Colesterolo LDL inferiore a 55 mg/dL nei pazienti a rischio elevato ...
Vitamina D e cadute
ChatGPT Health non convince il Jama
Ancora discussioni sui benefici del caffe’
La "piramide rovesciata" dell'alimentazione - Parte quarta
Splenomegalia incidentale: quando preoccuparsi?
Intelligenza Artificiale in Medicina - Parte sesta
Novità in Gazzetta Ufficiale 21 - 27 marzo 2026
Vaccino per Covid-19 e gravidanza
In vigore lo scudo penale per i sanitari: cambia davvero qualcosaColesterolo LDL inferiore a 55 mg/dL nei pazienti a rischio elevato o molto elevato
Nei soggetti con rischio cardiovascolare alto o molto alto, soprattutto in prevenzione secondaria, si consiglia un target di colesterolo LDL inferiore a 55 mg/dl. Tuttavia questa raccomandazione deriva da evidenze di tipo indiretto estrapolate da studi precedenti che confrontavano farmaci tra loro o verso placebo, mentre mancavano RCT che avessero confrontato due target di LDL tra loro. A colmare questa lacuna arriva ora lo studio Ez-PAVE [1].
I ricercatori hanno arruolato 3.048 pazienti in 17 centri in Corea del Sud. I partecipanti avevano un'età media di 64 anni e il 21% erano donne. Tutti avevano patologia cardiovascolare definita dalla presenza di una delle seguenti condizioni: sindrome coronarica acuta (SCA) pregressa, angina stabile con evidenza obiettiva, rivascolarizzazione, ictus o TIA, o arteriopatia periferica. La coorte riflette complessivamente una popolazione ad alto/altissimo rischio, per l'elevata prevalenza di SCA pregressa, rivascolarizzazione e diabete. I pazienti assegnati al target < 55 mg/dL erano trattati con statina da sola o statina + ezetimibe. Anche nel gruppo < 70 mg/dL i pazienti erano trattati allo stesso modo. Era incoraggiata la titolazione delle dosi e l'aggiunta di ezetimibe prima di ricorrere agli inibitori di PCSK9. Il follow up mediano è stato di 3 anni.
L'endpoint primario (composito di morte cardiovascolare, IMA non fatale, ictus non fatale, qualsiasi rivascolarizzazione o ospedalizzazione per angina instabile) si è verificato nel 6,6% del gruppo target < 55 mg/dL e nel 9,7% del gruppo target < 70 mg/dL, con una riduzione del rischio in termini relativi del 33% a favore del target più aggressivo (NNT = 32 in 3 anni). Questo beneficio era dovuto principalmente dalla riduzione dell'infarto non fatale e delle rivascolarizzazioni. Anche l'endpoint composto da morte cardiovascolare, IMA o ictus risultava significativamente inferiore nel gruppo più intensivo (2,3% vs 3,6%; NNT = 76).
Il livello mediano di LDL-C si era ridotto a 56 mg/dL nel gruppo intensivo e a 66 mg/dL nel gruppo meno intensivo. Non si sono notate differenze di risultato tra i vari sottogruppi e questo suggerisce che i benefici siano validi per un'ampia gamma di pazienti con malattia cardiovascolare.
Non si sono osservate differenze significative nel profilo di sicurezza tra i due gruppi, con tassi simili di sintomi muscolari e diabete di nuova insorgenza. L'elevazione della creatinina era meno frequente nel gruppo intensivo (effetto nefroprotettivo?).
Non vanno taciuti però alcuni limiti. Lo studio non era in cieco, in quanto i clinici dovevano conoscere il target di LDL assegnato. Inoltre, il trial è stato condotto interamente in Corea del Sud con partecipanti di etnia est-asiatica, limitando potenzialmente la generalizzabilità ad altre popolazioni. Nel gruppo intensivo, il 39% dei pazienti non ha mai raggiunto il target < 55 mg/dL. Durante il periodo dello studio, terapie non-statiniche più recenti come inclisiran e acido bempedoico non erano disponibili in Corea del Sud, e l'uso degli inibitori di PCSK9 era limitato.
Un editoriale di commento [2] osserva che il meccanismo del beneficio osservato non è del tutto chiaro. È possibile che la popolazione est-asiatica studiata sia più propensa a beneficiare di livelli più bassi di LDL. Inoltre sottolinea che esistono pochi dati su come la riduzione del rischio possa differire in una popolazione est-asiatica rispetto ad altre popolazioni, e questo richiede la conferma in studi futuri. Infine non è chiaro se anche nei pazienti in prevenzione primaria ad alto/altissimo rischio si debba puntare a livelli di LDL-C inferiori a 70 mg/dL.
Che dire? Le nuove linee guida ACC/AHA 2026 sulla dislipidemia enfatizzano una strategia "earlier and lower for longer", raccomandando target di LDL-C più intensivi, in particolare nei pazienti con fattori di rischio o malattia aterosclerotica subclinica, per massimizzare la riduzione del rischio cardiovascolare a lungo termine. Lo studio Ez-PAVE, pur con i suoi limiti, giustifica tali raccomandazioni, almeno fino a che non ci saranno altri RCT di conferma o smentita (la storia della ricerca in medicina ci ha abituati a improvvisi testa-coda con raccomandazioni smentite da evidenze successive).
Renato Rossi
Bibliografia
Lee YJ, Lee Sj et al. Intensive LDL Cholesterol Targeting in Atherosclerotic Cardiovascular Disease for the Ez-PAVE Investigators. N Engl J Med. March 28, 2026. DOI: 10.1056/NEJMoa2600283
2. Probstfield JL, Branch KRH. Paving the Road toward Targeted Lipid Lowering. N Engl J Med. March 28, 2026. DOI: 10.1056/NEJMe2601725
Vitamina D e cadute
Questo studio clinico randomizzato, controllato e in doppio cieco, ha valutato l’effetto della supplementazione giornaliera di vitamina D₃ sulla prevenzione delle cadute negli adulti più anziani (uomini ≥60 anni e donne ≥65 anni) nella popolazione generale finlandese. L’obiettivo era determinare se l’assunzione prolungata di vitamina D₃ riduce il rischio di cadute e di lesioni correlate durante un follow‑up di 5 anni.
In tutto sono stati reclutati 2495 partecipanti suddivisi in tre gruppi: 1600 IU di vitamina D₃ al giorno, 3200 IU di vitamina D₃ al giorno, placebo
Il follow‑up di 5 anni, con raccolta di dati sulle cadute e sugli infortuni da caduta tramite questionari annuali (mesi 0, 12, 24, 36, 60).
Non è registrata alcuna differenza significativa nel rischio complessivo di cadute tra i tre gruppi:
La percentuale di persone che ha subito almeno una caduta è risultata simile tra i gruppi (~55%).
Anche il tasso di cadute con trauma non è stato significativamente diverso tra i gruppi (circa 11%).
Né l’età, né il sesso né l’indice di massa corporea (BMI) hanno modificato l’effetto della supplementazione sulla probabilità di caduta.
I livelli medi di 25‑OH‑vitamina D nel sottogruppo analizzato sono aumentati nei gruppi trattati con vitamina D₃ (da ~75 nmol/L a ~100–120 nmol/L), ma questo miglioramento biochimico non si è tradotto in beneficio clinico sulla prevenzione delle cadute.
Che dire?
Non è al prima volta che questa testa recenscise uno studio sugli effetti della supplementazione di vitamina D in soggetti anziani relativamente sani.
Si tratta di uno studio dal disegno rigoroso: randomizzato, controllato, doppio‑cieco, la metodologia più affidabile per testare un intervento. Il follow‑up lungo (5 anni) è un tempo adeguato per osservare eventi clinici come le cadute. La dimensione campionaria è ampia: quasi 2.500 partecipanti offrono potere statistico per rilevare effetti clinici rilevanti. L'endpoint ha valutato cadute e traumi reali, non soltanto parametri biochimici o esiti surrogati.
Va notato tuttavia che la popolazione arruolata in gran parte aveva livelli di 25‑OH‑vitamina D non gravemente carenti, quindi i benefici potenziali della supplementazione potrebbero essere attenuati rispetto a popolazioni con deficit più marcato. I risultati valgono per adulti più anziani generalmente sani, prevalentemente del Nord Europa; in popolazioni più fragili, con deficienza di vitamina D o con osteoporosi, gli effetti potrebbero essere diversi.
Studi futuri potranno chiarire se specifici sottogruppi (es. persone con insufficienza vitaminica significativa, fragilità grave, o deficit muscolo‑osseo) traggono beneficio dalla vitamina D nella prevenzione delle cadute.
Avvertenza importante: le strategie di prevenzione delle cadute dovrebbero continuare a focalizzarsi sui programmi di esercizio fisico, miglioramento dell’equilibrio e riduzione dei fattori di rischio ambientali, e non limitarsi alla sola supplementazione di vitamina D.
Renato Rossi
Bibliografia
Rikkonen T, Hantunen S, Kröger H, Lamberg-Allardt C, Manson JE, Nurmi T, Tuppurainen M, Voutilainen A, Tuomainen TP, Virtanen JK. The Effect of Vitamin D3 Supplementation on the Risk of Falls in a General Population-The Finnish Vitamin D Trial. J Am Geriatr Soc. 2026 Jan 13. doi: 10.1111/jgs.70295. Epub ahead of print. PMID: 41531181.
ChatGPT Health non convince il Jama
Lo scorso gennaio Chat-Gpt ha proposto a livello internazionale ChatGPT Health, una AI interamente dedicata ai multiformi e complessi problemi della “ salute”.
Nel gennaio scorso avevamo preso in esame questa importante innovazione evidenziandone potenzialità ma anche rischi. (1) Alcune settimane or sono il Jama, autorevolissima rivista medica americana, ha voluto verificare la validità ed utilità di questo nuovo settore di Chat-GPT.
Ecco una sintesi dell’articolo(2).
L’articolo del JAMA affronta un tema ormai centrale nella medicina contemporanea: i grandi modelli linguistici e i chatbot sanitari sono davvero pronti a rispondere in modo affidabile alle domande dei pazienti? Il punto di partenza è il lancio, da parte di OpenAI, di ChatGPT Health, presentato come strumento pensato per offrire informazioni personalizzate sulla base dei dati clinici caricati dall’utente. L’ambizione di questi sistemi è chiara: aiutare il pubblico a comprendere meglio informazioni mediche complesse, facilitare il dialogo con i curanti e, in prospettiva, ampliare l’accesso a un primo orientamento sanitario. Tuttavia, fin dall’inizio l’articolo sottolinea un principio fondamentale: questi strumenti dovrebbero essere considerati un supporto al clinico, non un sostituto del medico.
Il primo grande problema discusso è quello della sicurezza clinica. L’articolo richiama uno studio preliminare in cui ChatGPT Health non è riuscito a inquadrare in triage correttamente né i casi più gravi né quelli meno urgenti. Questo è un punto decisivo, perché un errore di sottostima può ritardare cure salvavita, mentre un errore di sovrastima può aumentare accessi impropri e sprechi di risorse. In parallelo, viene citato uno studio dell’Oxford Internet Institute: quando i casi clinici vengono forniti direttamente ai modelli, la capacità di riconoscere correttamente la condizione è molto alta; ma quando l’interazione avviene nel mondo reale, cioè attraverso il racconto incompleto e spesso impreciso del paziente, le prestazioni crollano. In pratica, il limite non è solo nel modello, ma nel circuito comunicativo uomo-macchina, dove informazioni mancanti, ambiguità e cattiva interpretazione riducono fortemente l’affidabilità del risultato.
Un secondo nodo essenziale è quello della privacy. L’articolo mette in evidenza che strumenti come ChatGPT Health dichiarano misure aggiuntive di protezione, come l’esclusione delle conversazioni di ChatGPT Health dal training del modello e la possibilità di usare chat temporanee non memorizzate. Tuttavia, diversi esperti invitano alla prudenza: le rassicurazioni tecniche non equivalgono a una tutela normativa piena, e restano interrogativi su proprietà dei dati, trasferibilità, uso futuro delle piattaforme e possibili cambi di governance societaria. Da questo punto di vista, il messaggio è netto: il paziente non dovrebbe caricare con leggerezza informazioni mediche sensibili in sistemi il cui inquadramento giuridico è ancora incompleto.
L’articolo mostra però anche il lato costruttivo del problema. Il valore dei modelli generativi sembra emergere soprattutto negli impieghi a basso rischio: spiegare termini medici difficili, riassumere documenti clinici, aiutare il paziente a preparare domande da porre al medico, rendere più leggibili articoli scientifici o istruzioni post-operatorie. Vengono descritti esempi interessanti di utilizzo di sistemi basati su RAG (retrieval-augmented generation), cioè modelli aggiornati sistematicamente con conoscenze validate, per tradurre e sintetizzare articoli o per fornire istruzioni post-operatorie più accessibili. In un altro studio citato, ChatGPT-4o si è mostrato più affidabile di un altro modello nel rispondere a domande dei pazienti su trial clinici e consenso informato. Ne emerge quindi un’immagine più equilibrata: non tanto “medici artificiali”, quanto interfacce intelligenti di supporto informativo.
Infine, l’articolo guarda al futuro regolatorio e istituzionale. Negli Stati Uniti sono già partite iniziative federali per studiare percorsi di valutazione e autorizzazione di strumenti digitali basati su LLM, specialmente in ambiti cronici come lo scompenso cardiaco. Il programma ADVOCATE, promosso da ARPA-H, immagina sistemi agentici capaci di assistere in modo continuativo pazienti complessi, con una supervisione di sicurezza dedicata. Ciò indica che non siamo più nel campo della semplice curiosità tecnologica: siamo entrati in una fase in cui l’IA conversazionale in sanità comincia a essere pensata come componente reale dell’ecosistema clinico.
Commento critico
L’articolo è molto ben costruito perché evita sia l’entusiasmo ingenuo sia il rifiuto pregiudiziale. Il suo merito principale è mostrare che la domanda corretta non è: “l’IA sa abbastanza medicina?”; la domanda vera è: “l’IA funziona in modo sicuro dentro la comunicazione reale con un paziente reale?” E qui la risposta, almeno oggi, è ancora dubbia. Il paziente non presenta mai il caso come una vignetta ben scritta da un medico: omette dettagli, interpreta male i sintomi, seleziona in modo casuale i dati da caricare, a volte cerca soprattutto rassicurazione. In questo contesto, anche un modello molto istruito può produrre errori clinicamente pericolosi.
A nostro giudizio, il punto più importante dell’articolo è proprio questo: i chatbot sanitari, allo stato attuale, sembrano più adatti a migliorare comprensione, e preparazione al colloquio clinico che non a sostituire il ragionamento medico, soprattutto quando sono in gioco triage, diagnosi differenziale o decisioni urgenti. In altri termini, sono promettenti come strumenti di alfabetizzazione sanitaria, meno come strumenti decisionali autonomi.
Vi è poi un altro aspetto, forse ancora più delicato: l’articolo parla molto di accuratezza e privacy, ma sullo sfondo resta il problema del rapporto fiduciario. Il medico non offre solo informazione: valuta il contesto, coglie incongruenze, percepisce gravità, responsabilità, vulnerabilità psicologica, e adatta il consiglio alla persona concreta. Questa dimensione relazionale e prudenziale non è ancora riproducibile da un chatbot. Per questo la formula più convincente resta quella suggerita nell’articolo stesso: IA come estensione del clinico, non come rimpiazzo del clinico.
In conclusione, il messaggio del JAMA è equilibrato e, a nostro avviso, molto realistico: gli strumenti di IA per i pazienti sono utili e diventeranno sempre più importanti, ma oggi danno il meglio quando semplificano, traducono, organizzano e preparano, non quando pretendono di decidere da soli. La loro maturità clinica non dipenderà soltanto dalla potenza del modello, ma dalla qualità del contesto, delle fonti, della regolazione e soprattutto dell’integrazione con la responsabilità medica umana.
Riccardo De Gobbi e Giampaolo Collecchia
Bibliografia
1) G. Collecchia et Al.: ChatGPT Health: svolta epocale nella sanità digitale o rischio sistemico? http://pillole.org/public/aspnuke/admin_news.asp?id=8923&do=view
2)Rita Rubin : Are AI Tools Ready to Answer Patients’ Questions About Their Medical Care?
Jama: Published Online: March 6, 2026. doi:10.1001/jama.2026.1122[/b]
Ancora discussioni sui benefici del caffe’
Da anni ci siamo interessati a diffondere informazioni sugli studi effettuati nel mondo sugli effetti del caffe’ e delle bevande contenenti caffeina con conclusioni non sempre concordanti. Ai numerosi studi che ne sostengono l’ aspetto positivo si contrappongono altri che invece ne indicano possibili effetti negativi. Oggi ci aggiorniamo sulle ultime novita’.
Gli articoli pubblicati in precedenza sono riportati in fondo.
Primo studio: Quanto caffe’ ci vuole per provocare un infarto?
L’ autore prende in esame con spirito critico gli studi che sostengono gli effetti negativi del caffe’ sull’ apparato cardiovascolare.
Per primo esamina uno studio cross-over di Baylin e colleghi, che ha rilevato un rischio relativo di infarto miocardico pari a 1,49 nella prima ora dopo aver bevuto una tazza di caffè. A questo punti ci si chiede come mai, con tale aumento degli infarti del miocardio, i bevitori di caffe’ non muoiano tutti a breve.
Un editoriale di accompagnamento a questo studio pero’ ha effettuato un ricalcolo del rischio riferendolo alla situazione concreta di vita: il ragionamento e’ piuttosto complesso ma anche divertente e paradossale: conclude in pratica che statisticamente, per provocare un danno acuto in un intervallo orario, ci vorrebbero 1,7 milioni di tazze di caffe’.
Poi l’autore prende in esame il rischio di aritmie.
Su questo argomento vengono presi in esame studi clinici randomizzati controllati…
Lo studio CRAVE è stato pubblicato nel 2023 ed è stato un esempio davvero interessante di come condurre uno studio randomizzato controllato sul cibo, perche’ non e’ facile indurre i partecipanti allo studio ad attenersi rigorosamente al protocollo circa quantita’ e modalita’ di assunzione.
I ricercatori hanno percio’ attivato (come riportato nell’articolo) una serie impressionante di meccanismi di controllo. Inoltre i partecipanti indossavano monitor cardiaci portatili per misurare le contrazioni atriali premature (PAC) e le contrazioni ventricolari premature (PVC).
Nello studio non è stato osservato alcun aumento della fibrillazione atriale, ne’ alcun aumento delle PAC. Si e’ osservato solo un aumento minimo, non significativo, delle PVC, che sono aumentate da 102 a 154 al giorno. Aumento trascurabile…
Poi e’ stato esaminato lo studio DECAF: pazienti con fibrillazione atriale che si stavano sottoponendo a cardioversione e che già bevevano caffè. E’ studio randomizzato ma in aperto, in cui i partecipanti sono stati invitati a continuare a bere caffè quotidianamente o a astenersi. Una percentuale elevata dei pazienti sottoposti a screening non è stata randomizzata per le difficolta’ espresse all’ inizio.
I ricercatori hanno scoperto che la fibrillazione atriale era inferiore nel gruppo dei consumatori di caffè rispetto ai non-bevitori. Nell'arco di 6 mesi nel gruppo del caffè solo il 47% è tornato in fibrillazione atriale rispetto al 64% del gruppo dell'astinenza.
Le ipotesi sui motivi di questo paradossale fenomeno sono numerose, tuttavia è chiaro (conclude l’autore della revisione) che il caffè non è pericoloso per il cuore. Se possa essere addirittura protettivo per la fibrillazione atriale è ancora discutibile ma in base a CRAVE e DECAF, sembra chiaro che non la causano.
Commento di chi scrive: ora finalmente, quando mi offrono un caffe’, sono molto piu’ tranquillo.
(Quante tazze di caffè ci vogliono per provocare un infarto? - Medscape - 23 gennaio 2026. https://www.medscape.com/viewarticle/how-many-cups-coffee-does-it-take-cause-heart-attack-2026a10001mu?ecd=WNL_trdalrt_pos1_ous_260128_etid8061735&uac=368901HG&impID=8061735)
Secondo studio: Caffè e tè proteggono dalla demenza. E il decaffeinato?
Il consumo di caffe’ sembra utile anche per il sistema nervoso, associato a un minor rischio di demenza e a miglioramenti nelle prestazioni cognitive, indipendentemente dalla predisposizione genetica della persona.
Cio’ e’ sostenuto da studi di coorte.
Uno studio, pubblicato online il 9 febbraio 26 su JAMA ha mostrato che i benefici sul sistema cognitivo erano più evidenti tra coloro che assumevano quotidianamente circa 2-3 tazze di caffè con caffeina o 1-2 tazze di tè. Precedenti ricerche gia’ suggerivano un effetto positivo della caffeina ma esistevano alcuni punti rimasti oscuri: caffè e tè ad esempio contengono oltre alla caffeina una serie di altri composti bioattivi come polifenoli, catechine e acido clorogenico.
Allora ci si chiede: quali sono le sostanze effettivamente utili?
I ricercatori hanno cercato di chiarire queste relazioni utilizzando valutazioni dietetiche ripetute e dettagliate su due coorti indipendenti, (piu’ di 80.000 donne e 45.000 uomini) che hanno compilato questionari sulla frequenza alimentare ripetuti ogni 2-4 anni per valutare l'assunzione di caffè e tè sia con caffeina che decaffeinato.
La funzione cognitiva oggettiva è stata misurata con una serie di tests e questionari che coprivano memoria, funzioni esecutive, attenzione e abilità visuospaziali.
In un periodo di follow-up di 43 anni, 11.033 partecipanti hanno sviluppato demenza, e i consumatori moderati di caffe’ e di te’ hanno mostrato una incidenza di demenza inferiore del 16-18%. Anche con la correzione successiva di elementi potenzialmente confondenti e’ rimasto, un significativo vantaggio.
I benefici più significativi sono stati riscontrati nei partecipanti di età inferiore ai 75 anni; il consumo di quantità superiori a quelle moderate non ha fornito ulteriore protezione.
Questo effetto protettivo pero’ non e’ stato riscontrato nei consumatori di caffè decaffeinato
I ricercatori hanno riconosciuto diverse limitazioni, tra cui il disegno osservazionale dello studio e la mancanza di dettagli sul tipo di tè, sulla preparazione del caffè, sullo stile di vita e di alimentazione, tuttavia il loro studio indica una precisa indicazione sul consumo moderato di caffe’, purche’ non decaffeinato.
(Caffè e tè possono proteggere dalla demenza, ma non dal decaffeinato - Medscape - 10 febbraio 2026.
https://www.medscape.com/viewarticle/coffee-and-tea-may-protect-against-dementia-hold-decaf-2026a100046l?ecd=WNL_trdalrt_pos1_ous_260212_etid8098675&uac=368901HG&impID=8098675)
A complicare le cose interviene un terzo studio:
Terzo studio: Il caffe’ fa bene solo se e’ amaro
Alcuni ricercatori cinesi, seguendo oltre 170.000 soggetti inglesi mediante i registri della UK Biobank per oltre 12 anni hanno riscontrato, nei bevitori abituali di caffe’ una riduzione del 15% del rischio di malattie cardiovascolari (CVD), in accordo con quanto gia’ esposto precedentemente.
Ma c’e’ una novita’: il caffe’ fa bene solo se amaro! Se dolcificato con zucchero o dolcificanti artificiali non si sono osservati benefici cardiovascolari significativi
Si e’ trattato di uno studio di coorte prospettico, dividendo i partecipanti in quattro gruppi principali:
1)non consumatori di caffè
2)consumatori di caffè non zuccherato
3)consumatori di caffè dolcificato con zucchero
4)consumatori di caffè dolcificato artificialmente.
Veniva valutata l'incidenza di CVD totali e dei suoi sottotipi specifici, inclusi malattia coronarica, ictus, insufficienza cardiaca e fibrillazione atriale.
Il caffè non zuccherato ha mostrato una relazione a U con il rischio CV, con la protezione ottimale a 2-3 tazze al giorno associata a una riduzione del 15% del rischio: le dosi più elevate mantengono comunque effetti protettivi significativi.
I consumatori di caffè dolcificato con zucchero e dolcificanti artificiali non hanno invece mostrato associazioni statisticamente significative con la riduzione del rischio CV, a eccezione di un modesto effetto protettivo del caffè zuccherato contro la fibrillazione atriale.
Si evidenziava come l'aggiunta di dolcificanti compromettesse i benefici cardiovascolari del caffè.
Il caffè non zuccherato ha invece mostrato effetti protettivi su malattia coronarica, ictus, fibrillazione atriale e insufficienza cardiaca.
I benefici CV del caffè non zuccherato erano indipendenti dal rischio genetico individuale, senza interazioni significative tra consumo di caffè e punteggio di rischio poligenico.
Lo studio è stato pubblicato online su Nutrition, Metabolism and Cardiovascular Diseases.
https://www.nmcd-journal.com/article/S0939-4753(26)00001-3/abstract con limiti costituiti essenzialmente da un preoccupante bias di selezione
Caffè amaro vs dolcificato: la scelta per un cuore sano - Univadis - 18/02/2026.
https://www.univadis.it/viewarticle/7c7bb929-ea55-4428-a517-93739262c1fd?uuid=7c7bb929-ea55-4428-a517-93739262c1fd&uac=368901HG&u=g7Nnk16ewgsxM61OY7IWAQtc%2B%2BluafxlOCQ8CLaB8UJshvjTe5p06inFa%2B7rm8YY&ecd=wnl_all_260227_unimon_BOMIT_5654237&utm_source=automated&utm_medium=email&utm_campaign=auto_it_bestofmonth_medupdates&utm_content=5654237&utm_term=&sso=true
A chi scrive sembra poco verosimile che un dolcificante (uno qualsiasi, indipendentemente dalla natura e composizione) possa annullare gli eventuali effetti farmacologici della caffeina e compagni. Ma certo, il mondo e’ bello perche’ e’ vario…
In conclusione, Per prima cosa andrebbe sottolineato come ormai le ricerche scientifiche consistano solo, in gran parte, di elaborazioni statistiche (ormai facilissime, vista la diffusione dell’ Intelligenza Artificiale, di dati non sempre attendibili presi da questo o quel registro nato magari per tutt’altro scopo. Probabilmente e’ una conseguenza di quel fenomeno ormai noto come “bulimia pubblicatoria”.
Restando nello specifico questi studi non sono ancora giunti a conclusioni certe o almeno altamente fondate, benche’ generalmente indicanti un effetto benefico su questo o quell’ apparato.
Chi scrive ritiene che gli effetti negativi attribuiti al caffe’ molto dipendano dalla quantita’ di caffeina che si riesca effettivamente ad ingurgitare, nonche’ dalla qualita’ dei dati presi alla base dei calcoli statistici. Una interpretazione giudiziosa dei rilievi statistici farebbe tuttavia concludere che moderate quantita’ di caffe’ (“e’ la dose che fa il veleno”) non dovrebbero fare alcun male ma anzi portare benefici a vari livelli.
E ci sembra poco plausibile che il Creatore voglia punire senza differenza l’uso di sostanze dolcificanti, qualsiasi composizione abbiano. A meno che Trilussa (benedetto il suo pollo) non avesse ragione: con l’ uso accorto della statistiche si puo’ sostenere qualsiasi tesi…
Opinione personale, naturalmente, di un abituale consumatore…
Daniele Zamperini
Articoli precedenti per gli interessati al caffe’
http://www.scienzaeprofessione.it/public/nuke/modules.php?name=News&file=article&sid=3001
http://www.scienzaeprofessione.it/public/nuke/modules.php?name=News&file=article&sid=2955
http://www.scienzaeprofessione.it/public/nuke/modules.php?name=News&file=article&sid=2183
http://www.scienzaeprofessione.it/public/nuke/modules.php?name=News&file=article&sid=1409
http://www.scienzaeprofessione.it/public/nuke/modules.php?name=News&file=article&sid=874
http://www.scienzaeprofessione.it/public/nuke/modules.php?name=News&file=article&sid=259
http://www.scienzaeprofessione.it/public/nuke/modules.php?name=News&file=article&sid=625
La "piramide rovesciata" dell'alimentazione - Parte quarta
All’inizio dell’anno sono state pubblicate le nuove linee guida nutrizionali degli Stati Uniti da parte di U.S. Department of Health and Human Services e U.S. Department of Agriculture [1]. Le raccomandazioni hanno rappresentato una parziale revisione rispetto al paradigma precedente e hanno suscitato un intenso dibattito scientifico.
In questa quarta pillola vedremo le obiezioni che sono state mosse alle nuove DGA.
Le nuove linee guida (DGA) hanno provocato un acceso dibattito internazionale. Per esempio è stato sostenuto che non sono giustificate in quanto contraddicono le evidenze generate dalle stesse metanalisi del NutriRECS, e che le raccomandazioni sono basate su una metodologia difettosa e un'interpretazione errata delle evidenze nutrizionali. Secondo i critici esiste un'evidenza chiara
accumulato nel tempo che mostra un legame netto tra elevato consumo di carne rossa e processata e un rischio più alto di malattie cardiache, cancro, diabete e morte prematura, con prove consistenti tra studi diversi. Altri hanno criticato i paper NutriRECS sottolineando una errata interpretazione dei dati e una serie di problemi metodologici, ad esempio l'applicazione del sistema GRADE — concepito per i trial farmacologici — a studi nutrizionali osservazionali. Studi fondamentali come PREDIMED e DASH erano stati esclusi dall'analisi NutriRECS. Il PREDIMED è il più grande trial dietetico sul rischio cardiovascolare e la dieta mediterranea, mentre il DASH ha stabilito le basi per le raccomandazioni sull'ipertensione — entrambi mostrano benefici chiari dalla riduzione della carne rossa. La loro esclusione, secondo i critici, avrebbe inevitabilmente cambiato le conclusioni.
Una revisione pubblicata nel 2017 [2] dei trial randomizzati controllati mostrava che ridurre i grassi saturi e sostituirli con oli vegetali polinsaturi riduceva la malattia cardiovascolare di circa il 30% — un effetto paragonabile a quello delle statine. Gli studi prospettici in diverse popolazioni hanno mostrato che un minor consumo di saturi combinato con maggiore consumo di polinsaturi e monoinsaturi è associato a tassi più bassi di malattia cardiovascolare e mortalità totale. Al contrario, la sostituzione dei saturi con carboidrati raffinati e zuccheri non è associata a minor rischio. Il grasso dei latticini aumenta l'LDL, e la sua sostituzione con polinsaturi causa una riduzione del 24-25% del rischio cardiovascolare e ictus. Per chi consuma latticini, i prodotti a basso contenuto di grassi o scremati sono preferibili come strategia per ridurre l'apporto di saturi.
Ecco in sintesi alcune delle obiezioni mosse agli studi che abbiamo citato nella pillola precedente (che consigliamo di consultare per una miglior comprensione del testo):
1. Selezione parziale degli studi (cherry picking)
Astrup et al. hanno citato circa cinque pubblicazioni che osservavano la relazione tra grassi saturi e malattia cardiovascolare, per un totale di circa 400.000 soggetti. In realtà decine di revisioni sistematiche e metanalisi di studi osservazionali e RCT su milioni di persone indicano che ridurre o sostituire i grassi saturi con altri nutrienti produce una riduzione significativa di morbilità e mortalità cardiovascolare. Le pubblicazioni più recenti su questo tema includono più del doppio dei partecipanti rispetto a quanto implicato dagli autori. Alcune delle revisioni citate a supporto della tesi revisionista presentano difetti critici che ne compromettono la validità.
2. Il caso della Finlandia — un esempio di evidenza ignorata
Una critica particolarmente tagliente riguardava un caso storico che Astrup et al. avevano citato, ma frainteso: il paese citato (Finlandia) è in realtà un esempio di evidenza che va direttamente contro la posizione del paper. Lo stesso articolo referenziato dagli autori descrive il programma preventivo del North Karelia, che mirava a modificare le abitudini alimentari della popolazione riducendo i grassi saturi e sostituendoli con grassi insaturi. I risultati — attribuiti quasi interamente ai cambiamenti dietetici — furono una riduzione considerevole del colesterolo e una riduzione dell'80% della mortalità cardiovascolare nella popolazione in età lavorativa. Gli autori del paper JACC non ne fanno menzione.
3. La distinzione LDL grande vs. piccolo: un argomento sopravvalutato
Astrup et al. sostenevano che i saturi aumentassero l'LDL "grande e soffice", meno aterogeno, e non l'LDL piccolo e denso. I critici hanno risposto che questa distinzione, pur reale, era applicata in modo semplicistico: esistono evidenze che il consumo di grassi aumenta le particelle LDL grandi e/o riduce quelle piccole e dense, influenzando comunque il rischio cardiovascolare. Inoltre, il meccanismo dell'LDL grande non è del tutto benigno: la quantità totale di particelle LDL — indipendentemente dalla dimensione — rimane un importante fattore predisponente nei soggetti ad alto rischio.
4. Il problema del "con cosa sostituisci"
Questa è la critica metodologicamente più solida. Astrup et al. concludevano che "ridurre i saturi non serve" basandosi su studi in cui spesso la riduzione avveniva a favore di carboidrati raffinati — il che neutralizzava qualsiasi beneficio potenziale. Studi come PREDIMED e DASH, che mostrano chiari benefici cardiovascolari di pattern alimentari in cui i saturi sono ridotti a favore di grassi insaturi di qualità, erano stati esclusi o sottopesati nell'analisi. A sostegno di questa critica viene citato soprattutto uno studio [3] che dimostra che consumare PUFA (grassi polinsaturi) al posto dei saturi riduce gli eventi coronarici negli RCT. Questo suggerisce che, piuttosto che cercare di abbassare il consumo di PUFA, uno spostamento verso un maggior consumo di PUFA in sostituzione dei saturi nella popolazione avrebbe ridotto significativamente la malattia coronarica. La sostituzione del 5% dell'energia dai saturi con PUFA era associata a una riduzione del rischio coronarico di circa il 10%. Nelle analisi secondarie ristrette alla mortalità per cardiopatia coronarica, il rischio relativo era 0,80 (IC 95%: 0,65–0,98), con una riduzione maggiore nei trial di prevenzione primaria rispetto a quella secondaria. Mozaffarian et al. 2010 è un paper metodologicamente più rigoroso di molti altri nel campo, perché si concentra su RCT ed eventi clinici concreti. Il suo messaggio centrale — che conta con cosa sostituisci i saturi — è probabilmente il contributo più durevole e condiviso dell'intero dibattito, accettato sia dai tradizionalisti che dai revisionisti moderati. Il punto debole è che la qualità dei trial disponibili del periodo era oggettivamente bassa, e vi è un dubbio legittimo sull'effetto degli omega-6. Il quadro che emerge oggi è più sfumato di quanto il paper lasciasse intendere: la sostituzione saturi → PUFA omega-3 (pesce, noci, lino) ha evidenze solide; la sostituzione saturi → PUFA omega-6 (oli di semi industriali) ha evidenze molto più controverse; la sostituzione saturi → carboidrati raffinati è chiaramente controproducente.
6. Enfasi eccessiva per le proteine e gli alimenti di origine animale. Le DGA suggeriscono un apporto proteico elevato a ogni pasto, che alcuni considerano eccessivo rispetto al fabbisogno medio della popolazione normale. Si teme un ritorno a modelli alimentari high-protein che i modelli epidemiologici non sembrano giustificare. Le raccomandazioni possono apparire contraddittorie perchè da una parte rivalutano alimenti ricchi di grassi saturi e dall'altra continuano a sostenere il limite tradizionale del 10% delle kcalorie totali, tanto che alcuni parlano di "dissonanza comunicativa". Il problema è che le persone non ragionano in percentuali caloriche. Il limite del 10% è difficile da applicare perché richiede calcolo calorico e conoscenza della composizione degli alimenti. Quindi la persona media interpreta il messaggio in modo più semplice: “Carne, uova e latticini sono tornati sani.” Ed è qui che nasce la distorsione comunicativa. In conclusione il messaggio delle ultime DGA non è incoerente dal punto di vista nutrizionale, ma lo diventa facilmente dal punto di vista comunicativo, perché promuovere alcuni alimenti ricchi di saturi mantenendo lo stesso limite storico e questo può essere percepito come contraddittorio.
Renato Rossi
Bibliografia
1. 1. U.S. Department of Health and Human Services and U.S. Department of Agriculture.
Dietary Guidelines for Americans (DGA), 2025–2030. Published January 7, 2026. Available at: dietaryguidelines.gov
2. Sacks FM, Lichtenstein AH, Wu JHY, et al. Dietary Fats and Cardiovascular Disease: A Presidential Advisory From the American Heart Association. Circulation. 2017 Jul 18;136(3):e1-e23. doi: 10.1161/CIR.0000000000000510. PMID: 28620111.
3. Mozaffarian D, Micha R, Wallace S. Effects on Coronary Heart Disease of Increasing Polyunsaturated Fat in Place of Saturated Fat: A Systematic Review and Meta-Analysis of Randomized Controlled Trials. PLoS Medicine. 2010 Mar 23;7(3):e1000252. doi: 10.1371/journal.pmed.1000252. PMID: 20351774.
Splenomegalia incidentale: quando preoccuparsi?
Il riscontro incidentale di splenomegalia è frequente dato l'ampio uso dell'imaging addominale. Quando bisogna preoccuparsi? Ha cercato di stabilirlo uno studio di coorte prospettico su popolazione generale composto da due coorti indipendenti: Danimarca (Copenhagen General Population Study) e Regno Unito (UK Biobank) per un totale di 47.066 partecipanti. La splenomegalia era stata diagnosticata tramite TAC o RM tra il 2012 e il 2021.
Variabili analizzate: lunghezza della milza e volume splenico.
Outcome considerati: tumori ematologici, cirrosi e carcinoma epatico.
Il rischio di tumori ematologici aumenta significativamente con l’aumentare della dimensione della milza:
<130 mm o <400 mL: rischio basso
130–139 mm o 400–499 mL: rischio moderatamente aumentato
≥140 mm o ≥500 mL: rischio elevato
Per volumi >500 mL il rischio relativo è circa 11 volte maggiore rispetto alla norma.
Rischio di malattia epatica: nei soggetti con volume splenico ≥400 mL si osserva aumento anche di
cirrosi e carcinoma epatico. Per esempio negli over-70 il rischio di cirrosi èc circa del 10% a 5 anni e il rischio di carcinoma eptico è di circa il 3% nei maschi.
Gli autori concludono che la splenomegalia incidentale significativa (≥140 mm o ≥500 mL) è associata a rischio elevato di neoplasie ematologiche e malattia epatica, e dovrebbe probabilmente portare a un work-up diagnostico.
Che dire?
Lo studio colma un gap importante: prima non era chiaro quando una splenomegalia incidentale richiedesse indagini. Qui vengono proposte soglie quantitative utili per la pratica clinica:
130 mm = attenzione, 140 mm = work-up probabile.Questo è senza dubbio uno dei contributi più utili del lavoro.
Renato Rossi
Bibliografia
Juhl AR, Glenthøj A, Nordestgaard BG, Petersen J, Pham MHC, Kofoed KF, Kühl JT, Fuchs A, Sigvardsen PE, Kristensen TS, Bojesen SE, Rønnemoes R, Helby J. Incidentally Detected Splenomegaly and Risk of Hematologic Cancer and Liver Disease. JAMA Oncol. 2026 Jan 15:e255934. doi: 10.1001/jamaoncol.2025.5934. Epub ahead of print. PMID: 41538177; PMCID: PMC12809418.
Intelligenza Artificiale in Medicina - Parte sesta
Cosa può fare il clinico, oggi
Non è ragionevole — né utile — concludere che i sistemi di AI siano da evitare. La loro accuratezza media su casi tipici è documentata e spesso notevole. Il problema è l’uso acritico, e la soluzione non richiede competenze informatiche: richiede un’igiene cognitiva specifica.
1. Trattare la spiegazione come un’ipotesi diagnostica, non come una prova
La spiegazione del sistema è un punto di partenza per il ragionamento clinico, non la sua conclusione. Vale la pena chiedersi esplicitamente: questa spiegazione è compatibile con tutti i dati che ho, inclusi quelli che il sistema potrebbe non aver elaborato? Ci sono elementi nel quadro clinico che la spiegazione non menziona?
2. Cercare attivamente le alternative scartate
Quando un sistema assegna una probabilità dominante a una diagnosi, l’attenzione tende a convergere su quella. È più utile guardare la distribuzione completa e chiedersi: la seconda e la terza ipotesi sono state escluse sulla base di dati reali, o solo perché il sistema non aveva accesso alle informazioni rilevanti?
3. Non sopravvalutare la coerenza narrativa
Una spiegazione ben costruita non è garanzia di un calcolo accurato. La fluidità del testo e la sua aderenza al registro medico sono proprietà del linguaggio, non dell’inferenza diagnostica. Un sistema può scrivere una spiegazione impeccabile per una diagnosi sbagliata.
4. Applicare più scetticismo dove l’AI sembra più sicura
I casi in cui la spiegazione è più fluida e la probabilità più alta sono spesso quelli più tipici e frequenti nel dataset di addestramento. I pazienti atipici — presentazioni rare, comorbidità complesse, dati parziali — sono quelli su cui la dissociazione tra spiegazione e processo è più probabile.
5. Documentare il proprio ragionamento separatamente
Se la spiegazione del sistema entra nella documentazione clinica, è buona pratica — e, con l’AI Act, una responsabilità crescente del deployer — annotare esplicitamente se e perché se ne è tenuto conto, quali elementi aggiuntivi sono stati considerati, e dove il giudizio clinico ha divergito dal suggerimento del sistema. Non è burocrazia: è la traccia di ciò che il sistema non può fare.
6. Partecipare ai processi di valutazione del vendor
L’AI Act obbliga i deployer a cooperare con i fornitori nel monitoraggio post-deployment. Questo significa che le segnalazioni di comportamenti anomali del sistema — spiegazioni incoerenti, output sorprendenti, diagnosi discordanti con il quadro clinico — non sono solo episodi da ignorare, ma dati preziosi per la sorveglianza continua del sistema. I clinici sono, di fatto, una parte del meccanismo di supervisione previsto dal Regolamento.
La prossima frontiera: certificare le spiegazioni, non solo le diagnosi
Il problema della dissociazione tra spiegazione e calcolo non si risolve rendendo i sistemi più verbosi o più articolati nelle loro giustificazioni. Si affronta a un livello diverso: quello delle rappresentazioni interne.
La ricerca in interpretabilità meccanicistica sta sviluppando tecniche — il probing sui residual stream, il causal tracing, l’activation patching — che permettono di verificare se una specifica variabile ha davvero influenzato causalmente la risposta del modello, indipendentemente da ciò che il sistema afferma nella sua spiegazione. Non sono ancora strumenti clinicamente operativi. Ma indicano la direzione.
L’obiettivo pratico, coerente con lo spirito dell’AI Act e con la direzione della ricerca, è quello di sistemi certificati non solo per l’accuratezza diagnostica su popolazioni di test, ma per la fedeltà verificata delle proprie spiegazioni: sistemi in cui la trasparenza non sia una narrativa prodotta per rassicurare il clinico, ma una proprietà misurabile, auditabile e monitorata nel tempo.
La distinzione tra ciò che il sistema “dice” di aver calcolato e ciò che ha effettivamente calcolato rimane, per ora, una responsabilità del clinico. Non è un onere irragionevole: è la stessa responsabilità che si esercita ogni volta che si interpreta un referto redatto da chi non ha visto il paziente, si valuta una consulenza telefonica, si pesa un risultato di laboratorio nel contesto di un quadro clinico che il laboratorio non conosce.
Cinque punti da ricordare
1. I sistemi di AI per la diagnosi differenziale producono spiegazioni
che possono non corrispondere al processo computazionale reale.
2. Un sistema può essere sincero — non ingannevole — senza essere
fedele: la spiegazione è plausibile, ma non necessariamente causale.
3. Il rischio è maggiore nei casi atipici e con dati parziali: esattamente
quelli in cui il supporto AI sembra più utile.
4. L’AI Act (Reg. UE 2024/1689) classifica questi sistemi come ad alto
rischio e impone obblighi di trasparenza, supervisione umana e
alfabetizzazione AI al deployer — cioè alla struttura e al clinico.
5. Documentare il proprio ragionamento separatamente da quello del
sistema non è burocrazia: è la traccia di ciò che l’AI non può fare
e un obbligo emergente ai sensi del Regolamento europeo.
Novità in Gazzetta Ufficiale 21 - 27 marzo 2026
Proroga dello stato di emergenza in relazione alla situazione di criticità in atto concernente il sistema ospedaliero della Regione Calabria
DELIBERA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI DEL 10.03.26 (Gazzetta Ufficiale n. 67 del 21.03.26)
Inserimento del medicinale Cisplatino nell'elenco istituito, ai sensi della legge n. 648/1996, per il trattamento chemioradioterapico concomitante nei pazienti con carcinomi squamosi cervico-cefalici in stadio localmente avanzato, limitatamente a pazienti con buon performance status e selezionando attentamente i pazienti con più di 70 anni. (Determina n. 280/2026)
DETERMINA DELL'AGENZIA ITALIANA DEL FARMACO DEL 13.03.26 (Gazzetta Ufficiale n. 68 del 23.03.26)
Inserimento del medicinale Cisplatino nell'elenco istituito, ai sensi della legge n. 648/1996, per il trattamento chemioradioterapico concomitante come terapia adiuvante in pazienti operati, con margini positivi e/o estensione extranodale, e con buon performance status, limitatamente ai tumori di cavo orale, orofaringe, ipofaringe e laringe. (Determina n. 281/2026)
DETERMINA DELL'AGENZIA ITALIANA DEL FARMACO DEL 13.03.26 (Gazzetta Ufficiale n. 68 del 23.03.26)
Inserimento del medicinale Somatropina nell'elenco istituito, ai sensi della legge n. 648/1996, per il trattamento della bassa statura idiopatica. (Determina n. 282/2026)
DETERMINA DELL'AGENZIA ITALIANA DEL FARMACO DEL 13.03.26 (Gazzetta Ufficiale n. 68 del 23.03.26)
Modifica alla determina AIFA n. 275/2025 relativa all'inserimento del medicinale Crizotinib (Xalkori) nell'elenco dei medicinali erogabili a totale carico del Servizio sanitario nazionale, ai sensi della legge 23 dicembre 1996, n. 648, per il trattamento del linfoma anaplastico ALK+. (Determina n. 283/2026)
DETERMINA DELL'AGENZIA ITALIANA DEL FARMACO DEL 13.03.26 (Gazzetta Ufficiale n. 68 del 23.03.26)
Modifica alla determina AIFA n. 281/2024 relativa all'inserimento del medicinale Crizotinib (Xalkori) nell'elenco dei medicinali erogabili a totale carico del Servizio sanitario nazionale, ai sensi della legge 23 dicembre 1996, n. 648, per il trattamento del tumore miofibroblastico infiammatorio, positivo per la chinasi del linfoma anaplastico (ALK), non resecabile, recidivante o refrattario, dalla prima linea di trattamento. (Determina n. 284/2026)
DETERMINA DELL'AGENZIA ITALIANA DEL FARMACO DEL 13.03.26 (Gazzetta Ufficiale n. 68 del 23.03.26)
Aggiornamento delle tabelle contenenti l'indicazione delle sostanze stupefacenti e psicotrope, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, e successive modificazioni e integrazioni. Inserimento nella tabella I della specifica indicazione della sostanza MDMB-FUBINACA
DECRETO DEL MINISTERO DELLA SALUTE DEL 12.03.26 (Gazzetta Ufficiale n. 69 del 24.03.26)
Classificazione, ai sensi dell'articolo 12, comma 5, della legge 8 novembre 2012, n. 189, del medicinale per uso umano, a base di linvoseltamab, «Lynozyfic». (Determina n. 269/2026)
DETERMINA DELL'AGENZIA ITALIANA DEL FARMACO DEL 11.03.26 (Gazzetta Ufficiale n. 70 del 25.03.26)
Classificazione, ai sensi dell'articolo 12, comma 5, della legge 8 novembre 2012, n. 189, del medicinale per uso umano, a base di ustekinumab, «Yesintek». (Determina n. 270/2026)
DETERMINA DELL'AGENZIA ITALIANA DEL FARMACO DEL 11.03.26 (Gazzetta Ufficiale n. 70 del 25.03.26)
Modifica delle condizioni e modalità di monitoraggio nell'ambito dei registri AIFA del medicinale per uso umano «Keytruda». (Determina n. 19/2026)
DETERMINA DELL'AGENZIA ITALIANA DEL FARMACO DEL 19.03.26 (Gazzetta Ufficiale n. 70 del 25.03.26)
Classificazione, ai sensi dell'articolo 12, comma 5, della legge 8 novembre 2012, n. 189, del medicinale per uso umano, a base di efavirenz/emtricitabina/tenofovir disoproxil, «Efavirenz/Emtricitabina/Tenofovir Disoproxil Mylan». (Determina n. 271/2026)
DETERMINA DELL'AGENZIA ITALIANA DEL FARMACO DEL 11.03.26 (Gazzetta Ufficiale n. 71 del 26.03.26)
Classificazione, ai sensi dell'articolo 12, comma 5, della legge 8 novembre 2012, n. 189, del medicinale per uso umano, a base di seladelpar, «Lyvdelzi». (Determina n. 272/2026)
DETERMINA DELL'AGENZIA ITALIANA DEL FARMACO DEL 11.03.26 (Gazzetta Ufficiale n. 71 del 26.03.26)
Classificazione, ai sensi dell'articolo 12, comma 5, della legge 8 novembre 2012, n. 189, del medicinale per uso umano, a base di anifrolumab, «Saphnelo». (Determina n. 273/2026)
DETERMINA DELL'AGENZIA ITALIANA DEL FARMACO DEL 11.03.26 (Gazzetta Ufficiale n. 71 del 26.03.26)
Classificazione, ai sensi dell'articolo 12, comma 5, della legge 8 novembre 2012, n. 189, del medicinale per uso umano, a base di herpes zoster vaccine (recombinant, adjuvanted), «Shingrix». (Determina n. 274/2026)
DETERMINA DELL'AGENZIA ITALIANA DEL FARMACO DEL 11.03.26 (Gazzetta Ufficiale n. 71 del 26.03.26)
Classificazione, ai sensi dell'articolo 12, comma 5, della legge 8 novembre 2012, n. 189, del medicinale per uso umano, a base di guselkumab, «Tremfya». (Determina n. 275/2026)
DETERMINA DELL'AGENZIA ITALIANA DEL FARMACO DEL 11.03.26 (Gazzetta Ufficiale n. 72 del 27.03.26)
Classificazione, ai sensi dell'articolo 12, comma 5, della legge 8 novembre 2012, n. 189, del medicinale per uso umano, a base di zolbetuximab, «Vyloy». (Determina n. 276/2026)
DETERMINA DELL'AGENZIA ITALIANA DEL FARMACO DEL 11.03.26 (Gazzetta Ufficiale n. 72 del 27.03.26)
Classificazione, ai sensi dell'articolo 12, comma 5, della legge 8 novembre 2012, n. 189, del medicinale per uso umano, a base di zolbetuximab, «Vyloy». (Determina n. 276/2026)
DETERMINA DELL'AGENZIA ITALIANA DEL FARMACO DEL 11.03.26 (Gazzetta Ufficiale n. 72 del 27.03.26)
Intesa, ai sensi dell'accordo tra il Governo, le regioni e le province autonome del 5 dicembre 2013, Rep. atti n. 164/CSR, sull'«Ipotesi di accordo collettivo nazionale per la disciplina dei rapporti con i medici pediatri di libera scelta», ai sensi dell'articolo 8 del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502 - Triennio 2022-2024. (Rep. Atti n. 28/CSR del 18 marzo 2026)
PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI - CONFERENZA PERMANENTE PER I RAPPORTI TRA LO STATO, LE REGIONI E LE PROVINCE AUTONOME DI TRENTO E BOLZANO, INTESA DEL 18.03.26 (Gazzetta Ufficiale n. 72 del 27.03.26, Supplemento ordinario n. 11)
Vaccino per Covid-19 e gravidanza
Gli autori di questo studio di popolazione sono partiti dalla constatazione che esistono delle lacune circa gli effetti del vaccino per la Covid-19 e gli esiti della gravidanza.
Basandosi sul database canadese CANCOVID-Preg, lo studio ha coperto il periodo aprile 2021–dicembre 2022, includendo le ondate delle varianti Delta e Omicron. In tutto sono stati analizzati 19.899 casi di infezione in gravidanza. La maggioranza delle donne era vaccinata prima della diagnosi (72%, n = 14367), ma una quota rilevante anche durante la gravidanza (n = 2942). Il 28% non era vaccinato (n = 5592)
Gli esiti principali considerati erano il ricovero ospedaliero per Covid-19, il ricovero in terapia intensiva e il parto pretermine.
Questi i risultati ottenuti dal vaccino:
* rischio significativamente ridotto di ospedalizzazione (circa –60% sia in Delta sia in Omicron),
* forte riduzione del rischio di ricovero in terapia intensiva (circa –90%),
* riduzione del rischio di parto pretermine, più marcata nel periodo Omicron.
Queste associazioni rimanevano anche dopo l’aggiustamento per comorbidità e altri fattori di confondimento.
Che dire?
Lo studio fornisce evidenze significative a favore della sicurezza ed efficacia della vaccinazione anti-COVID-19 in gravidanza grazie all’ampia dimensione del campione, al disegno di sorveglianza a livello di popolazione, all’analisi separata per le varianti Delta e Omicron, all’aggiustamento per fattori confondenti clinicamente rilevanti.
Un aspetto importante è che la vaccinazione non solo protegge la madre dalle forme gravi di Covid-19, ma è associata anche a un minor rischio di parto pretermine, un esito cruciale per la salute neonatale. Questi dati suggeriscono inoltre che la protezione si mantiene anche con varianti meno virulente come Omicron e supportano la vaccinazione sia prima sia durante la gravidanza.
Come in tutti gli studi osservazionali i risultati possono risentire di residui fattori confondenti (ad esempio differenze comportamentali tra donne vaccinate e non vaccinate). Tuttavia, la coerenza degli effetti e la loro ampiezza rendono improbabile che i risultati siano spiegati solo da queste distorsioni.
Insomma, lo studio fornisce forti argomentazioni scientifiche a favore della vaccinazione come strumento efficace per ridurre morbosità materna grave e parto pretermine, indipendentemente dalla variante virale circolante.
Renato Rossi
Bibliografia
McClymont E, Blitz S, Forward L, Cole S, Alton GD, Boucoiran I, Cassell K, Castillo E, Crane J, Kuret V, LeBlanc Cormier G, Murphy PA, Poliquin V, Saunders S, Scott H, Shah P, Snelgrove JW, Sprague AE, Yudin MH, Money D; CANCOVID-Preg Team. The Role of Vaccination in Maternal and Perinatal Outcomes Associated With COVID-19 in Pregnancy. JAMA. 2026 Jan 13;335(2):154-162. doi: 10.1001/jama.2025.21001. PMID: 41396589; PMCID: PMC12706698.
In vigore lo scudo penale per i sanitari: cambia davvero qualcosa
La norma attuale ha preso il posto dello scudo penale Covid-19, che anche prevedeva la responsabilità penale solo per colpa grave per la situazione di emergenza epidemica
Per escludere la colpa grave vengono indicati questi dati: condizioni di lavoro dell’esercente la professione sanitaria, entità delle risorse umane, materiali e finanziarie concretamente disponibili in relazione al numero di casi da trattare, contesto organizzativo in cui i fatti sono commessi, minor grado di esperienza e conoscenze tecniche possedute dal personale non specializzato.
La giurisprudenza gia’ valutava le situazioni di grave carenza di personale sanitario con il filtro della gravita' della colpa, affermando che ciò corrisponde a un razionale di giudizio nella responsabilità penale del medico, ma attualmente si riscontrano almeno due profili di novità.
Per prima cosa Non tutti i magistrati condividevano i concetti espressi dalla giurisprudenza e se ne dissociavano nell’accertamento della responsabilità. Ora invece non ne possono più prescindere, perché lo scudo penale 2026 e’ espressamente previsto dalla legge.
In secondo luogo, molto importante: La giurisprudenza escludeva la responsabilità penale solo in caso d’imperizia lieve, cioè solo in caso di errore tecnico. Invece la norma attuale considera la colpa senza specificare e quindi riguarda tutte le forme di colpa, comprese negligenza e imprudenza, purche’ in base ai criteri esposti sopra non siano “gravi”, e cioè anche l’errore comune, come può essere una eventuale distrazione, magari conseguente ad una temporanea situazione di sovraccarico di pazienti
Ma attenzione!
Non si tratta di una "impunità totale" o di un'amnistia: il dolo e la colpa grave (valutata con i recenti parametri) continuano a essere perseguiti, inoltre lo scudo non incide sulla responsabilità civile (quindi sui risarcimenti) o disciplinare.
Sono aspetti da tenere sempre presenti.
Daniele Zamperini
https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2026/02/28/26G00044/sg
https://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/scudo-penale-2026-ecco-perche-cambia-davvero-qualcosa-per-i-medici/