41631393.
Gestione delle sindromi coronariche acute
Le linee guida per la gestione dei pazienti con sindrome coronarica acuta (SCA) aiutano i medici a scegliere i trattamenti com maggiori evidenze di efficacia. Ne diamo una sintesi.
* Tutti i pazienti con SCA dovrebbero ricevere una doppia antiaggregazione con ASA (165-325 mg) e un inibitore del recettore P2Y12. La doppia antiaggregazione dovrebbe essere mantenuta per almeno 12 mesi se non vi è un rischio emorragico elevato. Sono preferiti in generale prasugrel o ticagrelor rispetto al clopidogrel.
* Se è necessaria una terapia anticoagulante l'ASA dovrebbe essere sospeso dopo 1-4 settimane.
* Viene consigliato l'uso di statine ad alta intensità ed eventualmente di farmaci non statinici se la terapia con statina ottimale non riesce a portare i valori di C-LDL a target (< 55 mg/dl)
* Per i pazienti con STEMI si raccomanda la rivascolarizzazione completa quindi non solo del vaso interessato dall'ischemia ma anche di quelli con stenosi significative anche se non responsabili.
* Nei pazienti con SCA senza sopraslivellamento di ST si consiglia una coronarografia precoce e PCI se fattibile (con approccio radiale). la rivascolarizzazione completa (quindi anche dei vasi no responsabili dell'ischemia è consigliata ma le linee guida ammettono che in questi casi vi sono ancora incertezze).
Renato Rossi
Bibliografia
Vohra AS et al. Management of Acute Coronary Syndrome. JAMA. Published Online: March 30, 2026
doi: 10.1001/jama.2026.1214
Novità in Gazzetta Ufficiale 23 - 29 maggio 2026
Conferma del riconoscimento del carattere scientifico dell'IRCCS di diritto privato «Associazione Oasi Maria SS.», in Troina, nell'area tematica di afferenza di «psichiatria»
DECRETO DEL MINISTERO DELLA SALUTE DEL 07.05.26 (Gazzetta Ufficiale n. 122 del 28.05.26)
Procedure operative e misure di sorveglianza sanitaria relative alla Malattia da Virus Ebola (MVE)
ORDINANZA DEL MINISTERO DELLA SALUTE DEL 29.05.26 (Gazzetta Ufficiale n. 123 del 29.05.26)
Polipi gastrici: gestione pratica
Gli autori di questo aggiornamento sulla gestione dei polipi gastrici sono partiti dalla constatazione che queste neoformazioni vengono spesso riscontrate casualmente durante un'esofago-gastro-duodeno-scopia (EGDS). Di seguito le raccomandazioni principali.
1) I polipi vanno asportati e sottoposti ad esame istologico ed è necessario eseguire anche una biopsia della mucosa gastrica circostante.
2) Si deve determinare la presenza di Helicobacter pylori e in caso di positività procedere alla eradicazione.
3) Se il paziente assume un PPI per un'indicazione appropriata può continuare ad assumerlo anche in presenza di polipi gastrici.
4) La resezione dei polipi può avvenire con tecnica tradizionale (ansa e pinza da biopsia, resezione della mucosa) o con la dissezione endoscopica sottomucosa.
5) In caso di più polipi si devono asportare quelli più voluminosi, quelli più piccoli possono essere asportati o campionati.
6) Un basso rischio di trasformazione si ha per i polipi delle ghiandole fundiche; rischio maggiore si ha per i polipi iperplastici che sono associati all'infezione da HP; i polipi che all'esame istologico si dimostrano essere adenomi sono considerati precursori neoplastici.
7) Il follow-up dipende dal risultato dell'esame istologico sia dei polipi che della mucosa gastrica: se presente displasia di basso grado è opportuna una EGDS di controllo dopo 12 mesi (dopo 6 mesi se la resezione è stata parziale); se displasia di alto grado si raccomanda una EGDS dopo 6 mesi (dopo 3 mesi se resezione parziale); si consiglia una EGDS di controllo se la biopsia della mucosa vicina al polipo mostra metaplasia e/o gastrite atrofica.
8) In generale il tipo di sorveglianza è guidato:
a) dalle dimensioni del polipo (indipendentemente dal tipo): il rischio di trasformazione è maggiore per i polipi di diametro superiore a 10 mm;
b) dalla presenza di displasia;
c) dalla presenza di gastrite autoimmune o di gastrite correlata a infezione da HP di lunga data con atrofia.
Che dire?
Questo aggiornamento è utile non solo allo specialista gastroenterologo ma anche al medico curante che deve spiegare il referto endoscopico e istologico e garantire che il paziente segua il protocollo di sorveglianza raccomandato. Tale compito non è affatto banale, soprattutto nel caso di follow-up prolungati nel tempo.
Le linee guida affermano che la terapia con PPI può essere continuata anche in presenza di polipi, ma si deve valutare se l'indicazione è appropriata, tanto più che l'uso cronico favorisce deficit di B12, ferro e magnesio.
Un riscontro di gastrite atrofica o metaplasia nella biopsia della mucosa circostante impone non solo un monitoraggio più strutturato, ma anche la verifica dello stato nutrizionale.
Nel paziente anziano o fragile se si riscontrano polipi piccoli a basso rischio istologico si possono prevedere intervalli di sorveglianza più lunghi o, in accordo con lo specialista, rinunciare a ulteriori procedure.
Renato Rossi
Bibliografia
Buchner AM, et al. AGA clinical practice update on management of gastric polyps: Expert review. Clin Gastroenterol Hepatol 2026 Apr; 24:893. DOI: 10.1016/j.cgh.2026.01.007.
Ictus cerebrale - 3
Il work-up diagnostico dell'ictus ischemico: come si identifica la causa
La ricerca della causa di un ictus ischemico si articola su tre fronti paralleli: l'imaging cerebrale e vascolare, la valutazione cardiologica e gli esami ematochimici. Nella fase acuta ospedaliera questi accertamenti vengono avviati simultaneamente; alcuni risultati saranno disponibili nelle prime ore, altri richiederanno più tempo
• La risonanza magnetica dell'encefalo con sequenze in diffusione è lo strumento più sensibile per identificare e caratterizzare la lesione ischemica. A differenza della tomografia computerizzata, che nelle prime ore mostra spesso un esame normale, la risonanza magnetica diventa positiva nell'ischemia acuta già entro pochi minuti dall'occlusione grazie alla restrizione della diffusione dell'acqua nelle cellule danneggiate. Oltre a confermare la diagnosi, l'imaging di risonanza permette di valutare il numero e la distribuzione delle lesioni – un elemento chiave per orientare l'eziologia, come si è detto.
• Lo studio dei vasi cerebrali e delle arterie del collo – carotidi e vertebrali – si ottiene con l'angiografia tramite tomografia computerizzata o risonanza magnetica, o con l'ecografia color-doppler dei tronchi sovraaortici. Questi esami permettono di identificare stenosi significative, occlusioni, dissecazioni e anomalie di parete che orientano verso l'aterosclerosi di grosso vaso o verso cause meno comuni.
• L'elettrocardiogramma è il primo esame cardiologico da eseguire, disponibile in pochi secondi al letto del paziente. Documenta la fibrillazione atriale se presente in quel momento, ma – come si è detto – un tracciato normale non la esclude. Per questo motivo, la telemetria continua durante il ricovero nelle prime 48-72 ore aumenta significativamente la possibilità di intercettare episodi parossistici brevi. Nei casi in cui la fibrillazione atriale non viene documentata durante il ricovero ma la causa dell'ictus rimane inspiegata, si ricorre al monitoraggio prolungato ambulatoriale con Holter di lunga durata o, nella forma più sensibile, con il loop recorder impiantabile.
• L'ecocardiogramma transtoracico valuta la funzione ventricolare sinistra, la presenza di trombi intracardiaci, le valvulopatie e le anomalie strutturali. Nei pazienti più giovani o in quelli con ictus criptogenico, si aggiunge l'ecocardiogramma transesofageo, molto più sensibile per rilevare i trombi nell'auricola sinistra, le placche aterosclerotiche dell'arco aortico e il forame ovale pervio. Quest'ultimo è un difetto del setto interatriale presente nel 25-30% della popolazione generale: di per sé non è una causa di ictus, ma in contesti specifici – paziente giovane, ictus criptogenico, shunt destro-sinistro ampio, associazione con aneurisma del setto – diventa il principale indiziato e può essere candidato a chiusura percutanea.
• Gli esami di laboratorio completano il quadro. Il profilo lipidico con colesterolo totale e frazione a bassa densità è indispensabile per impostare la terapia con statine. L'emoglobina glicata fornisce informazioni sul controllo glicemico cronico. La ricerca di stati protrombofiliaci – anticorpi antifosfolipidi, proteina C e S, antitrombina, mutazioni genetiche della coagulazione – è giustificata nei pazienti giovani, in quelli con storia di trombosi venosa o aborti ricorrenti, e in tutti i casi di ictus criptogenico. Nei casi selezionati si aggiungono marcatori di infiammazione, sierologie per vasculiti, o indagini genetiche per condizioni rare come la malattia di Fabry o le malattie mitocondriali.
Nel prossimo articolo vedremo la terapia in acuto dell'ictus ischemico: trombolisi endovenosa e trombectomia.
Renato Rossi
Bibliografia
Riporteremo la bibliografia di riferimento nell'ultimo articolo di questa serie.
Magnifica Humanitas: una Enciclica per la intera umanità
Il nucleo del documento è molto chiaro: l’IA non è soltanto una novità tecnica, ma una svolta antropologica, sociale, economica, politica e spirituale, davanti alla quale l’umanità deve scegliere se costruire una nuova “Babele” fondata su dominio, potere e autosufficienza, oppure una nuova “Gerusalemme” fondata su comunione, responsabilità, dignità e bene comune.
Il testo parte dalla grande contrapposizione simbolica tra Babele e Gerusalemme. Babele rappresenta il rischio di una tecnologia usata per il dominio, l’uniformazione, la concentrazione del potere e la riduzione dell’essere umano a dato, funzione, prestazione. Gerusalemme, richiamata attraverso la figura di Neemia, rappresenta invece il lavoro paziente e condiviso di ricostruzione dei legami sociali, della giustizia e della fraternità. La tecnologia, dunque, non viene demonizzata: può curare, educare, connettere, proteggere il creato. Ma non viene nemmeno idealizzata, perché “non è neutrale”: assume il volto di chi la progetta, la finanzia, la governa e la utilizza.
Il primo capitolo colloca la riflessione sull’IA dentro la Dottrina sociale della Chiesa. Il documento insiste sul fatto che la Chiesa non deve ritirarsi nella sola sfera spirituale, ma deve leggere i “segni dei tempi”, dialogare con le scienze, con la società civile e con le istituzioni, senza pretendere di sostituirsi alla politica o allo Stato. La Dottrina sociale viene presentata come un pensiero vivo, non come un sistema rigido: nasce dalla fedeltà al Vangelo, ma si sviluppa nella storia, di fronte alle “cose nuove” di ogni epoca. L’IA è dunque una nuova “questione sociale”, paragonabile, per importanza, alla questione operaia affrontata da Leone XIII con la Rerum novarum.
Il secondo capitolo richiama i principi fondamentali della Dottrina sociale: dignità della persona, bene comune, destinazione universale dei beni, sussidiarietà, solidarietà, giustizia sociale e sviluppo umano integrale. La dignità umana è presentata come originaria e non condizionata da efficienza, salute, intelligenza, produttività o autonomia. Questo è un punto decisivo: in un tempo in cui l’IA misura, classifica, prevede e seleziona, il documento ricorda che la persona vale sempre più dei dati che la descrivono. Interessante è anche l’estensione del principio della destinazione universale dei beni ai nuovi beni digitali: dati, algoritmi, piattaforme, infrastrutture tecnologiche e capacità computazionale non possono essere considerati solo proprietà privata o strumenti di profitto. Devono essere orientati al bene comune.
Il terzo capitolo entra più direttamente nella questione dell’IA. Il testo denuncia il paradigma tecnocratico, cioè la mentalità secondo cui tutto ciò che è tecnicamente possibile diventa automaticamente desiderabile. L’IA è descritta come strumento potente, utile e promettente, ma incapace di sostituire la coscienza morale.[(b] Non bisogna confondere l’intelligenza artificiale con l’intelligenza umana: la macchina calcola, correla, genera testi o decisioni probabilistiche, ma non possiede interiorità, responsabilità, compassione, coscienza del bene. Per questo il documento insiste su trasparenza, responsabilità, tracciabilità e controllo umano, soprattutto quando gli algoritmi influenzano lavoro, credito, sanità, giustizia, sicurezza o accesso ai diritti.
Un passaggio centrale è la critica al rischio di concentrazione del potere tecnologico. Il documento osserva che oggi non sono solo gli Stati a guidare l’innovazione: grandi attori privati transnazionali controllano piattaforme, dati, infrastrutture e modelli di IA. Questo produce un potere difficilmente governabile democraticamente. Da qui l’invito a “disarmare” l’IA, cioè sottrarla alla logica della competizione armata, del profitto senza limiti e della sorveglianza, per metterla al servizio della persona e dei popoli.
Il testo affronta poi le ideologie transumaniste e postumaniste. Non rifiuta la ricerca scientifica né il desiderio di curare la sofferenza, ma critica l’idea che il limite, la fragilità, la vecchiaia, la malattia e la dipendenza siano semplicemente difetti da eliminare. Qui emerge uno dei passaggi antropologicamente più forti: la fragilità non è solo una mancanza, ma anche il luogo in cui diventano possibili cura, compassione, relazione, solidarietà. L’umano non è grande perché invulnerabile, ma perché capace di amare, scegliere, donarsi, custodire l’altro.
Il quarto capitolo applica questi principi ad alcuni ambiti concreti: verità, democrazia, educazione, lavoro, economia, famiglia, libertà e nuove schiavitù. Sul piano della verità, il documento sottolinea che l’IA può amplificare disinformazione, manipolazione, deepfake, polarizzazione e confusione tra fatti e opinioni. La verità viene definita un bene comune: senza fiducia condivisa, verifica delle fonti e responsabilità comunicativa, la democrazia si indebolisce.
Molto importante è anche la parte educativa. Il documento non si limita a dire che bambini e giovani devono “usare bene” la tecnologia, ma riconosce che gli ambienti digitali sono progettati spesso per catturare attenzione, emozioni e tempo. Da qui l’invito a una nuova alleanza educativa tra famiglie, scuola, comunità, politica e istituzioni. L’educazione digitale non è solo alfabetizzazione tecnica: è formazione della libertà interiore, della capacità critica e dell’amore per la verità.
Sul lavoro il testo riprende la grande tradizione della Dottrina sociale: il lavoro non è solo reddito, ma dignità, identità, relazione, partecipazione alla vita comunitaria. L’automazione può liberare da mansioni pesanti o pericolose, ma può anche produrre esclusione, precarietà, nuove disuguaglianze e perdita di senso. Il documento chiede quindi di governare la transizione, non di subirla: formazione continua, protezione dei lavoratori, responsabilità delle imprese, politiche pubbliche e criteri di giustizia devono accompagnare l’introduzione dell’IA.
La parte sulla libertà è particolarmente attuale. Il testo denuncia il rischio di controllo sociale attraverso raccolta massiva di dati, sorveglianza algoritmica, profilazione, dipendenze digitali e mercificazione dell’attenzione. Parla anche di nuove forme di colonialismo digitale: non si conquistano più solo territori, ma dati, comportamenti, preferenze, infrastrutture cognitive. In questo senso, la libertà non è minacciata solo dalla censura esplicita, ma anche dalla manipolazione invisibile delle scelte.
Il quinto capitolo allarga lo sguardo alla cultura della potenza e alla guerra. L’IA è inserita nel contesto di riarmo, conflitti ibridi, cyberattacchi, manipolazione dell’informazione, armi autonome e crisi del multilateralismo. Il testo rifiuta l’idea che una macchina possa diventare un vero “agente morale”: il giudizio morale richiede coscienza, responsabilità, prudenza, compassione e riconoscimento del volto dell’altro. Per questo, delegare decisioni di vita e di morte a sistemi automatizzati è presentato come una soglia etica estremamente pericolosa.
In opposizione alla cultura della potenza, il documento propone la civiltà dell’amore. Questa espressione non indica un sentimento generico o ingenuo, ma un progetto sociale: trasformare la carità in strutture di giustizia, costruire istituzioni più fraterne, rilanciare diplomazia, dialogo, negoziato, multilateralismo, ascolto delle vittime e disarmo delle parole. La pace non è assenza di conflitto a qualunque costo, ma frutto di giustizia, memoria, riconoscimento delle vittime e responsabilità politica.
La conclusione ritorna al centro teologico del testo: l’Incarnazione. Contro ogni sogno di umanità disincarnata, potenziata e autosufficiente, il documento contempla il Verbo che si fa carne fragile. Cristo mostra che l’umano non viene salvato eliminando il limite, ma abitandolo con amore. Da qui nasce un programma pratico: restare fedeli alla verità, investire nell’educazione, curare le relazioni, amare giustizia e pace, entrare nel “cantiere” del tempo presente come Neemia, non da spettatori rassegnati ma da costruttori responsabili.
Commento critico
Il pregio maggiore del documento è il suo equilibrio. Non è un testo tecnofobico: riconosce con gratitudine le possibilità della scienza e della tecnica. Ma non è nemmeno ingenuamente tecnofilo: ricorda che ogni tecnologia nasce dentro rapporti di potere, interessi economici, visioni dell’uomo e modelli sociali. La sua domanda di fondo non è: “L’IA è buona o cattiva?”, ma: “Quale idea di uomo, di società e di futuro stiamo incorporando nell’IA?”.
Il secondo punto forte è l’aver spostato il discorso dall’etica individuale alla giustizia strutturale. Spesso si parla di IA in termini di privacy, bias, sicurezza o trasparenza. Il documento include questi temi, ma va oltre: si chiede chi possiede i dati, chi controlla le piattaforme, chi trae profitto dall’automazione, chi resta escluso, chi viene sorvegliato, chi paga il costo ambientale e sociale dell’infrastruttura digitale(ma questo sarà certamente oggetto di pubblicazione di ulteriori documenti “chiarificatori “ ). In questo senso è un testo molto coerente con la Dottrina sociale della Chiesa.
Molto riuscita è anche la struttura simbolica Babele/Gerusalemme. Babele rende bene l’idea di una tecnologia che promette unità ma produce dominio, uniformità e dispersione. Gerusalemme, invece, richiama una ricostruzione lenta, plurale, comunitaria, fatta di responsabilità condivisa. È una metafora efficace perché evita sia il catastrofismo sia l’ottimismo superficiale: il futuro non è già deciso, dipende dal tipo di “cantiere” che scegliamo di abitare.
Il documento ha però anche alcuni limiti. In certi passaggi è molto ampio e programmatico: indica criteri morali alti, ma meno spesso traduce questi criteri in strumenti concreti di governance. Per esempio, sarebbe utile un maggiore dettaglio su audit algoritmici, valutazioni indipendenti d’impatto, responsabilità legale dei produttori, tutela dei dati sanitari, uso dell’IA in medicina, modelli pubblici o cooperativi di infrastruttura digitale. La forza profetica è notevole; la parte operativa potrebbe essere ulteriormente sviluppata.
Un secondo limite è che il linguaggio teologico, molto ricco, potrebbe risultare meno accessibile a lettori non credenti. Tuttavia, molti contenuti possono essere tradotti in un’etica civile condivisa: dignità, responsabilità, controllo democratico, protezione dei fragili, giustizia sociale, pace, trasparenza, diritto alla verità. Il documento è confessionale nella radice, ma universale nell’intenzione.
Per un medico, infine, il testo offre un criterio particolarmente importante: nessuna IA deve trasformare il paziente in un insieme di dati separati dalla sua storia, dalla sua fragilità, dal suo contesto familiare e dalla sua dignità personale. L’IA potrà aiutare nella diagnosi, nel monitoraggio, nella prevenzione, nella gestione dei dati e forse anche nel ridurre errori; ma non potrà sostituire quella relazione clinica in cui ascolto, prudenza, responsabilità e compassione restano insostituibili.
In sintesi, Magnifica Humanitas è un documento ampio, ambizioso e culturalmente denso. La sua tesi più importante può essere formulata così: l’intelligenza artificiale sarà umanizzante solo se sarà inserita dentro una civiltà della responsabilità, della giustizia e della cura; altrimenti rischierà di diventare una nuova forma di dominio, più invisibile e più pervasiva delle precedenti.
L’Ebola alza la testa ma per fortuna e’ ancora lontana
Mentre scriviamo, in Congo si registrano (con numeri in continuo aggiustamento) quasi 600 sospetti e 139 decessi, ma e’ probabile che il numero dei casi sia ampiamente sottostimato.
L’Ecdc (Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie) invita i paesi Eu a rafforzare la propria preparazione adeguandosi alle eventuali modifiche della situazione. E’ fondamentale, ad esempio, lo screening dei soggetti in uscita dai paesi colpiti dall’epidemia, identificando i viaggiatori sintomatici e impedendo loro di viaggiare, salvo invitarli a contattare immediatamente il medico in caso di insorgenza di sintomi sospetti.
L’Ecdc ricorda che la trasmissione richiede il contatto diretto con sangue, secrezioni, organi o altri fluidi corporei di persone o animali infetti, vivi o morti, tuttavia tali evenienze non sono scartabili a priori nel caso, ad esempio, di rapporti intimi intra o extrafamiliari, ferite accidentali e simili.
Sono stati anche evidenziati altri fattori di rischio che invitano alla maggiore prudenza: ad esempio l’espansione dell’epidemia in diverse aree urbane nonche’ i decessi tra operatori sanitari, che indicano una trasmissione associata all’assistenza sanitaria.
Volendo fare paragoni con la passata epidemia di Covid-19, sono evidenti alcune fondamentali differenze: il virus Ebola sembra complessivamente molto meno contagioso ma in compenso ha una letalita’ molto piu’ alta. E’ importante considerare che l’epidemia e’ causata dal virus Bundibugyo, per il quale al momento non esistono vaccini autorizzati né trattamenti specifici.
L’Ecdc, per il momento, continua a monitorare la situazione e fornirà aggiornamenti epidemiologici, informazioni sulla situazione e valutazioni del rischio per tutta la durata dell’attuale epidemia di malattia da Ebola, dichiarata ad alto rischio ma, per ora, solo a livello regionale.
Senza percio’ arrivare ad una situazione di panico ingiustificato, e’ importante che le Autorita’ mantengano un alto livello di attenzione collaborando con l’ OMS e le altre strutture sanitarie internazionali.
Daniele Zamperini
https://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/ebola-l-oms-conferma-l-emergenza-internazionale-rischio-alto-a-livello-regionale-51-casi-confermati-nella-rdc-e-due-in-uganda/
IA: se la IA fosse l’inizio della nostra fine, ovvero la “fine dell’umano…”
Un timore angoscioso e ricorrente per gli “umani” che studiano la Intelligenza Artificiale è se noi, a forza di convivere con macchine intelligenti, stiamo diventando meno capaci di pensare, sentire, decidere e quindi vivere…. come esseri umani….
Con l’aiuto di Paolo Ercolani, filosofo docente universitario che da decenni si occupa di IA, proviamo ad effettuare una riflessione “colta” ma fondata sulla nostra storia e quindi sul nostro patrimonio culturale(1).
Il punto di partenza è il cosiddetto “test di Turing capovolto”. Nel test classico ci si chiedeva se una macchina potesse imitare così bene l’intelligenza umana da diventare indistinguibile da un essere umano. Qui, invece, la prospettiva viene rovesciata: non è più solo la macchina che imita l’uomo, ma è l’uomo che rischia di adattarsi alla macchina,ovvero di diventare “artificiale”. L’IA cresce nutrendosi dei prodotti dell’intelligenza umana, testi, immagini, dati, comportamenti, decisioni, ma nello stesso tempo l’uomo, interagendo continuamente con l’IA e con gli algoritmi, rischia di pensare e agire in modo sempre più automatico, meccanico, reattivo.
Per spiegare questo rischio, l’autore individua quattro dimensioni fondamentali dell’umano, richiamandosi a quattro parole di origine greca: logos, pathos, demos e cronos. Il logos riguarda il pensiero, lo studio, la parola; il pathos riguarda le emozioni, la sensibilità, l’empatia; il demos riguarda la vita sociale e politica; il cronos riguarda il tempo, la finitudine, il rapporto dell’uomo con la morte e con il limite. Secondo l’autore, proprio queste quattro dimensioni vengono trasformate, indebolite o minacciate dall’interazione sempre più pervasiva con le tecnologie digitali e con l’IA.1. Il logos: pensare meno, reagire di più
Oggi, però, gran parte dell’informazione passa attraverso social network, piattaforme digitali e motori algoritmici. Questi strumenti non ordinano le notizie in base alla loro verità, alla loro importanza civile o alla loro qualità giornalistica, ma spesso in base alla capacità di generare attenzione, reazioni, permanenza online, profitto.
La prima dimensione è quella del logos, cioè la capacità di studiare, ragionare, parlare, discutere, argomentare. Qui l’autore riprende una lezione importante di Marshall McLuhan: i mezzi di comunicazione non sono strumenti neutri. Non sono semplicemente oggetti che usiamo bene o male a seconda delle nostre intenzioni. Al contrario, ogni tecnologia ci modifica. Cambia il nostro modo di percepire il mondo, di informarci, di comunicare, di ricordare, di discutere.
Applicato al mondo digitale, questo significa che internet, smartphone, social network e IA non si limitano a darci informazioni: cambiano il nostro modo di costruire il pensiero. L’autore richiama diversi studi che parlano di riduzione dell’attenzione, perdita della concentrazione, impoverimento del linguaggio, difficoltà di memoria e aumento dell’analfabetismo funzionale. Quest’ultimo è un punto particolarmente importante: non si tratta di persone che non sanno leggere, ma di persone che leggono senza comprendere veramente, senza rielaborare, senza saper discutere in modo critico ciò che hanno letto.
Il problema, dunque, non è soltanto che ci informiamo online. Il problema è che spesso ci informiamo in modo frammentario, rapido, emotivo, algoritmico. La rete tende a mostrarci ciò che conferma i nostri gusti e i nostri pregiudizi. I social favoriscono risposte brevi, aggressive, polarizzate. La parola non viene più usata per cercare insieme la verità, ma spesso per colpire, semplificare, insultare, schierarsi.
In questo contesto l’IA generativa introduce un passaggio ulteriore. Sempre più persone non si limitano a cercare informazioni con strumenti digitali, ma delegano direttamente all’IA la produzione di testi, riassunti, elaborati, idee, argomentazioni. Il rischio non è che l’IA scriva al posto nostro una singola relazione. Il rischio più profondo è che, abituandoci a delegare il lavoro mentale, perdiamo allenamento nel pensare. In questo senso l’uomo rischia di diventare “funzionante” ma non pensante: rapido, efficiente, adattato al sistema, ma meno capace di riflessione autonoma.
2. Il pathos: più connessi, ma più soli
La seconda dimensione è il pathos, cioè la vita emotiva: passioni, sentimenti, empatia, capacità di sentire se stessi e gli altri. Qui l’autore si concentra soprattutto sui giovani, cresciuti fin dall’infanzia dentro un ambiente digitale permanente.
La descrizione è molto netta: i ragazzi appaiono sempre connessi, sempre in relazione, sempre visibili sui social, ma dietro questa superficie colorata e apparentemente vivace si nascondono spesso solitudine, ansia, insicurezza, senso di inadeguatezza. La connessione continua non coincide necessariamente con la relazione vera. Avere molti contatti, ricevere like, scambiare messaggi, pubblicare immagini della propria vita non significa sentirsi realmente ascoltati, compresi, accolti. Secondo l’autore, la vita online produce una sorta di “vetrinizzazione” permanente: ci si sente sempre esposti, sempre giudicati, sempre osservati. Questo può generare ansia, soprattutto negli adolescenti, perché l’identità personale si costruisce sotto lo sguardo continuo degli altri. Il telefono diventa così non solo uno strumento, ma quasi un ambiente emotivo: rassicura e imprigiona nello stesso tempo.
Il passaggio più delicato riguarda l’empatia. Le relazioni faccia a faccia richiedono tempo, sguardo, voce, esitazioni, ascolto, corporeità. Le connessioni digitali, invece, sono spesso rapide, fredde, intermittenti. Ci si abitua a interagire con profili più che con persone, con messaggi più che con dialoghi, con reazioni immediate più che con comprensione profonda. Da qui l’idea di una possibile “fine dell’empatia”: non perché l’essere umano non sia più capace di provare emozioni, ma perché rischia di disabituarsi alla relazione reale.
Il paradosso è molto umano: molti giovani capiscono che la dimensione digitale li fa stare male, ma temono di uscirne perché hanno paura di restare esclusi, isolati, tagliati fuori. È il meccanismo oggi spesso chiamato fear of missing out: paura di perdersi qualcosa, paura di non esserci, paura di non partecipare al flusso continuo della vita online. Così si resta dentro un ambiente che produce disagio proprio per paura del disagio che deriverebbe dall’uscirne.
3. Il demos: una democrazia fragile nell’epoca degli algoritmi
La terza dimensione è il demos, cioè la vita collettiva, sociale e politica. L’autore sostiene che anche la democrazia viene messa in difficoltà dalla trasformazione digitale.
[i]Una democrazia sana ha bisogno di almeno due condizioni: un’informazione libera, competente e professionale; e cittadini capaci di pensiero critico. Se manca una delle due, la democrazia si indebolisce.
Questo crea un problema enorme: notizie vere e false possono circolare nello stesso ambiente, con la stessa veste grafica, spinte o nascoste da criteri che l’utente non conosce. L’algoritmo decide cosa vediamo, quanto lo vediamo, con quali contenuti veniamo raggiunti. E lo fa non per formarci come cittadini, ma per trattenerci come utenti.
L’autore parla perciò di governance algoritmica: una forma di potere non sempre visibile, non sempre controllabile democraticamente, che orienta gusti, opinioni, emozioni, paure, indignazioni. Il rischio è che il cittadino non sia più davvero libero di informarsi, ma venga guidato dentro bolle informative che confermano ciò che già pensa. Da qui il legame tra “post-verità” e “post-democrazia”: se diventa difficile distinguere il vero dal falso, e se diminuisce la capacità critica delle persone, anche la democrazia perde solidità.
In questa parte il documento richiama anche il tema del capitalismo della sorveglianza (2). Le grandi piattaforme raccolgono dati sui nostri comportamenti, li trasformano in previsioni, li usano per orientare consumi, scelte, preferenze. L’essere umano viene ridotto al proprio comportamento online: ciò che clicca, guarda, compra, commenta, desidera. Il rischio è che la persona venga trattata sempre meno come soggetto libero e sempre più come insieme di dati manipolabili.
4. Il cronos: il rifiuto del limite e il sogno dell’immortalità
La quarta dimensione è il cronos, cioè il tempo. L’uomo è umano anche perché sa di essere finito. Nasce, cresce, invecchia, muore. Questa consapevolezza del limite è dolorosa, ma è anche una parte essenziale della nostra umanità. Ci obbliga a dare valore al tempo, alle relazioni, alle scelte, alla memoria, alla cura.
Secondo l’autore, alcune correnti legate al transumanesimo e alla cultura tecnologica contemporanea promettono invece il superamento del limite umano. L’idea è che l’uomo possa potenziarsi attraverso la tecnologia, fondersi progressivamente con le macchine, diventare cyborg, trasferire la propria coscienza in ambienti digitali, forse perfino conquistare una forma di immortalità virtuale.
L’autore considera questa promessa come una specie di nuova religione senza Dio: non promette il paradiso ultraterreno, ma una sopravvivenza tecnologica; non parla di anima immortale in senso religioso, ma di mente caricata in un avatar o in un metaverso. In questa prospettiva il limite biologico, il corpo, la fragilità, la morte non vengono più accettati come parte della condizione umana, ma vissuti come difetti tecnici da correggere.
Qui il rischio di disumanizzazione è radicale: se essere umani significa anche essere corporei, fragili, mortali, dipendenti dagli altri, allora il sogno di superare completamente queste condizioni potrebbe non rappresentare il perfezionamento dell’umano, ma la sua cancellazione. Il progetto di una “superumanità” potrebbe trasformarsi nel progetto di un mondo senza l’umano come lo abbiamo conosciuto.
Tra Orwell e Huxley: il pericolo non è solo ciò che temiamo, ma ciò che desideriamo
Nella parte conclusiva il documento propone un confronto molto efficace tra due grandi immagini letterarie del Novecento: 1984 di George Orwell e Mondo nuovo di Aldous Huxley.
Orwell immaginava una società controllata dal dolore, dalla repressione, dalla censura, dalla paura. Huxley immaginava invece una società controllata dal piacere, dall’intrattenimento, dalla superficialità, dall’eccesso di informazioni inutili. Secondo l’autore, la nostra epoca assomiglia più a Huxley che a Orwell. Non siamo necessariamente oppressi da un tiranno che ci impedisce di pensare; rischiamo piuttosto di smettere volontariamente di pensare perché distratti, sedotti, intrattenuti, iperconnessi.
Questa è forse l’intuizione più forte del testo: il pericolo non viene solo da ciò che ci spaventa, ma anche da ciò che desideriamo. Desideriamo comodità, velocità, efficienza, potenziamento, immortalità, controllo, piacere immediato. La tecnologia promette di realizzare molti di questi desideri. Ma se non impariamo a governarla, potremmo pagare un prezzo altissimo: perdere proprio quelle qualità che rendono umana la vita umana.
Riflessione finale
Il documento non è un rifiuto ingenuo della tecnologia. L’autore riconosce che l’IA può avere applicazioni straordinarie: in medicina, nella ricerca scientifica, nella disabilità, nell’ambiente, nell’economia. Il punto non è dire “IA sì” o “IA no”. Il punto è chiedersi: chi controlla questa tecnologia? Con quali fini? Con quali limiti? A vantaggio di quale idea di uomo?
La domanda di fondo, quindi, non è soltanto se l’IA diventerà più intelligente dell’uomo: lo è già! La domanda più importante è se l’uomo saprà restare umano mentre usa l’IA. Restare umano significa continuare a pensare con la propria testa, coltivare relazioni vere, difendere la democrazia, accettare il limite, educare il desiderio, non delegare tutto alla macchina. L’IA può essere uno strumento potentissimo, ma se diventa l’ambiente totale dentro cui pensiamo, sentiamo, scegliamo e speriamo, allora il rischio non è solo tecnologico: è antropologico.
Riccardo De Gobbi e Giampaolo Collecchia
Bibliografia
1) P. Ercolani: Fine dell’umano? In Umana troppo umana: la IA e Noi- Micromega n.6/2024
2) S. Zuboff. Il capitalismo della sorveglianza, LUISS, 2019
Per approfondimenti:
Giampaolo Collecchia e Riccardo De Gobbi: Intelligenza Artificiale e Medicina Digitale Il Pensiero Scientifico Ed. Roma 2020
http://pensiero.it/catalogo/libri/pubblico/intelligenza-artificiale-e-medicina-digitale[/b]