Bypass coronarico, antiaggreganti e Intelligenza Artificiale
Gestione del paziente ricoverato per una malattia infiammatoria ...
Abelacimab nella fibrillazione atriale
AACE - Linee guida 2026 sul diabete di tipo 2
Come prevenire le recidive di calcolosi renale
Un possibile nuovo modello predittivo per il rischio cardiovascolare
PCI con ecografia intravascolare
Ossa e celiachia: oltre il T-score
Inibitori del DPP-1 nelle bronchiectasie
Novità in Gazzetta Ufficiale 11 - 17 aprile 2026Bypass coronarico, antiaggreganti e Intelligenza Artificiale
Avvertenza: Abbiamo deciso di riportare questo caso reale perchè la Intelligenza Artificiale a volte si rivela davvero un utile aiuto per il medico che deve rispondere a una domanda clinica difficile. Nella pratica quotidiana, una domanda come quella del caso riportato mette in difficoltà molti medici di medicina generale, non per mancanza di competenze di base, ma perché le evidenze sono sparse, controverse e non immediatamente traducibili in una decisione clinica semplice.
Il signor Luca, 68 anni, è stato sottoposto 7 anni fa a bypass coronarico per sindrome coronarica acuta (SCA). Sta bene, non fuma, non è diabetico, fa vita attiva (4 o 5 volte alla settimana percorre a passo veloce circa 7 km), adotta una dieta di tipo mediterraneo (con qualche distrazione ogni tanto), non beve, ha un BMI di 23. La sua pressione arteriosa è mediamente di 120/70 mmHg, la frequenza cardiaca a riposo di 55-65 bpm. Gli ultimi accertamenti mostrano un colesterolo LDL a target (45 mg/dl) mentre l'ecocardiogramma evidenzia una frazione di eiezione normale (55%). Il figlio Giulio, 26 anni, sta per laurearsi in medicina. Durante una ricerca per la tesi di laurea si imbatte in uno studio che suggerisce la superiorità del clopidogrel rispetto all'aspirina nei pazienti sottoposti a PCI [1]. Dice quindi al padre che secondo lui dovrebbe sospendere l'ASA che sta assumendo da 7 anni e passare al clopidogrel. Luca, per sicurezza, decide di interpellare il medico curante. Costui si prende del tempo per fare alcune ricerche. Tuttavia nel mare magnum degli studi non riesce a trovare una risposta alla domanda di Luca, quindi decide di consultare un chatbot di AI.
Risposta del chatbot
Ti consiglio la lettura di un interessante Viewpoint pubblicato da JAMA Cardiology [2] che parte da una constatazione: le raccomandazioni attuali sulla terapia antiaggregante post-CABG derivano in larga misura da evidenze generate in pazienti con PCI o trattati medicalmente, popolazioni con biologia, profili di rischio e traiettorie cliniche fondamentalmente diversi. Tuttavia a differenza della PCI, il CABG non tratta semplicemente una lesione indice: crea nuovi collaterali verso segmenti coronarici distali, proteggendo anche contro la progressione di malattia nei segmenti prossimali ad alto rischio. Questo spiega i tassi consistentemente bassi di infarto spontaneo e reintervento dopo CABG. I meccanismi di fallimento del graft venoso seguono un pattern temporale ben definito: nella fase postoperatoria precoce predomina la trombosi acuta da attivazione piastrinica; dopo poche settimane il graft si riendotelizza, e da qualche mese dopo l'intervento il meccanismo dominante diventa un processo aterosclerotico accelerato. La DAPT (duplice terapia antiaggregante) migliora la pervietà dei graft: in una metanalisi di 4 trial, un anno di DAPT con ticagrelor ha quasi dimezzato il fallimento del graft venoso rispetto alla sola aspirina. Però, osservano gli autori, i miglioramenti nella pervietà con DAPT prolungata non si sono tradotti in beneficio clinico consistente: la stessa metanalisi ha rilevato che il sanguinamento clinicamente rilevante è quasi triplicato con la DAPT di 1 anno, colpendo 1 paziente su 5. Due studi recenti convergono nella stessa direzione: il trial TACSI (2201 pazienti post-CABG per SCA) ha mostrato che la DAPT con ticagrelor per 1 anno non riduce gli eventi ischemici rispetto alla sola aspirina, causando però più sanguinamenti e più eventi clinici netti avversi. Il trial TOP-CABG (2290 pazienti, prevalentemente con coronaropatia cronica) ha dimostrato che 3 mesi di DAPT seguiti da aspirina sono non-inferiori a 12 mesi di DAPT per la pervietà del graft, con significativamente meno sanguinamenti. Gli autori propongono una DAPT di breve durata, sufficiente a prevenire la trombosi precoce del graft e a migliorarne la pervietà, riducendo al minimo il rischio emorragico.
Domanda del medico
Benissimo, tutto chiaro, ma quali conclusioni secondo te si possono trarre?
Risposta del chatbot
L'editoriale ha il merito di inquadrare finalmente la questione in chiave fisiopatologica anziché empirica. L'argomento centrale è che il rischio ischemico post-CABG è concentrato nelle primissime settimane (trombosi del graft), dopodiché il meccanismo dominante di fallimento diventa l'aterosclerosi accelerata, su cui la DAPT ha scarso impatto ma il rischio emorragico continua ad accumularsi. Pertanto, prolungare la DAPT oltre la fase critica è discutibile.
Due aspetti meritano però attenzione critica. Anzitutto la durata ottimale rimane una questione aperta: passare da 12 mesi a 3 mesi o a un periodo ancora più breve (1 mese?)
Inoltre va considerata l'eterogeneità del paziente. Lo schema proposto (DAPT breve → aspirina) rischia di essere troppo uniforme. Pazienti ad alto rischio trombotico residuo (graft multipli venosi, funzione ventricolare depressa, diabete, insufficienza renale) potrebbero beneficiare di strategie personalizzate che questo framework non contempla ancora.
Domanda del medico
Quindi in soldoni: in molti pazienti con bypass potrebbe essere indicata una DAPT di qualche mese seguita da solo ASA?
Risposta del chatbot
Sì. Per i pazienti operati per coronaropatia cronica (CCD), i dati di TOP-CABG suggeriscono già che 3 mesi di DAPT → aspirina siano non inferiori a 12 mesi di DAPT in termini di pervietà dei graft, con meno sanguinamenti.
Per i pazienti operati per SCA, il trial TACSI ha sorprendentemente mostrato che 12 mesi di DAPT non portano vantaggi ischemici rispetto alla sola aspirina, anzi aumentano il rischio emorragico netto. Questo mette seriamente in discussione il prolungamento automatico della DAPT a 1 anno anche in questa categoria, che fino a ieri sembrava la più "protetta" da questa scelta.
Il razionale biologico è convincente: il graft venoso si riendotelizza in poche settimane → il rischio trombotico acuto si esaurisce presto → oltre quella finestra temporale, tenere la DAPT significa accumulare rischio emorragico senza un reale bersaglio biologico da colpire.
Le incognite che restano: quanto breve può essere la DAPT? 3 mesi? 1 mese (trial ODIN in corso)? Meno? Non lo sappiamo, è una questione ancora aperta.
Il timing di inizio conta: i dati pooled suggeriscono che iniziare il ticagrelor entro 48 ore dall'intervento sia importante per proteggere il graft nella fase più vulnerabile.
Pazienti con graft multipli venosi, bassa FE, diabete, IRC potrebbero avere un profilo di rischio tale da richiedere strategie individualizzate. Questo framework uniforme non li contempla ancora bene.
Domanda del medico
Tutti i medici hanno vari pazienti sottoposti a bypass coronarico. Come è possibile che finora si siano fatti così pochi studi su questa popolazione?
Risposta del chatbot
Ha messo il dito sulla piaga. Si tratta di una contraddizione imbarazzante: la gestione della terapia antiaggregante dopo bypass coronarico si basa su evidenze deboli o derivate da popolazioni biologicamente diverse, in un campo dove si eseguono circa 1 milione di interventi l'anno nel mondo. È una lacuna enorme per una procedura così comune. Perché si è così in ritardo?
Probabilmente perché il CABG è storicamente territorio della cardiochirurgia, mentre la ricerca sugli antiaggreganti è stata trainata dalla cardiologia interventistica (PCI). C'è stato un gap culturale nel disegnare trial dedicati alla popolazione chirurgica.
Domanda del medico
Bene, veniamo però al mio paziente, a Luca, cosa gli devo rispondere? Sospendo l'ASA e passo a clopidogrel o un altro antiaggregante di questa classe?
Risposta del chatbot
Questo è un caso diverso. L'editoriale che ti ho segnalato riguarda la fase perioperatoria e postoperatoria precoce — le prime settimane/mesi dopo il bypass, quando il graft è vulnerabile alla trombosi acuta. Luca ha già superato quella finestra da 7 anni. I suoi graft venosi, se pervii, sono ora in una fase di stabilità relativa o di lenta progressione aterosclerotica.
È asintomatico, funzionalmente eccellente (7 km a passo veloce a 7 anni da un bypass post-SCA è un risultato notevole), e sta assumendo ASA che — nella fase cronica — rimane il cardine della prevenzione secondaria dopo CABG. Non c'è nulla nei dati attuali che suggerisca di cambiare questa strategia. Passare a un inibitore del P2Y12? Questa scelta nel paziente stabile post-CABG non ha una base di evidenza solida. Il PEGASUS-TIMI 54 ha testato ticagrelor a basso dosaggio (60 mg x2) a lungo termine post-SCA con modesto beneficio ischemico ma più sanguinamenti, e riguardava pazienti con pregresso infarto, non specificamente post-CABG. Non è uno scenario paragonabile.
Aggiungere un secondo antiaggregante? Lo sconsiglio: a 7 anni dall'intervento, in un paziente asintomatico e funzionalmente integro, non esiste un razionale biologico per intensificare la terapia antiaggregante. Il rischio emorragico supererebbe quasi certamente qualsiasi beneficio teorico. Cosa dovresti fare: lasciare ASA, ottimizzare il resto della prevenzione secondaria — statina a dose adeguata con LDL ben controllato, pressione, glicemia se diabetico — e continuare il monitoraggio clinico periodico. La terapia che funziona non si cambia senza un motivo preciso.
Dai dati che riferisci Luca mi sembra ben gestito, non diabete, non fuma, non beve, dieta mediterranea, attività fisica molto buona colesterolo LDL a target, FE conservata. Insomma: Nel paziente stabile a distanza di anni da CABG, ASA rimane lo standard; non esistono evidenze per switch routinario ad altro antiaggregante.
Commento del medico
Insomma come diceva il buon Nereo Rocco: squadra che vince non si cambia. Ma forse tu non sai chi era Nereo Rocco.
Risposta del chatbot
Tu mi sottovaluti. Nereo Rocco, triestino, noto soprattutto come allenatore del Milan, detto il paron. Una volta, prima della partita Padova-Juventus (allora Rocco allenava il Padova) un giornalista gli rivolse un augurio: "Vinca il migliore". Il paron rispose: "Ciò, sperem de no…"
Commento nostro
Il chatbot ha dimostrato di avere non solo memoria di silicio, ma anche un pizzico di 'senso della panchina'. Perché in medicina, come a San Siro, non conta solo avere l'ultimo schema tattico (lo studio dell'anno), ma saper leggere la partita che sta giocando il tuo mediano (il signor Luca). E se il mediano corre ancora 7 km a partita senza fiatone... lasa pur ch'el cora(lascia pure che corra).
Renato Rossi
Bibliografia
1. Kang J, et al. Aspirin versus clopidogrel for chronic maintenance monotherapy after percutaneous coronary intervention: 10-year follow-up of the HOST-EXAM trial. Lancet 2026 Apr 11; 407:1439. DOI: 10.1016/S0140-6736(26)00422-8.
2. Sandner S, De Caterina R, Gaudino M. Antiplatelet Therapy After CABG—Toward a Mechanistic Approach. JAMA Cardiology. April 22, 2026. doi: 10.1001/jamacardio.2026.0840
Gestione del paziente ricoverato per una malattia infiammatoria cronica intestinale riacutizzata
Le malattie infiammatorie croniche intestinali (MICI) - morbo di Crohn e colite ulcerosa - possono richiedere ricovero ospedaliero per esempio in caso di riacutizzazioni severe, complicanze (ascessi, occlusione, perforazione), fallimento della terapia ambulatoriale. Un articolo pubblicato su Gastroenterology passa in rassegna le raccomandazioni per ottimizzarne la gestione.
Di seguito una sintesi.
1. Valutazione iniziale (prime 24 ore). Anzitutto escludere infezioni che possono simulare una riacutizzazione o peggiorarla: Test per Clostridioides difficile CMV nei casi selezionati
2) Valutare severità e complicanze. Esami: PCR, emocromo, albumina; imaging/endoscopia se indicato
3) Valutazione nutrizionale. Screening precoce e correzione delle eventuali carenze (ferro, B12, vitamina D)
4) Supporto generale. Durante il ricovero: Fluidi ev ed elettroliti
5) Profilassi tromboembolismo venoso. Obbligatoria salvo presenza di controindicazioni
6) Gestione del dolore. Quando possibile evitare gli oppioidi quando possibile e cautela con i FANS
7) Terapia specifica per la colite ulcerosa severa: corticosteroidi ev come trattamento di prima linea; rivalutazione a 3–7 giorni; se mancata risposta: infliximab, ciclosporina, JAK-inibitori. Nei asi non responsivi alla terapia medica valutare opzione chirurgica (colectomia)
8) Terapia specifica per il morbo di Crohn: se occlusione intestinale raccomandati il riposo intestinale, l'uso di sondino nasogaxtrico, eventuali steroidi o chirurgia; se ascessi la terapia si basa su antibiotici ed eventuale drenaggio; in caso di malattia perianale: approccio combinato medico e chirurgico (se ascesso o fistola con raccolta: incisione e drenaggio + antibiotici + infliximab o altro anti-TNF; una volta risolta l'infiammazione programmare chirurgia definitiva)
9) Ruolo dell'endoscopia: Utile per confermare l'attività della malattia ed escludere infezioni. Spesso in fase acuta viene preferita la sigmoidoscopia flessibile
10) Necessario un approccio multidisciplinare (gastroenterologo, chirurgo, nutrizionista, infermieri specializzati) perchè associato a migliori outcome clinici
11) Fondamentali per ridurre ri-ospedalizzazioni: un piano terapeutico chiaro, un follow-up precoce, l'educazione del paziente, l'ottimizzazione terapia di mantenimento
Che dire? Queste raccomandazioni hanno lo scopo di ridurre i ritardi terapeutici e la variabilità di gestione tra centri. Riflette un cambio di paradigma. Prima si preferiva un'attesa prolungata per valutare la risposta agli steroidi, ora vengono privilegiate decisioni rapide e aggressive e una escalation precoce (biologici/JAK) in modo da ridurre le colectomie urgenti, le complicanze e la durata dei ricoveri. Il messaggio conclusione è che la gestione ottimale del paziente ricoverato per riacutizzazione di una MICI dipende dalla tempistica, dalla coordinazione del team e dalla standardizzazione dei percorsi.
Renato Rossi
Bibliografia
Cohen-Mekelburg S, Hashash JG, Loftus EV Jr, Rubin DT. AGA Clinical Practice Update on Inpatient Management of Adults With Inflammatory Bowel Disease: Expert Review. Gastroenterology. 2026 Feb;170(2):408-417. doi: 10.1053/j.gastro.2025.08.039. PMID: 41579011.
Abelacimab nella fibrillazione atriale
Abelacimab è un anticorpo monoclonale completamente umano che agisce legandosi al Fattore XI (FXI) della coagulazione del sangue e lo blocca. In questo modo impedisce l’attivazione della cascata coagulativa e riduce il rischio trombotico. Per questo motivo ne è stato proposto l'uso nella fibrillazione atriale.
Nello studio di fase 2 AZALEA-TIMI 71 è stato confrontato con rivaroxaban (un DOAC = Direct Oral Anticoagulant) che invece si lega direttamente al Fattore Xa attivo ne blocca l’attività enzimatica. Il trial ha arruolato 1287 pazienti con FA randomizzati a abelacimab* sottocute mensile (90 mg o 150 mg), oppure Rivaroxaban* orale quotidiano (20 mg/die, ridotto a 15 mg se necessario).
Sia nei pazienti di età <75 che ≥75 anniabelacimab ha mostrato un rischio significativamente inferiore di sanguinamenti maggiori o clinicamente rilevanti non maggiori rispetto al rivaroxaban.
Negli anziani (anche in quelli che assumono contemporaneamente un antiaggregante) l’effetto protettivo di abelacimab è apparso ancora più pronunciato in termini di riduzione assoluta dei sanguinamenti.
Questo permette agli autori di concludere che l’inibizione del fattore XI con abelacimab potrebbe offrire una strategia anticoagulante più sicura, soprattutto in pazienti anziani con FA, che sono a maggior rischio emorragico.
Che dire?
La fibrillazione atriale è molto comune negli individui più anziani, e il rischio di sanguinamento è una delle principali limitazioni nell’uso degli anticoagulanti standard. Invece di bloccare i fattori finali della coagulazione (come fanno i farmaci tradizionali), l’inibizione del fattore XI è una strategia teoricamente più sicura, perché potrebbe preservare l’emostasi fisiologica pur prevenendo la trombosi.
Tuttavia lo studio qui recensito è di fase 2, quindi non sufficiente per modificare la pratica clinica standard: sono necessari studi di fase 3, più ampi e con follow-up più lungo. Inoltre lo studio ha analizzato principalmente i sanguinamenti, ma non aveva sufficiente potere statistico per dimostrare una chiara riduzione degli eventi tromboembolici, che sono l’altro lato critico nella gestione della FA.
Pertanto se confermato in studi più ampi, l’approccio con abelacimab potrebbe cambiare il ytrattamento anticoagulante per molti pazienti con FA, in particolare quelli con elevato rischio di sanguinamento (ad esempio anziani o con comorbilità). Tuttavia, per ora rimane promettente ma preliminare.
Renato Rossi
Bibliografia
Al Said S, Patel SM, Giugliano RP, Morrow DA, Goodrich EL, Murphy SA, Hug B, Parkar S, Chen SA, Goodman SG, Joung B, Kiss RG, Wojakowski W, Weitz JI, Bloomfield D, Sabatine MS, Ruff CT. Abelacimab vs Rivaroxaban in Older Individuals With Atrial Fibrillation: A Prespecified Analysis of the Phase 2b AZALEA-TIMI 71 Trial. JAMA Cardiol. 2026 Feb 4:e255418. doi: 10.1001/jamacardio.2025.5418. Epub ahead of print. PMID: 41637102; PMCID: PMC12874071.
AACE - Linee guida 2026 sul diabete di tipo 2
In questa pillola ci limitiamo a sintetizzare i principi generali di gestione della malattia. Le linee guida si sviluppano peraltro per algoritmi: prediabete, classificazione del diabete, gestione del rischio cardiovascolare e dell'ipertensione, controllo glicemico in presenza di comorbilità e in diabetici senza comorbilità, gestione della terapia insulinica, profilo dei farmaci antidiabetici e per l'obesità, vaccinazioni consigliate. Per ogni argomento le linee guida propongono un'utile infografica riassuntiva. Consigliamo ai lettori la lettura del documento originale liberamente consultabile al link segnalato in bibliografia.
Principi generali di gestione del diabete tipo 2
1. Lo stile di vita rappresenta la base di ogni terapia: attività fisica regolare, dieta sana, stop al fumo e riduzione dell'alcol, sonno adeguato e trattamento dei disturbi del sonno (apnea, insonnia), gestione di stress, disturbi dell’umore e problematiche psicologiche legate al peso.
2. L’eccesso di peso favorisce l'insulino-resistenza e tutte le complicanze le cardiometaboliche. Una perdita di peso ≥5% porta a un miglioramento metabolico; 10–15% o più → benefici cardiometabolici più ampi
3. La scelta dei farmaci non dipende solo dalla glicemia, ma soprattutto dalle malattie associate: scompenso cardiaco, malattia renale cronica,
malattia cardiovascolare aterosclerotica, rischio cardiovascolare elevato, steatosi epatica metabolica, apnea del sonno.
4. La terapia ideale deve essere bilanciata considerando costo, disponibilità, carico di farmaci (politerapia), aderenza del paziente
5. Gli obiettivi glicemici vanno individualizzati. Target generale per molti pazienti: HbA1c ≤6,5% se sicuro. Ridurre l’intensità del target se rischio di ipoglicemia, fragilità o anziani, lunga durata di malattia, malattia cardiovascolare o renale avanzata, disturbi cognitivi o psicologici, aspettativa di vita ridotta.
6. Per il monitoraggio oltre all’HbA1c si usano: glicemia a digiuno e post-prandiale e monitoraggio continuo del glucosio.
Obiettivi principali: Time in range (70–180 mg/dL) >70%, ipoglicemia <4% del tempo, ipoglicemia severa quasi assente, variabilità glicemica bassa.
7. Importante evitare l'inerzia terapeutica: rivalutare ogni 3 mesi, intensificare rapidamente la terapia se non a target, in alcuni casi iniziare subito combinazioni di farmaci. Concetto chiave: raggiungere il target il prima possibile
8. L'ipoglicemia (<70 mg/dL) è associata a eventi avversi e mortalità.
Farmaci con basso rischio ipoglicemico (preferiti): metformina, GLP-1 RA, SGLT2 inibitori, DPP-4 inibitori, GIP/GLP-1 RA, glitazoni.
Farmaci a rischio: sulfaniluree, insulina
9. Il monitoraggio continuo del glucosio è fortemente raccomandato: migliora il controllo glicemico, riduce le ipoglicemie, aumenta il tempo in range. Utile soprattutto in terapia insulinica
10. Il diabete va trattato insieme alle sue complicanze: ipertensione, dislipidemia, danno renale, retinopatia, neuropatia, piede diabetico,
malattia vascolare periferica.
Renato Rossi
Bibliografia
Samson SL, Vellanki P, Blonde L, Hirsch IB, Hoang TD, Isaacs SD, Izuora KE, Low Wang CC, Ooi CP, Padilla BI, Schulman-Rosenbaum R, Twining CL, Umpierrez GE, Valencia WM. American Association of Clinical Endocrinology Consensus Statement: Algorithm for Management of Adults With Type 2 Diabetes - 2026 Update. Endocr Pract. 2026 Apr;32(4):473-518. doi: 10.1016/j.eprac.2026.01.006. Epub 2026 Mar 17. PMID: 41842862. http://www.endocrinepractice.org/article/S1530-891X(26)00022-4/fulltext
Come prevenire le recidive di calcolosi renale
La calcolosi renale è una patologia che tende a recidivare, Si stima che circa un paziente su quattro vada incontro a una recidiva nel giro di 5 anni; la probabilità è ancora più elevata se vi è già stata una recidiva.
Ci sono interventi in grado di ridurre il rischio di recidive? Ha cercato di stabilirlo una revisione sistematica della letteratura [1] di 26 studi clinici randomizzati e 5 non randomizzati.
Nel caso di calcoli di ossalato o di fosfato si è visto che gli interventi efficaci includono: aumentare l'introduzione di acqua o liquidi, la dieta ricca di calcio, povera di proteine e di sodio, i diuretici tiazidici, l'alcalizzazione delle urine con sali di citrato o succo di limone) e l'allopurinolo. Per altri interventi le prove sono limitate.
Da ricordare anche un RCT [2] in cui circa 1700 adulti e adolescenti con anamnesi positiva per calcolosi renale sono stati randomizzati in due gruppi: al primo gruppo veniva somministrato un intervento multicomponente per promuovere l'assunzione di liquidi, al secondo venivano fornite solo delle linee guida (gruppo controllo). Dopo un follow-up di 2 anni non ci sono state differenze nella frequenza di recidive tra i due gruppi (rispettivamente 19% e 20%), forse anche perchè anche nel braccio controllo si ebbe un aumento dell'assunzione di liquidi.
Che dire? Le misure che agiscono sul comportamento dei pazienti (aumentare l'introduzione di liquidi, ridurre sodio e proteine e aumentare il calcio nella dieta) sono interventi semplici e privi di rischio concreti. L'uso di farmaci va riservato a casi selezionati:
- pazienti con recidive frequenti (≥2 episodi)
- pazienti ad alto rischio (es. calcolosi precoce, bilaterale, storia familiare)
- presenza di alterazioni metaboliche documentate (esame urine 24h)
- fallimento delle sole misure dietetiche.
In base al tipo di calcolo e al profilo metabolico:
- diuretici tiazidici: indicati in caso di ipercalciuria e calcoli di calcio ricorrenti
- citrato di potassio: utile in caso di ipocitraturia o urine acide; indicato anche per calcoli di acido urico
- allopurinolo: indicato nei pazienti con iperuricosuria o calcoli di acido urico, ma anche in alcuni casi di calcoli di ossalato associati a elevati livelli di acido urico
- alcalinizzazione urinaria: nei calcoli di acido urico e di cistina
Renato Rossi
Bibliografia
1. Asher GN, et al. Prevention of recurrent nephrolithiasis in adults and children: A systematic review. Ann Intern Med 2026 Mar 24. DOI: 10.7326/ANNALS-25-04452.
2. Desai AC, et al. Prevention of urinary stones with hydration: A randomised clinical trial of an adherence intervention. Lancet 2026 Mar 21; 407:1171. DOI: 10.1016/S0140-6736(25)02637-6.
Un possibile nuovo modello predittivo per il rischio cardiovascolare
Non è chiaro se integrare la genomica con biomarcatori lipidici e infiammatori possa incrementare il valore dei punteggi di rischio tradizionali.
Uno studio ha combinato per la prima volta quattro indicatori di rischio coronarico, ognuno legato a un meccanismo diverso (un punteggio di rischio poligenico per la malattia coronarica (CAD PRS), il colesterolo LDL, la lipoproteina(a) e la proteina C-reattiva ad alta sensibilità (hsCRP)), in un unico modello predittivo.
Sono stati seguiti per 12 anni 215.695 partecipanti del UK Biobank, di età compresa tra 40 e 69 anni, tutti inizialmente sani. Durante il follow-up, hanno sviluppato CAD 4.721 uomini e 2.425 donne.
Gli hazard ratio (HR) per CAD incidente associati all’aumento di ciascun biomarcatore erano:
• 1,79 per CAD PRS (IC 95%: 1,70-1,89)
• 1,60 per LDL-C (IC 95%: 1,48-1,66)
• 1,20 per Lp(a) (IC 95%: 1,12-1,29)
• 1,64 per hsCRP (IC 95%: 1,57-1,72)
Gli individui con tutti i biomarcatori elevati avevano un rischio di CAD 4,65 volte maggiore rispetto a quelli senza biomarcatori elevati.
I biomarcatori hanno mostrato HR più elevati nelle età più giovani (P < 0,0001).
→ 40-49 anni: rischio 13.8 volte superiore
→ 50-59 anni: 4.2 volte
→ 60-69 anni: 2.6 volte
Conclusioni
CAD PRS, LDL-C, hsCRP e Lp(a) mostrano associazioni indipendenti con la CAD, specifiche per età e sesso. Misurare tutti e 4 i biomarcatori può migliorare la previsione del rischio di CAD nella mezza età, sia negli uomini che nelle donne.
In sintesi
Una singola misurazione di 4 biomarcatori ematici (CAD PRS, hsCRP, LDL-C e Lp(a)) in persone apparentemente sane di mezza età predice fortemente la futura incidenza di CAD in entrambi i sessi e lungo tutta la fascia d’età dai 40 ai 69 anni, soprattutto nella fascia 40-49 anni. Il modello, se confermato in altri studi, può identificare persone il cui rischio non verrebbe riconosciuto con i meno sensibili metodi tradizionali, creando un’opportunità di migliore prevenzione primaria.
Giampaolo Collecchia
Riferimento bibliografico
Farah R., Kim M.S., Truong B., et al. Combining genomics with lipid and inflammatory biomarkers to predict coronary artery disease risk: UK Biobank Study. J Am Coll Cardiol. https://doi.org/10.1016/j.jacc.2026.01.076.
PCI con ecografia intravascolare
L'angioplastica coronarica con stent (PCI) può essere eseguita basandosi sul quadro angiografico ma negli ultimi anni sono apparsi studi che la propongono guidata dagli ultrasuoni (ecografia intravscolare = IVUS = IntraVascular UltraSound). In pratica mentre con l'angiografia si vede il vaso da fuori (immagine con contrasto), la IVUS prevede dapprima l'angiografia tradizionale con approccio radiale o femorale che permette di individuare la stenosi e di decidere dove intervenire. In seguito si inserisce la sonda della IVUS che, essendo intravasale permette di stabilire l'entità della stenosi, di valutare la placca (calcifica, fibrosa, lipidica) e di fare una scansione del vaso (pullback). Così si ottiene una “mappa completa” della coronaria: diametro reale del vaso, lunghezza della lesione, punti migliori per posizionare lo stent.
Con la IVUS si decide il diametro dello stent (in modo più preciso dell’angiografia), la sua lunghezza, se serve la predilatazione e la litotrissia o rotablazione (se vi sono calcificazioni). Dopo aver posizionato lo stent lo si espande con un palloncino e si riposiziona la sonda IVUS per verificare se lo stent è ben posizionato, aderente alla parete, se vi sono dissezioni e se la copertura della placca è completa. La IVUS permette di vedere cose che l’angiografia non vede bene: il diametro del vaso, le calcificazioni profonde, gli stent mal espansi.
I vantaggi rispetto alla PCI eseguita solo basandosi sull'angiografia sono evidenti: maggiore precisione, meno complicanze tecniche (es. trombosi dello stent), migliore scelta dello stent.
Tuttavia la IVUS richiede più tempo, è più costosa e necessita di esperienza da parte dell'operatore.
Studi e metanalisi hanno dimostrato che la PCI guidata dalla IVUS è superiore in termine di esiti clinici rispetto alla PCI guidata dalla sola angiografia tanto che le linee guida ESC 2024 raccomandano questa metodica come classe 1A per le lesioni coronariche complesse.
Tuttavia due studi appena pubblicati hanno dato risultati inattesi e mettono in dubbio questa affermazione. Nello studio OPTIMAL (806 pazienti con malattia del tronco comune) non si è riscontrata nessuna differenza significativa negli eventi principali (infarto, ictus, morte, rivascolarizzazione) tra IVUS e angiografia dopo circa 3 anni.
Nello studio IVUS-CHIP (2020 pazienti con lesioni complesse) non c'è stato nessun beneficio significativo dell’IVUS sugli endpoint principali; anzi, trend verso risultati peggiori (non significativo). Tuttavia, l’IVUS ha ridotto significativamente la trombosi dello stent.
Che dire? Come interpretare questi risultati del tutto inaspettati? Un editoriale di accompagnamento cerca di fare chiarezza. Sottolinea per esempio che i due studi sono stati condotti in centri con operatori molto esperti i quali, proprio grazie all'esperienza acquisita con la IVUS, possono aver acquisito ottime capacità anche quando usano solo l'angiografia. Pertanto la IVUS è comunque utile nei centri con meno esperienza e anche come mezzo di apprendimento per migliorare le competenze degli operatori. Ancora: l'IVUS migliora alcuni aspetti tecnici (per esempio l'espansione dello stent) ma non è detto che questo si traduca in migliori esiti clinici. In conclusione: la IVUS potrebbe non essere superiore alla semplice angiografia in centri molto qualificati con operatori molto esperti mentre diverso è il caso di centri con meno esperienza.
La domanda sollevata dai due ultimi trial è dunque: in quali casi usare la IVUS?
Renato Rossi
Bibliografia
Buccheri S et al. Clinical Outcomes Following Intravascular Imaging-Guided Versus Coronary Angiography-Guided Percutaneous Coronary Intervention With Stent Implantation: A Systematic Review and Bayesian Network Meta-Analysis of 31 Studies and 17,882 Patients. JACC Cardiovasc Interv. 2017 Dec 26;10(24):2488-2498. doi: 10.1016/j.jcin.2017.08.051.
Elgendy IYet al. Outcomes With Intravascular Ultrasound-Guided Stent Implantation: A Meta-Analysis of Randomized Trials in the Era of Drug-Eluting Stents. Circ Cardiovasc Interv. 2016 Apr;9(4):e003700. doi: 10.1161/CIRCINTERVENTIONS.116.003700.
Fan Z et al. Intravascular ultrasound versus angiography-guided drug-eluting stent implantation in patients with complex coronary lesions: An updated meta-analysis of nine randomized clinical trials. Anatol J Cardiol. 2019 Sep;22(4):160-167. doi: 10.14744/AnatolJCardiol.2019.86598.
Lee JM et al; RENOVATE COMPLEX-PCI Investigators. Intravascular Imaging- vs Angiography-Guided Complex PCI: 5-Year Outcomes From a Randomized Trial. J Am Coll Cardiol. 2026 Mar 4:S0735-1097(26)00147-6. doi: 10.1016/j.jacc.2026.01.035.
Vrints C et al; ESC Scientific Document Group. 2024 ESC Guidelines for the management of chronic coronary syndromes. Eur Heart J. 2024 Sep 29;45(36):3415-3537. doi: 10.1093/eurheartj/ehae177. Erratum in: Eur Heart J. 2025 Apr 22;46(16):1565. doi: 10.1093/eurheartj/ehaf079.
Testa L et al; OPTIMAL Investigators. IVUS-Guided versus Angiography-Guided PCI in Unprotected Left Main Coronary Disease. N Engl J Med. 2026 Mar 30. doi: 10.1056/NEJMoa2600440. Epub ahead of print. PMID: 41911017.
Diletti R et al. for the IVUS-CHIP Investigators. Intravascular Ultrasound–Guided or Angiography-Guided Complex High-Risk PCI, N Engl J Med. 2026 Mar 30. DOI: 10.1056/NEJMoa2601521
Welt F. Seeing the Left Main Coronary Artery Clearly — Is IVUS Always Necessary?
N Eng J Med. Published March 30, 2026. DOI: 10.1056/NEJMe2602959
Ossa e celiachia: oltre il T-score
Una paziente di 37 anni affetta da celiachia esegue una DXA che mostra:
BMD (Bone Mass Density) della colonna lombare: 0,901 g/cm²
T-score colonna: -1,3
T-score femore destro: -0,9
T-score femore sinistro: -0,6
La paziente porta il referto al Medico di Medicina Generale. Come interpretarlo? Che cosa dire alla paziente?
Il MMG, consapevole dell’importanza crescente dell’inquadramento dell’osteopenia nei pazienti giovani ma del tutto aggiornato in modo specifico su celiachia e metabolismo osseo, si trova di fronte a un dubbio clinico frequente: questi valori indicano una patologia significativa oppure no? È necessario intervenire? Con quali strumenti? Il medico, pur avendo una solida esperienza clinica, riconosce onestamente di non conoscere tutti gli aspetti specifici della fisiopatologia ossea nel paziente giovane con celiachia. Si trova quindi in una situazione comune nella pratica clinica moderna: la necessità di integrare rapidamente le conoscenze con fonti aggiornate e affidabili.
Per questo motivo decide di fare alcune ricerche in rete e non disdegna di utilizzare un modello di linguaggio avanzato (LLM) come supporto decisionale, con l’obiettivo di chiarire alcuni aspetti interpretativi e orientare correttamente l’approccio diagnostico-terapeutico. Va precisato che la AI non sostituisce il giudizio clinico, ma può rappresentare un valido aiuto per accedere in tempi rapidi a informazioni aggiornate e per facilitare il ragionamento clinico. L’uso di tali strumenti, se integrato in modo critico nella pratica clinica, può contribuire a migliorare la qualità delle decisioni, soprattutto in contesti complessi o in ambiti in cui il clinico non è costantemente esposto alla casistica specifica.
Ma che cosa scopre il nostro medico curante? Una nozione che non gli era famigliare: nei soggetti di età inferiore ai 50 anni, l’utilizzo del T-score e della BMD assoluta non è appropriato per la classificazione diagnostica del rischio osseo. Il T-score, infatti, confronta la densità minerale ossea del paziente con quella di un adulto giovane sano, ma questo parametro è stato validato principalmente per la popolazione in post-menopausa e anziana.
Nei pazienti giovani, il parametro corretto da utilizzare è lo Z-score, che confronta la densità ossea con soggetti di pari età, sesso ed etnia. Questo consente di capire se il valore osservato è realmente anomalo per quella specifica fascia d’età oppure semplicemente nella norma. Uno Z-score inferiore o uguale a - 2 suggerisce una causa secondaria di osteoporosi.
Nel caso in esame, un T-score di -1,3 a livello lombare può suggerire una lieve riduzione rispetto al picco di massa ossea, ma non consente di stabilire se si tratti di un reperto patologico. Senza lo Z-score, il dato resta incompleto e potenzialmente fuorviante.
Inoltre, la BMD espressa in g/cm², pur essendo un valore numerico preciso, non ha significato clinico se non contestualizzata. Da sola non permette alcuna interpretazione: lo stesso valore può essere normale o patologico a seconda dell’età e delle caratteristiche del paziente.
La presenza di celiachia rappresenta un elemento fondamentale del ragionamento clinico. Nei pazienti con malattia celiaca, il malassorbimento intestinale può determinare deficit di vitamina D, calcio e altri micronutrienti essenziali per il metabolismo osseo. Questo può tradursi in una riduzione della densità minerale ossea e in un aumento del turnover osseo.
Alla luce di questi elementi, l’approccio corretto consiste nell’inquadrare il quadro metabolico del paziente prima di prendere decisioni terapeutiche. Il primo passo è prescrivere alcuni esami ematochimici: calcemia, fosforo, paratormone (PTH), fosfatasi alcalina, vitamina D.
Questi parametri permettono di valutare l’eventuale presenza di un iperparatiroidismo secondario, frequentemente associato a deficit di vitamina D e malassorbimento.
Sul piano terapeutico, il primo obiettivo è correggere eventuali deficit nutrizionali. In particolare:
1) integrazione di vitamina D, se i livelli sono bassi o insufficienti
2) adeguato apporto di calcio, preferibilmente tramite dieta
3) eventuale integrazione di calcio solo se l’apporto alimentare è insufficiente.
L’esposizione solare, se possibile e in sicurezza, contribuisce alla sintesi endogena di vitamina D e rappresenta un supporto naturale importante.
L’attività fisica è un altro elemento centrale: esercizi con carico e attività di resistenza stimolano il rimodellamento osseo e contribuiscono a mantenere o migliorare la densità minerale ossea.
Infine, il follow-up: la ripetizione della DXA non è generalmente indicata a breve termine. In assenza di fattori di rischio aggiuntivi o di quadri clinici particolari, un controllo a 18–24 mesi è appropriato per valutare l’andamento della densità ossea.
In conclusione, il caso evidenzia un principio fondamentale della pratica clinica: nei pazienti giovani, i dati densitometrici devono essere interpretati nel contesto dell’età e della fisiopatologia sottostante. Lo Z-score rappresenta lo strumento più corretto per questa valutazione, mentre la semplice BMD o il T-score possono risultare fuorvianti se utilizzati in modo isolato.
Renato Rossi
Bibliografia
Shuhart C, Cheung A, Gill R, Gani L, Goel H, Szalat A. Executive Summary of the 2023 Adult Position Development Conference of The International Society for Clinical Densitometry: DXA Reporting, Follow-up BMD Testing and Trabecular Bone Score Application and Reporting. Journal of Clinical Densitometry. 2024;27(1):101435. doi: 10.1016/j.jocd.2023.101435.
Pantaleoni S, Luchino M, Adriani A, Pellicano R, Stradella D, Ribaldone DG, Sapone N, Isaia GC, Di Stefano M, Astegiano M. Bone mineral density at diagnosis of celiac disease and after 1 year of gluten-free diet. ScientificWorldJournal. 2014;2014:173082. doi: 10.1155/2014/173082. Epub 2014 Oct 14. PMID: 25379519; PMCID: PMC4213989.
Cohen A. Premenopausal Osteoporosis. Endocrinol Metab Clin North Am. 2017 Mar;46(1):117-133. doi: 10.1016/j.ecl.2016.09.007. Epub 2016 Nov 24. PMID: 28131128; PMCID: PMC5412712.
Inibitori del DPP-1 nelle bronchiectasie
Come abbiamo visto in una pillola precedente [1] il brensocatib, un inibitore reversibile della dipeptidil peptidasi-1 (DPP-1), si è dimostrato utile nel ridurre le riacutizzazioni nei pazienti con bronchiectasie. Ricordiamo che gli inibitori della DPP-1 bloccano l’attivazione delle proteasi neutrofiliche.
Ora è stata pubblicata una revisione sistematica con meta-analisi di studi randomizzati controllati
In tutto sono stati inclusi 4 RCT, con 2523 pazienti in totale.
Questi i risultati: gli inibitori di DPP-1 allungano il tempo alla prima esacerbazione rispetto al placebo (Hazard Ratio = 0.79; 95 % CI: 0.71–0.88), aumentano la percentuale di pazienti che rimangono senza esacerbazione (RR = 1.33; 95 % CI: 1.12–1.58). Non è chiaro tuttavia, dagli studi disponibili, quale sia l'impatto sulla qualità di vita. Profilo di sicurezza comparabile al placebo, senza segnali importanti di eventi avversi.
Gli autori concludono che gli inibitori di DPP-1 sembrano ridurre il rischio di esacerbazioni nelle bronchiectasie non-fibrosi cistica, prolungando il tempo tra un episodio e l’altro, con un profilo di sicurezza accettabile. Questi risultati supportano l’ipotesi che possano avere un ruolo modificante la malattia.
Che dire?
Le bronchiectasie croniche rappresentano una sfida terapeutica importante, soprattutto perché ad oggi non esistono terapie approvate in grado di ridurre in modo consistente le esacerbazioni e modificare il decorso della malattia. La possibile utilità degli inibitori di DPP-1 rappresenta una novità di rilievo, poiché agisce su meccanismi neutrofilici implicati nella flogosi e nel danno tissutale. Queste conclusioni derivano dal fatto che tutti gli studi esaminati dalla revisione erano RCT, certamente un punto di forza. Tuttavia, la meta-analisi ha incluso solo quattro trial, e i dati su outcome come qualità di vita non risultano consistenti.
Comunque se i risultati saranno confermati in studi più ampi e di lungo termine potremo avere un trattamento in grado di controllare meglio i sintomi, portare a minori ospedalizzazioni e, potenzialmente, ridurre il declino funzionale.
Renato Rossi
Bibliografia
1. http://www.pillole.org/public/aspnuke/news.asp?id=8782
2. Carvalhal G, Diniz JM, Hespanhol LC, Barbosa Izoton Cabral DC, Aljazeeri J. Exacerbation risk in patients with bronchiectasis receiving DPP-1 inhibitors vs placebo: A meta-analysis of RCTs. Respir Med. 2026 Jan;251:108607. doi: 10.1016/j.rmed.2025.108607. Epub 2025 Dec 22. PMID: 41443427.
Novità in Gazzetta Ufficiale 11 - 17 aprile 2026
Aggiornamento delle tabelle contenenti l'indicazione delle sostanze stupefacenti e psicotrope, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309 e successive modificazioni. Inserimento nella tabella I della categoria di sostanze analoghi di struttura e derivati del 2-[(fenil)metil]-benzimidazol-1-il]-etanammina e all'inserimento dell'apposita nota descrittiva in calce alla stessa tabella I
DECRETO DEL MINISTERO DELLA SALUTE DEL 02.04.26 (Gazzetta Ufficiale n. 84 del 11.04.26)
Aggiornamento delle tabelle contenenti l'indicazione delle sostanze stupefacenti e psicotrope, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, e successive modificazioni e integrazioni. Inserimento nella tabella I di nuove sostanze psicoattive
DECRETO DEL MINISTERO DELLA SALUTE DEL 02.04.26 (Gazzetta Ufficiale n. 84 del 11.04.26)
Abrogazione della Nota AIFA n. 11. (Determina n. 421/2026)
DETERMINA DELL'AGENZIA ITALIANA DEL FARMACO DEL 01.04.26 (Gazzetta Ufficiale n. 84 del 11.04.26)
Abrogazione della Nota AIFA n. 84. (Determina n. 422/2026)
DETERMINA DELL'AGENZIA ITALIANA DEL FARMACO DEL 01.04.26 (Gazzetta Ufficiale n. 84 del 11.04.26)
Modifica delle condizioni e modalità di monitoraggio nell'ambito dei registri AIFA del medicinale per uso umano «Voydeya». (Determina n. 23/2026)
DETERMINA DELL'AGENZIA ITALIANA DEL FARMACO DEL 08.04.26 (Gazzetta Ufficiale n. 87 del 15.04.26)
Modifica delle condizioni e modalità di monitoraggio nell'ambito dei registri AIFA del medicinale per uso umano «Fabhalta». (Determina n. 24/2026)
DETERMINA DELL'AGENZIA ITALIANA DEL FARMACO DEL 08.04.26 (Gazzetta Ufficiale n. 87 del 15.04.26)
Modifica delle condizioni e modalità di monitoraggio nell'ambito dei registri AIFA del medicinale per uso umano «Aspaveli». (Determina n. 25/2026)
DETERMINA DELL'AGENZIA ITALIANA DEL FARMACO DEL 08.04.26 (Gazzetta Ufficiale n. 87 del 15.04.26)
Fondo sanitario nazionale 2025. Riparto delle disponibilità finanziarie per il Servizio sanitario nazionale. (Delibera n. 4/2026)
DELIBERA DEL COMITATO INTERMINISTERIALE PER LA PROGRAMMAZIONE ECONOMICA E LO SVILUPPO SOSTENIBILE DEL 29.01.26 (Gazzetta Ufficiale n. 87 del 15.04.26)
Fondo sanitario nazionale 2025. Assegnazione alle regioni delle risorse vincolate alla realizzazione degli obiettivi del Piano sanitario nazionale. (Delibera n. 5/2026)
DELIBERA DEL COMITATO INTERMINISTERIALE PER LA PROGRAMMAZIONE ECONOMICA E LO SVILUPPO SOSTENIBILE DEL 29.01.26 (Gazzetta Ufficiale n. 89 del 17.04.26)
Fondo sanitario nazionale 2025. Riparto tra le regioni delle risorse vincolate alla sperimentazione per la remunerazione delle prestazioni e delle funzioni assistenziali erogate dalle farmacie con oneri a carico del Servizio sanitario nazionale. Articolo 1 del decreto legislativo 3 ottobre 2009, n. 153. (Delibera n. 6/2026)
DELIBERA DEL COMITATO INTERMINISTERIALE PER LA PROGRAMMAZIONE ECONOMICA E LO SVILUPPO SOSTENIBILE DEL 29.01.26 (Gazzetta Ufficiale n. 89 del 17.04.26)