Novità in Gazzetta Ufficiale 7 - 13 marzo 2026
Caffè e fibrillazione atriale
Inconscio e coscienza nelle decisioni: quando pensare meno aiuta a ...
Attenzione! Obbligatorio assicurarsi entro il 16 marzo!
La "piramide rovesciata" dell'alimentazione - Parte prima
Intelligenza Artificiale in Medicina - Parte terza
Malattia renale cronica: raccomandazioni utili in medicina generale
Monoterapia per l'ipertensione? Dipende...
Novità in Gazzetta Ufficiale 28 febbraio - 6 marzo 2026
Anche i batteri si vaccinano contro i virus?Novità in Gazzetta Ufficiale 7 - 13 marzo 2026
Istituzione della Nota AIFA N01 e contestuale abrogazione delle Note AIFA n. 1 e 48. (Determina n. 238/2026)
DETERMINA DELL'AGENZIA ITALIANA DEL FARMACO DEL 04.03.26 (Gazzetta Ufficiale n. 55 del 07.03.26)
Adozione del regolamento recante norme sull'organizzazione e sul funzionamento della Commissione scientifica ed economica del farmaco
Provvedimenti vari
COMUNICATO DELL'AGENZIA ITALIANA DEL FARMACO (Gazzetta Ufficiale n. 56 del 09.03.26)
Modifica del decreto 23 marzo 2023 «Sperimentazione dei progetti regionali sulla cefalea primaria cronica»
DECRETO DEL MINISTERO DELLA SALUTE DEL 29.12.25 (Gazzetta Ufficiale n. 58 del 11.03.26)
Aggiornamento delle tabelle contenenti l'indicazione delle sostanze stupefacenti e psicotrope, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, e successive modificazioni e integrazioni. Inserimento nella tabella I di nuove sostanze psicoattive
DECRETO DEL MINISTERO DELLA SALUTE DEL 29.12.25 (Gazzetta Ufficiale n. 58 del 11.03.26)
Caffè e fibrillazione atriale
Qual è il ruolo del caffè nei pazienti con fibrillazione atriale? Al di là delle credenze soggettive (sia della popolazione che dei medici) e dei suggerimenti più opinion based che evidence based rimane una domanda: il caffè ha un effetto proaritmico, neutro o protettivo?
Ha cercato di rispondere il trial denominato DECAF (Does Eliminating Coffee Avoid Fibrillation), un raro esempio di studio randomizzato che ha esaminato l'effetto di un elemento che fa parte dello stile di vita più che del mondo farmacologico [1]. Nello studio sono stati arruolati 200 pazienti (già consumatori di caffè) affetti da fibrillazione atriale che erano stati sottoposti con successo a cardioversione. Dopo l'arruolamento i partecipanti sono stati sono stati randomizzati a un consumo quotidiano di caffè caffeinato oppure a completa astinenza. Dopo 6 mesi una recidiva di fibrillazione atriale clinicamente documentata si è avuta rispettivamente nel 47% dei casi e nel 64% (differenza statisticamente significativa).
Lo studio suggerisce quindi che il consumo moderato di caffè (i partecipanti in media assumevano 1 tazza di caffè al giorno) non solo non ha un effetto proaritmico mo potrebbe esercitare un'azione protettiva rispetto alle recidive.
D'altra parte altri studi, di tipo osservazionale, avevano suggerito che il caffè ha un effetto neutro oppure protettivo [2,3].
Come agisca il caffè non è chiaro: effetto antinfiammatorio e antiossidante? azione antagonista della caffeina sui recettori A1 e A2A dell'adenosina? attenuazione delle fluttuazioni vagali notturne? riduzione della progressione della fibrosi atriale? migliore sensibilità insulinica?
Che dire?
Lo studio ha una dimensione campionaria ridotta e un follow up di soli 6 mesi per cui questi risultati vanno interpretati con prudenza. Allo stato attuale però si può ragionevolmente concludere che il consumo moderato di caffè non sembra pericoloso in soggetti cardiovertiti per fibrillazione atriale e anzi potrebbe avere un effetto protettivo.
Renato Rossi
Bibliografia
1. Wong CX, Cheung CC, Montenegro G, Oo HH, Peña IJ, Tang JJ, Tu SJ, Wall G, Dewland TA, Moss JD, Gerstenfeld EP, Tseng ZH, Hsia HH, Lee RJ, Olgin JE, Vedantham V, Scheinman MM, Lee C, Sanders P, Marcus GM. Caffeinated Coffee Consumption or Abstinence to Reduce Atrial Fibrillation: The DECAF Randomized Clinical Trial. JAMA. 2025 Nov 9:e2521056. doi: 10.1001/jama.2025.21056. Epub ahead of print. PMID: 41206802; PMCID: PMC12598581.
2. Kim EJ, Hoffmann TJ, Nah G, et al. Coffee consumption and incident tachyarrhythmias: reported behavior, mendelian randomization, and their interactions. JAMA Intern Med 2021; 181: 1185-93.
3. Larsson SC, Drca N, Jensen-Urstad M, Wolk A. Coffee consumption is not associated with increased risk of atrial fibrillation: results from two prospective cohorts and a meta-analysis. BMC Med 2015; 13: 207.
Inconscio e coscienza nelle decisioni: quando pensare meno aiuta a decidere meglio
Nel campo della psicologia cognitiva e della scienza delle decisioni esiste da tempo un dibattito molto interessante: quando dobbiamo affrontare decisioni complesse, è meglio riflettere attentamente su tutti gli elementi disponibili oppure, almeno in parte, “lasciare lavorare la mente” senza pensarci in modo esplicito?
Questa domanda, apparentemente semplice, tocca in realtà uno dei problemi più profondi della psicologia e delle neuroscienze: il rapporto tra coscienza e processi mentali non coscienti.
Un contributo importante a questa discussione è stato proposto da Loran F. Nordgren, Maarten W. Bos e Ap Dijksterhuis in un articolo pubblicato nel “ lontano” 2011 nel Journal of Experimental Social Psychology, intitolato “The best of both worlds: Integrating conscious and unconscious thought best solves complex decisions”.
In questo lavoro gli autori cercano di comprendere quale ruolo possano avere, nel processo decisionale, sia il pensiero cosciente sia quello inconscio, e se una combinazione dei due possa portare a decisioni migliori rispetto all’utilizzo di una sola modalità cognitiva.
Il punto di partenza dello studio è la cosiddetta Unconscious Thought Theory. Secondo questa teoria la mente umana può elaborare le informazioni attraverso due modalità principali.
La prima è il pensiero cosciente: il ragionamento deliberato e analitico che utilizziamo quando riflettiamo esplicitamente su un problema. In questa modalità la nostra attenzione è focalizzata sul compito e il processo decisionale segue spesso regole esplicite. Analizziamo le alternative, confrontiamo i pro e i contro e cerchiamo di arrivare ad una conclusione coerente.
La seconda modalità è il pensiero inconscio. In questo caso i processi cognitivi operano senza che l’attenzione cosciente sia direttamente rivolta al problema. Il cervello continua a elaborare le informazioni ricevute anche quando la mente cosciente è impegnata in altre attività.
Secondo i sostenitori di questa teoria, questi processi possono integrare simultaneamente una grande quantità di informazioni e generare una sorta di sintesi intuitiva che contribuisce alla decisione finale.
La questione centrale diventa quindi la seguente: quale di queste due modalità è più efficace quando dobbiamo affrontare decisioni particolarmente complesse?
Nordgren e colleghi partono dall’idea che i problemi caratterizzati da molte variabili possano mettere in difficoltà il pensiero puramente cosciente. Il ragionamento deliberato ha infatti una capacità limitata di elaborazione: possiamo mantenere attivamente nella memoria di lavoro solo un numero ristretto di elementi. Quando le informazioni da considerare diventano numerose, il pensiero cosciente tende a semplificare il problema o a concentrarsi su pochi aspetti ritenuti particolarmente rilevanti. Questo può essere utile in alcune circostanze, ma può anche portare a trascurare variabili importanti.
Il pensiero inconscio, invece, potrebbe avere una maggiore capacità di integrare molte informazioni contemporaneamente. Non essendo vincolato alla memoria di lavoro e all’attenzione focalizzata, potrebbe elaborare in parallelo diversi elementi della situazione decisionale.
Gli autori avanzano però una ipotesi ancora più interessante: non sarebbe il pensiero inconscio da solo a essere superiore, ma piuttosto la combinazione dei due sistemi.
In altre parole, le decisioni migliori potrebbero emergere quando il pensiero cosciente analizza inizialmente il problema e successivamente i processi inconsci contribuiscono alla sintesi finale.
Per verificare questa ipotesi i ricercatori hanno condotto una serie di esperimenti. Ai partecipanti venivano presentate informazioni relative a una scelta complessa, ad esempio la valutazione di diverse opzioni caratterizzate da numerosi attributi.
Successivamente i soggetti venivano assegnati a differenti condizioni sperimentali.
In una condizione i partecipanti dovevano riflettere consapevolmente sul problema per alcuni minuti prima di prendere la decisione.
In un’altra condizione venivano invece distratti con un compito non collegato al problema, come un’attività cognitiva semplice. Dopo questo intervallo veniva chiesto loro di effettuare la scelta.
L’idea alla base di questa procedura era che la fase di distrazione permettesse al cervello di elaborare le informazioni in modo non cosciente.
Una terza condizione sperimentale combinava le due fasi: prima un periodo di riflessione consapevole e poi una fase di distrazione.
I risultati degli esperimenti suggeriscono che la qualità delle decisioni tende a migliorare quando il pensiero cosciente e quello inconscio vengono utilizzati in sequenza.
In particolare, la combinazione più efficace sembra essere quella in cui una prima fase di analisi deliberata è seguita da un periodo durante il quale l’attenzione cosciente viene distolta dal problema.
Secondo gli autori, questo processo permetterebbe alla mente di integrare in modo più efficiente le diverse informazioni raccolte nella fase iniziale. Il pensiero cosciente identifica e organizza gli elementi principali del problema, mentre i processi inconsci contribuiscono alla loro integrazione.
Questo modello si inserisce in una tradizione teorica più ampia che distingue due modalità fondamentali di funzionamento cognitivo.
Un riferimento ormai classico è la distinzione proposta da Daniel Kahneman tra Sistema 1 e Sistema 2. Il primo è rapido, automatico e intuitivo; il secondo è lento, analitico e deliberativo.
La teoria del pensiero inconscio si colloca nello stesso panorama concettuale, ma introduce una sfumatura particolare: l’idea che alcuni processi cognitivi possano continuare a lavorare su un problema anche quando la nostra attenzione cosciente è impegnata altrove.
Nonostante l’interesse suscitato da questa teoria, la letteratura successiva ha sollevato diverse critiche.
Alcuni studi di replicazione e meta‑analisi non hanno sempre confermato l’esistenza di un vantaggio sistematico del cosiddetto “pensiero inconscio” nelle decisioni complesse.
Un altro punto riguarda la metodologia degli esperimenti. In alcuni casi si è osservato che le attività di distrazione utilizzate negli studi potrebbero semplicemente offrire una pausa cognitiva che favorisce la riorganizzazione delle informazioni in memoria, senza implicare necessariamente un vero processo di elaborazione inconscia.
Infine esiste una questione concettuale: che cosa intendiamo realmente per inconscio?
Nel contesto di questi studi il termine viene utilizzato in senso operativo, per indicare processi cognitivi che avvengono senza attenzione cosciente diretta. Questo uso non coincide necessariamente con il concetto di inconscio della tradizione psicoanalitica o di altre teorie psicologiche.
Nonostante questi limiti, l’articolo ha comunque il merito di evidenziare un aspetto importante del funzionamento mentale umano.
Le decisioni complesse raramente dipendono da un unico tipo di processo cognitivo. Piuttosto emergono da una interazione dinamica tra analisi deliberata e processi automatici.
Il pensiero cosciente è essenziale per definire il problema, raccogliere le informazioni e valutare le alternative. Tuttavia una riflessione eccessivamente analitica può talvolta diventare inefficiente quando il numero di variabili aumenta.
I processi intuitivi e automatici, invece, possono contribuire alla sintesi finale integrando molti elementi contemporaneamente. In questa prospettiva, il contributo più interessante dello studio non è tanto l’idea che l’inconscio sia superiore alla coscienza, quanto piuttosto la proposta che le decisioni migliori nascano dalla collaborazione tra i due sistemi.
Il messaggio finale potrebbe essere riassunto in modo semplice: nelle decisioni difficili è utile riflettere, ma non sempre è utile riflettere troppo a lungo.
Dopo aver analizzato il problema può essere vantaggioso concedere alla mente il tempo di riorganizzare le informazioni in modo meno controllato.In un certo senso la buona decisione nasce spesso da un equilibrio: prima pensare con attenzione, poi lasciare lavorare la mente.
Questa idea, apparentemente semplice, rappresenta in realtà una prospettiva affascinante sul funzionamento della cognizione umana e sul rapporto complesso tra coscienza e processi mentali non coscienti.
Riccardo De Gobbi
1) Nordgren L.F., Bos M.W. et Al.: The best of both worlds: Integrating conscious and unconscious thought best solves complex decisions Journal of Experimental Social Psychology March 2011
Attenzione! Obbligatorio assicurarsi entro il 16 marzo!
La faccenda e’ nata dalla Legge Gelli-Bianco del 2017, in cui il legislatore, oltre a norme che riguardano la responsabilità penale, civile e amministrativa dei sanitari ha previsto anche uno specifico intervento di natura assicurativa.
Come succede molto frequentemente in Italia, la Legge doveva essere seguita da una serie di Decreti Attuativi che dovevano vedere la luce entro 90 giorni ma che, in seguito ad una serie di ritardi e di decreti successivi procedevano invece di proroga in proroga pluriennali.
In conclusione la definitiva applicazione della norma sembra arrivata alla fine, con scadenza ormai fissa per il 16/3/2026
Non e’ una data da prendere alla leggera: l’obbligo di assicurarsi per i sanitari e per le struttura pubbliche e private diventa perentorio e non privo di sanzioni, soprattutto a livello ordinistico e disciplinare, con specifica sanzione. (1)
Tralasciando i dettagli, dipendenti dal tipo di struttura e di attivita’ svolta, (2) dovra’ essere previsto un massimale minimo di Responsabilita’ Civile di
1 milione di euro l’ anno se il sanitario non svolge attività chirurgica, ortopedica, anestesiologica e parto; diversamente, il massimale minimo per sinistro sarà di 2 milioni di euro;
3 milioni euro, se il sanitario non svolge attività chirurgica, ortopedica, anestesiologica e parto
6 milioni di euro in caso di particolari attivita’
retroattività di 10 anni;
ultrattività di 10 anni nel caso di cessazione definitiva dell’attività per qualsiasi causa.
Le polizze in questione non potranno essere oggetto di recesso, ossia di disdetta, da parte dell’assicuratore, se non nel caso di condotta (accertata) gravemente colposa dell’assicurato.
Considerazioni personali.
Non abbiamo diretta conoscenza delle tariffe che le varie Societa’ Assicuratrici potrebbero applicare alle diverse fattispecie ma siamo coscienti della resistenza che alcuni medici, magari gia’ oppressi da un pesante complesso di spese, potrebbero manifestare, magari preferendo affrontare piuttosto i rischi delle sanzioni ordinistiche. Tuttavia considerando il clima aggressivo e rivendicativo verso i sanitari, riteniamo preferibile difendere se’ stessi e le famiglie da questioni civili potenzialmente gravissime.
I dettagli possono essere approfonditi consultando i link riportati in fondo.
Daniele Zamperini
(1)" https://clinicalpractice.it/blog/post/cosa-rischia-il-libero-professionista-che-non-sottoscrive-la-polizza-la-responsabilita-civile-verso-terzi
(2) https://clinicalpractice.it/blog/post/al-il-countdown-il-16-marzo-lobbligo-di-assicurarsi-le-strutture-e-i-sanitari-sara-definitivo
La "piramide rovesciata" dell'alimentazione - Parte prima
All'inizio dell'anno sono state pubblicate le linee guida per una corretta alimentazione da parte dell'U.S. Department of Health and Human Services and U.S. Department of Agriculture [1].
Queste raccomandazioni rappresentano una piccola rivoluzione rispetto a quelle precedenti e sono state accompagnate di polemiche e contestazioni che hanno animato la società scientifica. L'argomento è complicato e controverso per cui è necessaria una trattazione in più parti.
In questa prima pillola esamineremo che cosa dicono le nuove linee guida e perchè si parla di piramide rovesciata.
In sintesi possiamo dire che le nuove DGA raccomandano di privilegiare proteine di alta qualità, grassi sani, frutta, verdura e cereali integrali, evitando cibi ultraprocessati e carboidrati raffinati. Sui grassi, si indicano come fonti preferibili carni, pollame, uova, pesce ricco di omega-3, frutta secca, latticini interi, olive e avocado. Il limite sui saturi rimane invariato rispetto alle indicazioni precedenti: non superare il 10% delle calorie giornaliere. Per un soggetto che abbia una dieta di circa 2000 kcalorie al giorno significa che i grassi saturi dovrebbero rappresentare circa 200 kcalorie. Considerando che 1 grammo di grassi saturi fornisce circa 9 kcal questo si traduce in 22 grammi al giorno di grassi saturi.
La novità principale riguarda la fonte di grassi: ora sono in pratica sdoganati anche la carne rossa, i latticini interi e le uova. Un cambio netto rispetto alle edizioni precedenti che indicavano invece di limitare il consumo di carne rossa e latticini interi.
Per questo in gergo giornalistico si è parlato di piramide rovesciata. La piramide alimentare originale metteva alla base — cioè "mangia di più" — cereali e carboidrati (pane, pasta, riso), e al vertice — cioè "mangia pochissimo" — grassi, oli e dolci. Carni e latticini stavano a metà, con raccomandazioni di moderazione. Il messaggio implicito era: i carboidrati sono il fondamento della dieta sana, i grassi sono il nemico.
Le Dietary Guidelines for Americans (DGA), 2025–2030, nella loro grafica e nei messaggi chiave, sembrano invertire alcune priorità storiche perchè le carni, le uova e i latticini interi passano da "limitare" a "enfatizzare". I grassi alimentari non sono più il nemico principale — lo sono i cibi ultraprocessati e i carboidrati raffinati. Quindi l'idea di "piramide rovesciata" nasce dal contrasto con il paradigma degli anni '80–'90, in cui la gerarchia era praticamente l'opposto.
La metafora è però imprecisa:
1. La piramide classica era già stata abbandonata nel 2011, sostituita dal "MyPlate" — un piatto diviso in sezioni: verdure — circa il 40% del piatto (la sezione più grande), cereali — circa il 30% (preferibilmente integrali), proteine — circa il 20% (carni, pesce, legumi, uova), frutta — circa il 10% (la sezione più piccola), latticini — un bicchiere a lato (latte, yogurt, formaggio).
2. Le DGA 2025 non eliminano i carboidrati — raccomandano ancora cereali integrali come base. Il rovesciamento riguarda soprattutto la riabilitazione di carne e latticini interi e la raccomandazioni di limitare al minimo gli zuccheri semplici, non un vero capovolgimento della gerarchia dei macronutrienti.
3. La metafora rischia di evocare le diete low-carb radicali, che non sono quello che le DGA raccomandano. Potrebbe generare confusione nei pazienti se usata senza qualificazioni.
In conclusione: le DGA mantengono il tetto del 10% sui grassi saturi, ma la piramide grafica promuove contemporaneamente bistecca, latte intero, uova, formaggio e burro.
Nella prossima pillola vedremo su quali base scientifiche sono state elaborate queste nuove linee guida.
Renato Rossi
Bibliografia
1. U.S. Department of Health and Human Services and U.S. Department of Agriculture [1].
Dietary Guidelines for Americans (DGA), 2025–2030. Published January 7, 2026. Available at: realfood.gov
Intelligenza Artificiale in Medicina - Parte terza
Cosa dice la ricerca
Quanto abbiamo scritto nelle due pillole precedenti non sono speculazioni filosofiche. Negli ultimi due anni, diversi studi empirici hanno documentato il fenomeno in modo diretto.
Il ragionamento che segue la risposta
Turpin e colleghi (NeurIPS 2023) hanno condotto esperimenti sistematici su modelli di grandi dimensioni, sottoponendo loro varianti dello stesso caso clinico in cui un dettaglio contestuale irrilevante per la diagnosi — come un’affermazione apparentemente autorevole sulla risposta attesa — veniva modificato. Risultato: la diagnosi finale cambiava in funzione del bias introdotto. Ma in ogni variante, la catena di ragionamento prodotta era coerente e circostanziata. Il modello non mostrava incertezza. Il ragionamento esplicito giustificava la risposta, qualunque essa fosse. In altri termini: il ragionamento seguiva la risposta, non la precedeva.
I comportamenti che non emergono nelle spiegazioni
Un secondo filone di ricerca, condotto da Hubinger e colleghi presso Anthropic (2024), ha mostrato che modelli addestrati a produrre risposte sicure e coerenti possono mantenere pattern comportamentali problematici in condizioni specifiche, anche dopo cicli successivi di fine-tuning orientati alla sicurezza. La ragione è che il fine-tuning interviene prevalentemente sugli output testuali — comprese le spiegazioni — senza accedere alle rappresentazioni interne che guidano effettivamente il calcolo. Le spiegazioni diventano più allineate. Il comportamento sottostante, in certi contesti, rimane invariato.
La strada promettente: interpretabilità meccanicistica
La risposta tecnica a questo problema si chiama interpretabilità meccanicistica: l’analisi diretta dei circuiti computazionali interni ai modelli, al di sotto del livello del testo prodotto. I risultati, ancora parziali, mostrano che è possibile identificare componenti funzionali specifici che corrispondono a operazioni concrete. L’opacità non è assoluta. Ma richiede strumenti diversi dalla lettura delle spiegazioni generate dal sistema stesso.
(Continua)
NB. Le pillole precedenti sono state pubblicate in data 22 febbraio 2026 e 1 marzo 2026.
Fausto Bodini
Malattia renale cronica: raccomandazioni utili in medicina generale
Gli Annals of Internal Medicine hanno pubblicato a fine dicembre 2025 delle linee guida sulla gestione della malattia renale cronica con particolare riguardo alle fasi iniziali in modo da facilitare i medici di assistenza primaria a prendere le decisioni più appropriate. Diamo una delle raccomandazioni che ci sembrano più utili per i medici di medicina generale.
* Si raccomanda l'uso di statine in pazienti non in dialisi per ridurre il rischio di eventi cardiaci avversi maggiori (MACE) e la mortalità.
* Viene fortemente raccomandato anche l’uso di un inibitore dell’enzima di conversione dell’angiotensina (ACEI) o di un bloccante del recettore dell’angiotensina II (ARB) nei pazienti con ipertensione e albuminuria (ovvero rapporto albumina/creatinina urinaria [UACR] > 30 mg/g) per rallentare la progressione della nefropatia.
* L’aggiunta di un inibitore del SGLT2 (SGLT2i) a una terapia con ACEI o ARB alla massima dose tollerata nei pazienti con nefropatia cronica che presentano diabete mellito di tipo 2, albuminuria o scompenso cardiaco, riduce il rischio di MACE, scompenso cardiaco, progressione della malattia renale e mortalità. Gli SGLT2i dovrebbero essere continuati fino all’inizio della dialisi.
* L’aggiunta di un agonista del recettore del GLP-1 a un ACEI o ARB nei pazienti con diabete di tipo 2 e albuminuria, per ridurre la progressione della nefropatia, i MACE e la mortalità per tutte le cause.
* Gli inibitori del SGLT2 e i GLP-1 RA possono essere utilizzati come farmaci nefro- e cardioprotettivi e non solo per il controllo glicemico.
* I pazienti con malattia renale policistica autosomica dominante (ADPKD) dovrebbero essere inviati a uno specialista nefrologo per valutare l’appropriatezza del trattamento con tolvaptan.
* Un’altra raccomandazione rilevante, sebbene supportata da evidenze più deboli, riguarda i pazienti con nefropatia avanzata (velocità di filtrazione glomerulare stimata < 30 mL/min/1,73 m²) che stanno già assumendo un ACEI o un ARB: questa terapia dovrebbe essere continuata perchè il beneficio di ritardare la progressione della nefropatia supera il potenziale danno legato all’iperkaliemia e l’onere di un follow-up ravvicinato. Pertanto, il gruppo di lavoro suggerisce di continuare la terapia con ACEI/ARB nei pazienti con malattia renale avanzata, a meno che non vi sia intolleranza al farmaco o un altro evento avverso.
* Il finerenone è raccomandato se sono soddisfatti tutti questi criteri: diabete mellito tipo 2, malattia renale cronica definita da eGFR ≥ 25 ml/min/1,73 m² e albuminuria persistenter (UACR ≥ 30 mg/g, soprattutto se ≥ 300 mg/g), terapia già ottimizzata con ACE-inibitore o ARB alla massima dose tollerata, potassiemia normale o solo lievemente elevata (K⁺ < 4,8–5,0 mmol/L al momento dell’inizio della terapia). Il finerenone riduce a progressioe della nefropatia e gli eventi cardovascolari maggiori. Il farmaco non è raccomandato nelle malattia renale cronica non diabetica, se iperkaliemia significativa, in alternativa o in assenza di ACEi/ARB. Il finerenone è considerato aggiuntivo, non sostitutivo degli altri farmaci, spesso indicato dopo o insieme agli SGLT2-inibitori, se albuminuria persistente.
* Screening della CKD. Nel 2012, la US Preventive Services Task Force ha concluso che le evidenze erano insufficienti per valutare i benefici e i danni dello screening routinario della CKD; tuttavia, negli anni successivi è emersa una maggiore comprensione dei rischi della sindrome cardiovascolare-renale-metabolica, mentre le opzioni terapeutiche per la nefropatia cronica si sono ampliate in modo significativo. Pertanto, la linea guida raccomanda di sottoporre a test gli individui a rischio aumentato di nefropatia cronica CKD e che potrebbero beneficiare del trattamento. Attraverso una diagnosi più precoce e gli interventi descritti in questa linea guida clinica, i medici di medicina generale possono rallentare la progressione della nefropatia cronica, migliorare gli esiti cardiovascolari e ridurre la mortalità.
Renato Rossi
Bibliografia
Schwartz AR, Sosnov J, Brown J, Delgado C, Fried L, Tamura MK, Morrison JW Jr, Navaneethan SD, Palevsky PM, Rybacki D, Sall J, Verma S, Watson M, Wickham J, Nguyen M. 2025 U.S. Department of Veterans Affairs and U.S. Department of Defense Clinical Practice Guideline for the Primary Care Management of Chronic Kidney Disease. Ann Intern Med. 2025 Dec 30. doi: 10.7326/ANNALS-25-03499. Epub ahead of print. PMID: 41461086.
Monoterapia per l'ipertensione? Dipende...
Le linee guida sull'ipertensione riconoscono che nella maggior parte dei pazienti la monoterapia con un solo farmaco non riesce a riportare la pressione a valori ottimale. Per questo si consiglia di partire con due farmaci (nei casi di PA > 140/90 mmHg e rischio cardiovascolare 10 anni almeno moderato), eventualmente associati in un'unica pillola per migliorare la compliance. Tuttavia alcuni studi recenti hanno evidenziato che nella pratica clinica questo non succede. Ad esempio uno studio [1] ha analizzato oltre 1,4 milioni di individui in Inghilterra in un periodo di 15 anni (2005-2019) che avrebbero dovuto ricevere terapia di combinazione per l'ipertensione, tuttavia la monoterapia è rimasta il trattamento più comune per abbassare la pressione sanguigna. Lo studio ha anche trovato che il trattamento con terapia duale rispetto alla monoterapia è associato a una riduzione degli eventi cardiovascolari. Trattandosi di uno studio osservazionale suggerisce associazione non causalità.
In un altro studio osservazionale effettuato in Polonia [2] si è visto che la terapia antipertensiva è stata iniziata con monoterapia nel 57% dei casi, mentre il 23% ha iniziato con una combinazione di due farmaci.
Ancora più interessante uno studio [3] che ha arruolato pazienti con ipertensione arteriosa di nuova diagnosi, prevalentemente rischio lieve-moderato, randomizzandoli a ricevere perindopril, olmesartan, amlodipina o idroclorotiazide. Lo studio ha rilevato che solo il 27% dei pazienti ha raggiunto il controllo della pressione arteriosa con la monoterapia iniziale, con i migliori risultati ottenuti con perindopril e olmesartan (40% e 39%), mentre l'idroclorotiazide ha ottenuto i risultati peggiori (5%). Gli autori concludono che la monoterapia antipertensiva iniziale ha fallito nella maggior parte dei pazienti (73% non controllati), anche in pazienti a basso rischio, con efficacia variabile a seconda della classe di farmaco.
Che dire?
Questi lavori non fanno altro che confermare quanto ogni medico che tratta pazienti ipertesi conosce già: in molti casi un farmaco non è efficace per cui bisogna passare alla terapia con due o più principi attivi. Tuttavia la domanda più interessante è questa: dobbiamo iniziare subito con due farmaci oppure si può inizialmente tentare con un farmaco solo e rivalutare la risposta a distanza di qualche mese correndo eventualmente ai ripari nel caso l'effetto della monoterapia sia insoddisfacente? In fin dei conti molte delle complicanze dell'ipertensione richiedono anni per manifestarsi (non sempre vero per alcune come ictus e fibrillazione atriale) quindi un ritardo di 2 o 3 mesi potrebbe avere un impatto clinico limitato nella maggior parte dei casi. In realtà lo studio VALUE [4] suggerisce che un controllo pressorio più rapido ottenuto con una maggiore intensità terapeutica iniziale, è associato a una riduzione degli eventi cardiovascolari per cui, secondo gli autori, sarebbe necessario raggiungere un controllo pressorio rapido, idealmente entro 1-3 mesi, per migliorare gli outcome cardiovascolari. Tuttavia lo studio non confrontava strategia mono contro combo, la differenza di eventi è post-hoc attribuita al controllo pressorio precoce.
Quindi che fare? Iniziare subito in tutti gli ipertesi con 2 farmaci e in caso di mancata risposta aumentare l'intensità del trattamento? Oppure ci sono casi di ipertensione lieve senza fattori di rischio associati che potrebbero benissimo beneficiare di un solo farmaco? In fin dei conti una percentuale non trascurabile (diversa a seconda della classe di farmaco usata, ma valutabile mediamente attorno al 30%) risponde comunque bene alla monoterapia. Ad oggi, non sono disponibili trial randomizzati controllati disegnati per dimostrare una riduzione degli eventi cardiovascolari maggiori con l’inizio di una terapia antipertensiva di combinazione rispetto alla monoterapia nei pazienti con ipertensione lieve. Le evidenze a favore della combinazione iniziale derivano prevalentemente da endpoint surrogati, in particolare un più rapido e consistente controllo pressorio. Sappiamo però che la terapia combinata iniziale abbassa la PA più rapidamente, aumenta la probabilità di raggiungere il target, riduce l’inerzia terapeutica.
In conclusione, a parere di chi scrive, di fronte a un paziente iperteso valutare la gravità dell'aumento pressorio e determinare il rischio cardiovascolare a 10 anni. Nei casi di ipertensione lieve e basso rischio cardiovascolare (< 10%) senza segni di danno d'organo può essere ragionevole iniziare anche con un solo farmaco. Tuttavia è essenziale incoraggiare il paziente ad automisurarsi la PA a domicilio tenendo un diario, rivalutare la situazione a breve (per esempio dopo 4-5 settimane) e non esitare a intensificare la terapia se necessario.
Le linee guida forniscono indicazioni utili per la popolazione, ma non sostituiscono il giudizio clinico individuale, soprattutto quando le raccomandazioni si basano su evidenze indirette piuttosto che su RCT disegnati per una specifica strategia terapeutica.
Renato Rossi
Bibliografia
1. Coca A, Borghi C, Stergiou GS, Ly NF, Lee C, Tricotel A, Castelo-Branco A, Khan I, Blacher J, Abdel-Moneim M. Long-term event rates, risk factors, and treatment pattern in 1.4 million individuals qualifying for dual blood pressure lowering therapy. J Hypertens. 2025 Jun 1;43(6):993-1002. doi: 10.1097/HJH.0000000000004002. Epub 2025 Mar 17. PMID: 40099552; PMCID: PMC12052041.
2. Prejbisz A, Dobrowolski P, Bozek G, Koń B, Machnio A, Śmigielski W, Urbański F, Nowak F, Miłkowski M, Topór-Mądry R, Wolf J, Narkiewicz K, Gupta P, Burnier M. Patterns of prescription of antihypertensive medications in Poland: a one-year assessment of initiation and persistence of therapy in a nationwide population cohort. J Hypertens. 2025 Nov 1;43(11):1823-1831. doi: 10.1097/HJH.0000000000004111. Epub 2025 Aug 20. PMID: 40986748.
3. Vischer AS, Bertsch M, Van der Velpen V, Küng F, Socrates T, Mayr M, Haschke M, Burkard T. Monotherapy Blood Pressure Response and Control Rates in Treatment-Naïve Patients with Arterial Hypertension: A Randomized Comparison of Four Different Antihypertensive Drug Classes. Kidney Blood Press Res. 2025;50(1):325-340. doi: 10.1159/000545908. Epub 2025 Apr 21. PMID: 40258344.
4. Julius S, Kjeldsen SE, Weber M, Brunner HR, Ekman S, Hansson L, Hua T, Laragh J, McInnes GT, Mitchell L, Plat F, Schork A, Smith B, Zanchetti A; VALUE trial group. Outcomes in hypertensive patients at high cardiovascular risk treated with regimens based on valsartan or amlodipine: the VALUE randomised trial. Lancet. 2004 Jun 19;363(9426):2022-31. doi: 10.1016/S0140-6736(04)16451-9. PMID: 15207952.
Novità in Gazzetta Ufficiale 28 febbraio - 6 marzo 2026
Modifiche al decreto 29 dicembre 2023, recante «Istituzione del nuovo Sistema informativo sanitario per le dipendenze» e al decreto 15 ottobre 2010, recante «Istituzione del Sistema informativo per la salute mentale»
DECRETO DEL MINISTERO DELLA SALUTE DEL 30.12.25 (Gazzetta Ufficiale n. 51 del 03.03.26)
Riparto delle risorse incrementate dall'articolo 1, comma 877, della legge 30 dicembre 2024, n. 207 (Legge di bilancio per l'anno 2025), per la prosecuzione del programma pluriennale di interventi in materia di ristrutturazione edilizia e di ammodernamento tecnologico
DECRETO DEL MINISTERO DELLA SALUTE DEL 21.01.26 (Gazzetta Ufficiale n. 51 del 03.03.26)
Autorizzazione al trasferimento della quota pari all'1,5 per cento delle risorse del Fondo per le dipendenze patologiche al Dipartimento nazionale per le politiche antidroga della Presidenza del Consiglio dei ministri
DECRETO DEL MINISTERO DELLA SALUTE DEL 26.01.26 (Gazzetta Ufficiale n. 53 del 06.03.26)
Anche i batteri si vaccinano contro i virus?
La rivista Nucleic Acids Research ha pubblicato il fatto che un gruppo di ricercatori della Penn State University ha scoperto che batteri contenenti virus antichi e inattivi (detti “profagi criptici”) usano questi resti virali come difesa contro nuove infezioni da parte di virus “fagi”.
E’ stato evidenziato che queste sequenze virali dormienti non sono semplici residui genetici, ma elementi attivi che i batteri riescono a “riattivare” per proteggersi.
Il meccanismo si basa su una proteina denominata PinQ: quando un virus tenta di attaccare il batterio, PinQ induce una inversione di un segmento del DNA batterico, generando due nuove proteine “chimera” denominate Stf. Queste proteine bloccano l’ingresso del virus impedendo l’adesione alla superficie batterica e l’iniezione del materiale genetico virale, neutralizzando così l’infezione.
Potenziando in laboratorio la produzione delle proteine Stf in ceppi di E. coli hanno poi riscontrato che, una volta esposti i batteri ai virus, una gran parte dei virus veniva neutralizzata.
Una sorta di “antivirus batterico” generato con un meccanismo simile ad un vaccino.
Naturalmente questa scoperta induce a ipotizzare meccanismi terapeutici di difesa verso le infezioni. Naturalmente poi andranno accuratamente studiati i limiti di efficacia e tollerabilita’ del sistema, ma le prospettive sono molto interessanti…
Daniele Zamperini
Fonte: Nucleic Acids Research, 2025
https://academic.oup.com/nar/article/53/19/gkaf1041/8287591
msdsalute.it/approfondimenti/notizie/virus-antichi-nei-batteri-potrebbero-diventare-modelli-per-nuovi-antivirali/