La "Sindrome dell'autobirrificio": quando ci si ubriaca senza bere
Resincronizzazione cardiaca: quello che serve sapere al medico ...
SOCIAL MEDIA e SALUTE MENTALE dei GIOVANI
Novità in Gazzetta Ufficiale 5 - 10 luglio 2026
Efficacia dello screening cervicale
Le foto scaricate da internet possono costituire prova in Tribunale
Novità in Gazzetta Ufficiale 27 giugno - 4 luglio 2026
Helicobacter pylori: un aggiornamento
Cambiamento Climatico o Riscaldamento Globale?
Orforglipron, un altro farmaco per l'obesità e il diabete di tipo 2La "Sindrome dell'autobirrificio": quando ci si ubriaca senza bere
Anche se la maggior parte dei commenti trasudava facile ironia o incredulita', vogliamo ricordare ai lettori che questa sindrome, dovuta a un metabolismo anomalo del microbiota intestinale, e' in realta' ben nota.
Cogliamo l' occasione per ricordare il nostro articolo precedente, che ne illustrava le cause e le possibili terapie, per evitare possibili gravi conseguenze.
Leggi su
https://www.pillole.org/public/aspnuke/news.asp?id=8940
Daniele Zamperini
Resincronizzazione cardiaca: quello che serve sapere al medico curante
Nello scompenso cardiaco una causa significativa dei peggioramenti clinici non è dovuta solo alla ridotta funzionalità meccanica ma anche alla presenza di dissincronia, ovvero un'attivazione elettrica non coordinata dei due ventricoli. La mancata coordinazione tra le camere cardiache comporta una contrazione inefficiente e un rimodellamento ventricolare con peggioramento dello scompenso. Il blocco di branca sinistro (BBS) ne è la causa più comune: è presente nel 20-30% dei pazienti con frazione di eiezione ridotta. Va considerata anche un'altra causa di dissincronia: la stimolazione dal ventricolo destro che si verifica nei portatori di pacemaker tradizionale che ricevono una stimolazione costante dal ventricolo destro e possono sviluppare una "cardiomiopatia indotta da pacing" a causa dell'attivazione non naturale del cuore.
Le tecniche di resincronizzazione
Esistono due approcci principali per riportare il cuore a una contrazione coordinata:
1. Approccio tradizionale: stimolazione biventricolare. Utilizzata da oltre vent'anni, questa tecnica usa due elettrocateteri per stimolare contemporaneamente il ventricolo destro e la parete laterale del ventricolo sinistro. Sebbene efficace, si affida a una conduzione lenta "da cellula a cellula" che non segue perfettamente le vie naturali del cuore.
2. Approccio più recente: stimolazione del sistema di conduzione. Questa tecnica utilizza un singolo elettrocatetere posizionato per stimolare direttamente le fibre naturali del cuore (il Fascio di His o la Branca Sinistra). Ha il vantaggio di rispristinare un'attivazione elettrica rapida e fisiologica, molto simile a quella di un cuore sano. Studi recenti suggeriscono che possa migliorare la frazione di eiezione in modo superiore rispetto alla tecnica biventricolare.
Nota: È utile sapere che il dispositivo impiantato può essere un semplice resincronizzatore (CRT-P) oppure un resincronizzatore combinato con defibrillatore (CRT-D): la scelta viene effettuata dall'elettrofisiologo in base al rischio aritmico individuale del paziente. Il MMG può trovarsi di fronte a pazienti che riferiscono di avere "un defibrillatore", con possibile confusione o preoccupazione: sapere che si tratta di un dispositivo combinato, e non di una condizione di per sé più grave, aiuta a rassicurare e informare correttamente. In caso di shock erogato dal dispositivo è sempre indicato un contatto tempestivo con il centro di riferimento.
Quando inviare il paziente all'elettrofisiologo?
Il ruolo del MMG è fondamentale nell'identificare i pazienti che potrebbero beneficiare di queste terapie.
Anzitutto vanno inviati per una valutazione i pazienti con scompenso cardiaco sintomatico con frazione di eiezione (FE) inferiore o uguale al 35-40% soprattutto se vi è un BBS (QRS >/= 130 msec). Tuttavia prima di inviare il paziente, è fondamentale che sia già in terapia medica ottimale da almeno 3 mesi (ARNI o ACE-inibitore + betabloccante + antagonista dell'aldosterone ± gliflozine). La resincronizzazione (CRT) va considerata quando la FE rimane ≤35-40% nonostante questa terapia. Molti pazienti, con sola terapia medica ottimizzata, recuperano la funzione sistolica e non necessitano del dispositivo.
Altri candidati sono i portatori di pacemaker quando dopo l'impianto la FE scende al di sotto del 50% e di almeno il 10% rispetto al basale. In questo caso l'elettrofisiologo valuterà se è il caso di passare a una stimolazione "fisiologica". Infine vanno inviati i pazienti con bradicardia sintomatica in cui è necessaria una stimolazione ventricolare frequente (> 20-40% dei battiti) anche in presenza di funzione cardiaca normale: lo specialista valuterà la necessità di una stimolazione del sistema di conduzione al fine di prevenire lo scompenso.
La valutazione può attendere o non è indicata se l'aspettativa di vita è inferiore a un anno per patologie extracardiache, se scompenso refrattario in classe NYHA IV avanzata (beneficio ridotto), o QRS stretto (<130 msec) senza blocco di branca, dove l'utilità della CRT non è dimostrata.
Efficacia delle terapia resincronizzante
La stimolazione biventricolare riduce significativamente il rischio di morte e di ricovero per scompenso cardiaco. La stimolazione della branca sinistra sembra mostrare risultati simili o potenzialmente superiori in termini di riduzione dei ricoveri. Non è chiaro invece il beneficio nei pazienti con blocco di branca destro (BBD).
Gli eventi avversi (circa 5-8%) includono lo spostamento dei cateteri, ematomi nella tasca del dispositivo o infezioni.
Follow-up
Per i pazienti già portatori di questi dispositivi, si raccomanda un ecocardiogramma da eseguire tra i 3 e i 12 mesi dopo l'impianto per valutare il recupero della funzione cardiaca. Il monitoraggio da remoto, utilizzando la trasmissione wireless dei dati, permette di rilevare precocemente la presenza di aritmie. Ogni anno è opportuno un elettrocardiogramma per verificare che la durata e la forma del complesso QRS rimangano stabili nel tempo.
Renato Rossi
Bibliografia
Ternes CM et al. Cardiac Resynchronization Therapy. A Review. JAMA. Pubblicato online il 27 aprile 2026. DOI: 10.1001/jama.2026.4893.
SOCIAL MEDIA e SALUTE MENTALE dei GIOVANI
Un recente editoriale del Jama(1) commenta una grande meta-analisi pubblicata su JAMA Pediatrics(2) che ha valutato il rapporto tra uso dei media digitali e salute mentale/development dei giovani. Il punto di partenza è chiaro: oggi la domanda non è più se bambini e adolescenti usino gli schermi, ma come li usino, con quali contenuti, in quali contesti e con quali conseguenze.
La meta-analisi ha incluso 153 studi longitudinali, selezionati dopo lo screening di quasi 19.000 articoli scientifici, per un totale di oltre 363.000 partecipanti tra 2 e 19 anni. Il valore principale di questo lavoro è che non si basa su semplici studi trasversali, cioè “fotografie” di un singolo momento, ma su studi che seguono gli stessi soggetti nel tempo. Questo permette di osservare meglio la sequenza temporale tra esposizione ai media digitali e successivi cambiamenti nella salute mentale, pur senza poter dimostrare una causalità certa.
Il risultato generale è che l’uso dei media digitali è associato a un peggioramento modesto ma misurabile di vari indicatori di salute mentale e sviluppo. Gli effetti non sono enormi sul singolo individuo, ma diventano importanti se considerati a livello di popolazione: anche un piccolo spostamento medio del rischio, applicato a milioni di adolescenti, può tradursi in un numero elevato di casi aggiuntivi di ansia, depressione o disagio clinicamente rilevante.
L’articolo sottolinea una distinzione fondamentale: non tutti gli schermi sono uguali. I videogiochi, per esempio, risultano associati a maggiori livelli di aggressività o comportamenti esternalizzanti, ma anche, in alcuni studi, a migliori capacità attentive ed esecutive. I social media, invece, emergono come l’ambito più problematico: il loro uso più intenso è associato a peggiori esiti in quasi tutti i domini valutati, compresi depressione, ansia, autolesionismo, minore percezione di sé, peggior rendimento scolastico, problemi comportamentali e maggiore uso di sostanze.
Un altro punto importante riguarda l’età. Gli effetti negativi sembrano più marcati nella prima adolescenza, in particolare tra i 12 e i 15 anni, una fase in cui il cervello attraversa una rapida maturazione socio-emotiva. In questa finestra evolutiva, i sistemi della ricompensa, della comparazione sociale e della sensibilità al giudizio dei pari sono particolarmente attivi; proprio per questo, le piattaforme social, con like, notifiche, scroll infinito e contenuti personalizzati dagli algoritmi, possono diventare particolarmente potenti.
L’articolo non sostiene che i social media “causino” direttamente depressione o ansia. La meta-analisi resta basata su studi osservazionali, quindi rimane possibile che ragazzi già vulnerabili, depressi o isolati tendano a usare maggiormente i social. Tuttavia, la persistenza dell’associazione in tanti studi, popolazioni e periodi diversi rende il segnale difficile da ignorare.
La parte finale dell’articolo sposta il tema dalla responsabilità individuale a quella collettiva. Per anni il problema è stato affidato quasi esclusivamente alle famiglie: controllare il tempo di schermo, imporre regole, usare strumenti di parental control. Ma gli esperti citati osservano che questo approccio è insufficiente. Le piattaforme sono progettate per massimizzare il coinvolgimento, non necessariamente il benessere. Per questo vengono proposte soluzioni di design: ridurre notifiche, like visibili, streaks, ricondivisioni e altri meccanismi che alimentano confronto sociale, dipendenza e ritorno compulsivo alla piattaforma.
Il ruolo dei clinici, secondo l’articolo, dovrebbe diventare più attivo. Pediatri, medici di famiglia, psicologi e operatori sanitari dovrebbero chiedere non solo “quanto tempo passi davanti allo schermo?”, ma anche che cosa fai online, con chi, quando, perché e con quali effetti sul sonno, sull’umore, sulla scuola e sulle relazioni. L’approccio consigliato non è moralistico né proibizionista, ma esplorativo e dialogico.
Commento critico
L’articolo è interessante perché evita due semplificazioni opposte. Da un lato non cade nel catastrofismo secondo cui “i social rovinano automaticamente i giovani”; dall’altro non minimizza il problema dicendo che gli effetti sono piccoli e quindi trascurabili. La posizione più equilibrata è questa: gli effetti medi sono modesti, ma costanti, diffusi e potenzialmente rilevanti sul piano della salute pubblica perché potenzialmente molto nocivi in soggetti fragili per motivi personali. familiari e sociali ….
Il messaggio più utile, ad avviso dell’Editor, è la necessità di superare la vecchia categoria generica di “tempo davanti allo schermo”. Un’ora trascorsa a guardare un video didattico, a parlare con un familiare lontano o a seguire un corso online non è equivalente a un’ora di scroll compulsivo su contenuti brevi, emotivamente intensi, continuamente personalizzati da un algoritmo. La quantità conta, ma la qualità dell’esperienza digitale conta probabilmente di più.
Dal punto di vista clinico, l’articolo suggerisce una piccola rivoluzione pratica: inserire l’uso dei social media nell’anamnesi abituale dell’adolescente, come già si fa per sonno, alimentazione, attività fisica, sostanze, rendimento scolastico e relazioni familiari. Non con tono inquisitorio, ma con domande semplici: “Quali app usi di più?”, “Ti capita di non riuscire a smettere?”, “Come ti senti dopo averle usate?”, “Ti confronti spesso con gli altri?”, “Il telefono interferisce con il sonno?”, “Hai mai visto contenuti che ti hanno turbato?”.
Un altro aspetto convincente è la critica implicita alla delega totale alle famiglie. È irrealistico chiedere ai genitori di contrastare da soli sistemi progettati da aziende enormi, con competenze psicologiche, dati comportamentali e algoritmi potentissimi. Certamente la famiglia deve educare, accompagnare e porre limiti; ma non può essere l’unico argine. Servono “regole di piattaforma”, trasparenza sugli algoritmi, ricerca indipendente, responsabilità delle aziende tecnologiche e politiche scolastiche ragionevoli.
Il tema dei divieti è invece più delicato. I ban totali possono sembrare rassicuranti, ma rischiano di essere aggirati o di produrre effetti collaterali: esclusione sociale, conflitto familiare, uso clandestino, perdita di occasioni positive. Più promettente sembra una strategia mista: limitazioni nei contesti sensibili, come la scuola; educazione digitale; co-uso familiare; riduzione del design manipolativo; maggiore protezione nelle fasce d’età più vulnerabili.
In conclusione, l’articolo non autorizza una diagnosi semplicistica del tipo “social media uguale depressione”, ma invita a considerare i social come un fattore ambientale utile ma potenzialmente dannoso, simile per importanza ad altri determinanti dello stile di vita. Per un medico, un educatore o un genitore, il messaggio pratico potrebbe essere questo: non demonizzare lo schermo, ma non banalizzarlo; non limitarsi a contare le ore, ma capire l’esperienza; non colpevolizzare il ragazzo, ma aiutarlo a riconoscere quando l’uso digitale diventa perdita di libertà,di sonno,di autostima e benessere.
Riccardo De Gobbi e Giampaolo Collecchia
Bibliografia
1) http:// jamanetwork.com/journals/jama/fullarticle/2846870?guestAccessKey=61df28d2-e2a6-43c6-8aeb-359c188e4e83&utm_medium=email&utm_source=postup_jn&utm_campaign=article_alert-jama&utm_content=olf-tfl_&utm_term=032626
2) Samantha Teague et Al.: Digital Media Use and Child Health and DevelopmentA Systematic Review and Meta-Analysis JAMA Pediatr. 2026;180(5):510-517. doi:10.1001/jamapediatrics.2026.0085
Novità in Gazzetta Ufficiale 5 - 10 luglio 2026
Adozione del Programma nazionale HTA dispositivi medici 2026-2028
DECRETO DEL MINISTERO DELLA SALUTE DEL 26.01.26 (Gazzetta Ufficiale n. 155 del 07.07.26)
Programma di investimenti ai sensi dell'articolo 20 della legge 11 marzo 1988, n. 67 - Ricognizione delle risorse resesi disponibili per le finalità indicate dall'articolo 1, commi 310, 311 e 312 della legge 23 dicembre 2005, n. 266 e successiva modificazione
DECRETO DEL MINISTERO DELLA SALUTE DEL 20.05.26 (Gazzetta Ufficiale n. 155 del 07.07.26)
Sostituzione dell'allegato della determina n. 819/2026 del 17 luglio 2026, concernente: «Aggiornamento Nota AIFA 39». (Determina n. 914/2026)
DETERMINA DELL'AGENZIA ITALIANA DEL FARMACO DEL 06.07.26 (Gazzetta Ufficiale n. 157 del 09.07.26)
Comunicato relativo all'accordo, ai sensi dell'articolo 4, comma 1, del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, tra il Governo, le regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano, sul documento recante «Piano strategico operativo di preparazione e risposta ad una pandemia da patogeni a trasmissione respiratoria a maggiore potenziale pandemico 2025-2029», sui relativi allegati, sui criteri e le modalità di riparto delle risorse di cui all'articolo 1, comma 308, della legge 30 dicembre 2024, n. 207, nonchè sul sistema di monitoraggio delle azioni poste in essere. (Rep. atti n. 50/CSR del 30 aprile 2026)
COMUNICATO DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI - CONFERENZA PERMANENTE PER I RAPPORTI TRA LO STATO, LE REGIONI E LE PROVINCE AUTONOME DI TRENTO E BOLZANO (Gazzetta Ufficiale n. 158 del 10.07.26)
Efficacia dello screening cervicale
Per valutare l'efficacia dello screening cervicale con test per HPV in Canada sono state seguite 8.100 donne per 10 anni dopo che avevano fatto un test di screening. Lo scopo era quello di valutare il rischio a lungo termine di lesioni precancerose del collo dell'utero (displasia cervicale di grado 2 o superiore = CIN2+).
Si è visto che il rischio cumulativo a 10 anni variava molto in base all'esito del test. Il rischio di CIN2+ era del 43% in caso di positività della citologia e dell'HPV test; del 22% in caso di citologia normale e HPV test positivo; del 5% in caso di citologia positiva e HPV test negativo; dell'1,3% nel caso si esegua solo l'esame citologico e questo sia negativo; dello 0,4% in caso di co-test negativo.
Che dire?
Lo studio suggerisce che il rischio a 10 anni di CIN2+ è molto basso (0,4% in caso di co-test negativo), anche se sale al 5% nel caso in cui la citologia risulti positiva nonostante l'HPV test negativo. Insomma: l'HPV test performa meglio e questo giustifica la proposta di allungare gli intervalli di screening nel caso di test HPV negativo. La negatività all'HPV è un segnale di sicurezza molto più robusto rispetto alla sola citologia normale.
Lo studio mostra però che nessun test è perfetto: esiste comunque una piccola quota di casi CIN2+ anche in caso di HPV test negativo. Questo non invalida l'approccio, ma invita alla cautela nel comunicare i risultati alle pazienti e nel consigliare la prosecuzione dello sceening anche se il test per il virus dovesse risultare negativo.
Renato Rossi
Bibliografia
Gottschlich A, et al. HPV, cytology, and cotest cervical cancer screening and the risk of precancer. JAMA Netw Open 2026 Mar 11; 9:e261304. DOI: 10.1001/jamanetworkopen.2026.1304.
Le foto scaricate da internet possono costituire prova in Tribunale
I fatti:
Un contribuente riceve diversi avvisi di accertamento relativi all’evasione dell’imposta sulla pubblicita’ (dovuta da tutti coloro che effettuano la diffusione di messaggi pubblicitari attraverso forme di comunicazione visive e/o acustiche). Nel caso in oggetto la contesa riguarda la cartellonistica esibita in alcune stazioni di servizio (e ripresa casualmente) illustrante alcuni dei servizi ivi disponibili.
In Tribunale sorgevano complicate contestazioni sulla locazione e sulla sistemazione dei cartelli e, soprattutto, sul fatto che l’Ente tributario non avesse prodotto prove dirette dei fatti, ma solo immagini e foto scaricate dalla rete, ritenute prive di valore probatorio.
La Cassazione, investita della faccenda, esprime un importante principio:
Le fotografie tratte da internet (anche da siti o applicazioni “generiche” quali google earth e google street view) non sono prive di efficacia probatoria e vanno valutate insieme agli altri elementi, per cui chi voglia inficiarne l’efficacia probatoria non puo’ limitarsi a contestarle ma ha l’onere di disconoscerne la conformita’ alla situazione reale.
Ne deriva che le immagini scaricate da internet possono costituire prova per gli accertamenti fiscali, con l’onere della prova gravante sull’accusato che voglia contestarne l’autenticita’ o la correttezza.
Per invalidare l’efficacia delle prove fotografiche non basta quindi il solo fatto che siano scaricate da internet, deve essere fornita una prova contraria dei fatti li’ rappresentati, in modo concreto.
CONSIDERAZIONI DI CHI SCRIVE
In altri settori (penale o civile) le prove fotografiche sono sempre state considerate un pilastro fondamentale; e’ significativo che in questa sede, sia stato specificato come un tale valore sia attribuibile anche a generiche foto “panoramiche” come quelle scaricabili ad esempio da google street view o altri noti social.
Sebbene i gestori dei siti piu’ autorevoli talvolta fanno il possibile per “mascherare” gli elementi piu’ delicati, non e’ possibile nascondere tutto, ne’ talvolta cio’ e’ desiderato dai protagonisti, che spesso anzi amano esibirsi.
Attenzione, percio’, che’ esporsi sui social comporta una automatica riduzione della riservatezza personale, soprattutto in Tribunale.
Daniele Zamperini
https://www.money.it/accertamenti-fiscali-le-foto-scaricate-da-internet-costituiscono-prova-a-dirlo-e-la-cassazione?utm_source=msnfeed
https://www.money.it/IMG/pdf/bX78WYP9GJir7T2cAt4PV3oG8U48Tu9fO6HTiczX.pdf
Novità in Gazzetta Ufficiale 27 giugno - 4 luglio 2026
Modifica all'articolo 19 della legge 23 dicembre 1978, n. 833, e altre disposizioni in materia di assistenza sanitaria in favore dei cittadini iscritti all'Anagrafe degli italiani residenti all'estero, residenti in Paesi che non appartengono all'Unione europea e non aderiscono all'Associazione europea di libero scambio
LEGGE N. 111 DEL 12.06.26 (Gazzetta Ufficiale n. 147 del 27.06.26)
Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 30 aprile 2026, n. 62, recante disposizioni urgenti in materia di salario giusto, di incentivi all'occupazione e di contrasto del caporalato digitale
LEGGE N. 112 DEL 25.06.26 (Gazzetta Ufficiale n. 147 del 27.06.26)
Classificazione, ai sensi dell'articolo 12, comma 5, della legge 8 novembre 2012, n. 189, del medicinale per uso umano, a base di clesrovimab, «Enflonsia». (Determina n. 818/2026)
DETERMINA DELL'AGENZIA ITALIANA DEL FARMACO DEL 16.06.26 (Gazzetta Ufficiale n. 147 del 27.06.26)
Quantificazione delle tariffe massime per la remunerazione delle prestazioni di riabilitazione ospedaliera e lungodegenza post acuzie
DECRETO DEL MINISTERO DELLA SALUTE DEL 12.05.26 (Gazzetta Ufficiale n. 149 del 30.06.26)
Intesa, ai sensi dell'accordo Stato-regioni del 5 dicembre 2013, rep. atti n. 164/CSR, sull'ipotesi di accordo collettivo nazionale per la disciplina dei rapporti con i medici di medicina generale, ai sensi dell'articolo 8 del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502, per l'attuazione dell'investimento 1.1 «Case della comunità e presa in carico della persona» (missione 6 - salute, componente 1), di cui al Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR). (Rep. atti n. 96/CSR)
PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI - CONFERENZA PERMANENTE PER I RAPPORTI TRA LO STATO, LE REGIONI E LE PROVINCE AUTONOME DI TRENTO E BOLZANO, INTESA DEL 26.06.26 (Gazzetta Ufficiale n. 149 del 30.06.26)
Conferma del riconoscimento del carattere scientifico dell'Azienda ospedaliero-universitaria «SS. Antonio e Biagio e C. Arrigo», in Alessandria, nell'area tematica di afferenza di «cardiologia - pneumologia»
DECRETO DEL MINISTERO DELLA SALUTE DEL 10.06.26 (Gazzetta Ufficiale n. 150 del 01.07.26)
Helicobacter pylori: un aggiornamento
Un articolo pubblicato dal JAMA per la serie JAMA Clinical Guidelines Synopsis [1] ci offre lo spunto per rivisitare un argomento di estremo interesse per il medico di famiglia: l'eradicazione dell'infezione da Helicobacter Pylori (HP).
Come è noto l’infezione da HP è una delle principali cause di gastrite cronica, ulcera peptica e adenocarcinoma gastrico. Negli ultimi anni la crescente resistenza agli antibiotici, in particolare alla claritromicina e ai nitroimidazolici (metronidazolo e tinidazolo), ha modificato profondamente l’approccio terapeutico rendendo necessarie nuove strategie.
Quando sospettare un'infezione da HP
Si dovrebbe sospettare un'infezione da HP di fronte a dispepsia persistente, ulcera gastrica o duodenale, gastrite cronica, anemia sideropenica o carenza di vitamina B12 inspiegate, piastrinopenia immune, familiarità per carcinoma gastrico, necessità di terapia cronica con FANS o ASA, MALT gastrico.
I test più utilizzati per la diagnosi sono l'urea breath test, la ricerca dell'antigene fecale e la sierologia anticorpale (poco utile per confermare l'eradicazione).
Per evitare falsi negativi è necessario sospendere PPI almeno 2 settimane prima, sospendere antibiotici e bismuto almeno 4 settimane prima.
L'esame endoscopico è indicato in presenza di segni d’allarme come anemia, calo ponderale, sanguinamento digestivo, età avanzata, sospetta ulcera gastrica, familiarità oncologica significativa.
I nuovi approcci terapeutici
La tradizionale terapia con PPI + claritromicina + amoxicillina non dovrebbe più essere usata empiricamente nelle aree con elevata resistenza alla claritromicina, situazione ormai molto frequente anche in Europa. Si tratta di un messaggio importante per il medico di famiglia: continuare a prescrivere automaticamente la triplice terapia “storica” significa aumentare il rischio di fallimento.
Per questo motivo la terapia con bismuto rappresenta oggi uno dei regimi di riferimento.
Lo schema tipico prevede PPI, bismuto, tetraciclina e metronidazolo per 14 giorni.
Questa terapia è molto spesso efficace anche in presenza di resistenza alla claritromicina ed è una scelta di prima linea in molti casi. Ha però dei limiti rappresentati dalla complessità delle somministrazioni che possono ridurre la compliance e dai possibili effetti collaterali. In Italia esiste però una formulazione preconfezionata (bismuto + metronidazolo + tetraciclina in unica capsula) che semplifica la prescrizione ma non riduce significativamente il carico di somministrazioni giornaliere.
In caso di allergia alla penicillina, la terapia quadrupla con bismuto rappresenta lo schema di riferimento; valutare consulenza allergologica nei casi dubbi.
Se il bismuto non è disponibile si può ricorrere allo schema: PPI + amoxicillina + claritromicina + metronidazolo per 14 giorni.
Vonoprazan: possibile cambio di paradigma
Una delle novità più interessanti è il crescente impiego del vonoprazan, farmaco che appartiene alla classe dei PCAB (potassium-competitive acid blockers) ed esercita una soppressione acida più potente e stabile rispetto ai PPI tradizionali. Un pH gastrico più elevato migliora l’attività antibiotica e si ottengono così elevati tassi di eradicazione. Inoltre lo schema terapeutico prevede di associare al vonoprazan solo amoxicillina (duplice terapia) oppure amoxicillina e claritromicina (triplice terapia). Come abbiamo visto in uno studio già recensito da questa testata [2] la terapia duplice con vonoprazan e tetraciclina potrebbe diventare un'opzione interessante quando il PCAB sarà reso disponibile anche in Italia.
Rifabutina come opzione di salvataggio
Nei pazienti con multipli fallimenti terapeutici compare sempre più spesso la rifabutina associata ad amoxicillina e PPI o PCAB. Il vantaggio è il basso tasso di resistenza primaria. Però è una terapia da utilizzare in casi selezionati e dopo consulenza specialistica perchè esiste rischio di tossicità ematologica.
La conferma dell’eradicazione
Tutti i pazienti trattati dovrebbero eseguire un test di conferma dell’eradicazione con l'urea breath test o la ricerca dell'antigene fecale. La conferma va richiesta almeno 4 settimane dopo la fine degli antibiotici e almeno 2 settimane di sospensione del PPI.
La conferma dell'eradicazione riduce il rischio ulceroso e oncologico e limita prescrizioni inutili croniche di PPI.
Approccio pratico per il medico di famiglia
1. Paziente giovane (< 45-50 anni) con dispepsia senza red flags: test-and-treat; trattamento eradicante se positivo;
conferma dell’eradicazione.
2. Paziente già trattato in passato: evitare di ripetere automaticamente claritromicina o levofloxacina. Sono necessari schemi alternativi.
3. Paziente in terapia cronica con PPI: molti pazienti restano per anni in trattamento antisecretivo senza revisione diagnostica. L’eradicazione di H. pylori può consentire, oltre al miglioramento della sintomatologia, la sospensione del PPI e la riduzione del rischio ulceroso.
Renato Rossi
Bibliografia
1. Matthews HC, Alexander JT. Treatment of Helicobacter pylori Infection. JAMA. 2026 May 12;335(18):1628-1629. doi: 10.1001/jama.2026.0663. PMID: 41848693.
2. Gao W, Li J, Yang G, Du S, Ling T, Zhang X, Ye H, Xiong Y, Tian Y, Liu J, Liu B, Wang C, Cheng H. Vonoprazan-Tetracycline Dual Regimen as Rescue Therapy for Helicobacter pylori Infection: Randomized Controlled Trial. Gastroenterology. 2026 Jan 29:S0016-5085(26)00031-4. doi: 10.1053/j.gastro.2026.01.008. Epub ahead of print. PMID: 41620038.
Cambiamento Climatico o Riscaldamento Globale?
Da alcuni decenni i media dibattono sul cambiamento climatico e sulle sue conseguenze. Recentemente Antonello Pasini, fisico del clima del CNR che da decenni studia e segue le variazioni climatiche, in un buon testo(1) fa chiarezza su questo tema drammaticamente importante: ne propongo una brevissima sintesi.
Pasini presenta lo stato attuale della scienza del clima, partendo da un’affermazione netta: il cambiamento climatico recente non è più un’ipotesi incerta, ma un fenomeno scientificamente documentato, con cause ormai ben attribuite e conseguenze già osservabili. Pasini sottolinea che il riscaldamento globale riguarda tutti i paesi, sebbene in modo diseguale, e produce effetti su territori, ecosistemi, biodiversità, salute umana, agricoltura, migrazioni e conflitti.
Un punto importante dell’articolo è il richiamo alla complessità del sistema climatico. Il clima non è un problema semplice, lineare o immediatamente percepibile. È un sistema composto da atmosfera, oceani, ghiacci, biosfera, suoli, attività umane e molteplici retroazioni. Per questo, secondo l’autore, il nostro modo abituale di pensare — adatto a problemi vicini, rapidi e circoscritti — è spesso inadeguato. La scienza, con i suoi strumenti quantitativi, controllati e rigorosi, diventa quindi indispensabile per correggere percezioni errate e orientare decisioni politiche e sociali.
Cosa sappiamo con certezza
Pasini insiste sul fatto che oggi esiste una base scientifica molto solida:il riscaldamento globale recente è dovuto soprattutto all’aumento della concentrazione di CO₂ e di altri gas serra, aumento prodotto in larga misura dalle attività umane, in particolare dalla combustione di combustibili fossili. L’autore ricorda anche che la CO₂ in eccesso possiede una “firma isotopica” che ne indica l’origine fossile. Altro concetto centrale è quello di carbon budget, cioè la quantità cumulativa di CO₂ che possiamo ancora emettere se vogliamo restare entro determinati limiti di riscaldamento. Secondo l’articolo, al ritmo attuale delle emissioni, resterebbero pochissimi anni per mantenere una probabilità ragionevole di restare sotto 1,5 °C di aumento rispetto all’epoca preindustriale, mentre per il limite dei 2 °C il margine temporale sarebbe più ampio ma comunque limitato.
I dati sul passato climatico
Una parte rilevante del testo è dedicata alla ricostruzione del clima passato. Le misurazioni strumentali dirette, come temperatura e precipitazioni, diventano affidabili soprattutto dalla seconda metà dell’Ottocento. Per epoche precedenti si usano invece dati indiretti, i cosiddetti proxy climatici: carote di ghiaccio, sedimenti, stalattiti, anelli degli alberi, pollini fossili.
Questi dati permettono di confrontare il riscaldamento attuale con fasi calde del passato, come l’optimum romano o quello medievale. Secondo Pasini, la differenza fondamentale è che quei riscaldamenti erano regionali e non simultanei, mentre quello attuale è globale, ubiquitario e sincrono. Questo rappresenta un forte indizio dell’azione di un fattore planetario, come l’aumento della CO₂ atmosferica.
Le carote di ghiaccio antartiche permettono inoltre di ricostruire temperature e concentrazioni di gas serra fino a circa 800.000 anni fa, e i nuovi progetti potrebbero spingersi fino a 1,2 milioni di anni. Il confronto è impressionante: nei passaggi naturali da periodi glaciali a interglaciali la temperatura aumentava di circa 1 °C in mille anni, mentre oggi un aumento analogo è avvenuto in circa mezzo secolo. La rapidità del cambiamento attuale è quindi uno degli elementi più preoccupanti.
L’autore spiega poi il ruolo dei modelli climatici, che rappresentano una sorta di laboratorio virtuale. Poiché non possiamo sperimentare su un “pianeta gemello”, usiamo modelli matematici e simulazioni al computer per studiare il sistema climatico. Questi modelli hanno permesso di chiarire un punto cruciale: l’aumento rapido della temperatura globale negli ultimi decenni non può essere spiegato dalle sole cause naturali, ma richiede l’inclusione delle attività umane, soprattutto le emissioni di CO₂ da combustibili fossili.
I modelli servono anche a costruire scenari futuri: impatti sul ciclo dell’acqua, precipitazioni intense, dissesto idrogeologico, siccità, agricoltura, fusione dei ghiacci, innalzamento del livello del mare. Pasini sottolinea che questi scenari rendono evidente la necessità di due strategie: adattamento, per fronteggiare gli effetti già in atto, e soprattutto mitigazione, cioè riduzione drastica delle emissioni per evitare scenari ingestibili.
Eventi estremi e attribuzione climatica
Una sezione molto interessante riguarda gli eventi estremi. In passato i climatologi erano prudenti nel collegare un singolo evento estremo al cambiamento climatico. Oggi, grazie a metodologie più raffinate, è possibile stimare quanto il riscaldamento globale abbia aumentato la probabilità o l’intensità di uno specifico evento. L’articolo cita il lavoro del gruppo World Weather Attribution, che studia rapidamente eventi estremi confrontando il mondo attuale con simulazioni di un mondo senza riscaldamento antropico. Secondo Pasini, per molti eventi studiati nel 2024 il cambiamento climatico antropogenico ha avuto un ruolo rilevante nell’aumentarne intensità e probabilità.
Le nuove frontiere: alta risoluzione, tipping points, IA
La prima è la necessità di modelli a maggiore risoluzione spaziale, capaci di descrivere meglio fenomeni locali e territori complessi. Il problema è che aumentando la risoluzione cresce enormemente il costo computazionale. Per questo l’autore accenna al possibile ruolo futuro dei computer quantistici.
La seconda frontiera riguarda i tipping points, cioè punti di non ritorno oltre i quali il sistema climatico potrebbe passare bruscamente a un nuovo stato di equilibrio. Gli esempi citati sono la fusione del permafrost con rilascio di metano, il collasso di porzioni dei ghiacci antartici, o il rallentamento della circolazione atlantica.
La terza frontiera è l’Intelligenza Artificiale. I modelli basati su reti neurali possono essere usati in modo complementare ai modelli fisico-matematici tradizionali. In meteorologia, alcuni modelli di IA stanno già producendo previsioni paragonabili o talvolta superiori a quelle dei modelli dinamici classici. Nel clima, data la maggiore complessità del sistema, Pasini è più prudente: vede l’IA non come sostituzione dei modelli tradizionali, ma come strumento complementare, utile soprattutto per migliorare le previsioni locali e l’analisi di grandi quantità di dati.
Commento
Il testo è molto efficace perché riesce a tenere insieme tre livelli: scientifico, epistemologico e politico-civile.
Sul piano scientifico, il messaggio è chiaro: la discussione non riguarda più se il cambiamento climatico recente esista o se sia dovuto alle attività umane. Questi punti, nell’articolo, sono considerati acquisiti. La vera discussione riguarda piuttosto la velocità con cui agire, il grado di rischio che siamo disposti ad accettare e la capacità di trasformare conoscenza scientifica in decisione pubblica. Sul piano epistemologico, l’aspetto più interessante è il richiamo alla complessità. Pasini mostra bene che il clima non può essere capito con categorie semplicistiche. Questo è un punto decisivo anche sul piano comunicativo: molte incomprensioni sul cambiamento climatico nascono proprio dal tentativo di ragionare su un sistema complesso come se fosse un problema lineare. Per esempio: “ha fatto freddo quest’inverno, quindi il riscaldamento globale non esiste”; oppure: “ci sono sempre stati cambiamenti climatici, quindi quello attuale è naturale”. Il testo aiuta a distinguere tra variabilità locale e tendenza globale, tra correlazione e causalità, tra evento singolo e statistica degli eventi estremi.
Molto utile è anche la spiegazione del passaggio dalla climatologia osservativa alla climatologia modellistica. I modelli climatici non vengono presentati come “sfere di cristallo”, ma come laboratori virtuali fondati su dati, fisica, matematica e verifica empirica. Questo è importante perché uno dei bersagli più frequenti del negazionismo climatico è proprio la presunta inaffidabilità dei modelli. Pasini mostra invece che i modelli sono strumenti imperfetti ma indispensabili, e soprattutto verificabili sul passato e confrontabili tra loro.Il testo ha anche il merito di non limitarsi al quadro catastrofico. Pur trasmettendo preoccupazione, comunica l’idea di una scienza viva, dinamica, in evoluzione. Le nuove frontiere — attribuzione degli eventi estremi, modelli ad alta risoluzione, tipping points, intelligenza artificiale — mostrano che la ricerca climatica non è ferma, ma sta diventando sempre più capace di descrivere rischi concreti, anche a scala locale.
Una parte particolarmente rilevante è quella sull’IA. Qui l’autore evita sia l’entusiasmo ingenuo sia il rifiuto conservatore. L’IA non viene presentata come soluzione magica alla crisi climatica, ma come strumento potente per integrare, accelerare e raffinare l’analisi dei dati. Questa posizione è equilibrata: nei sistemi complessi, soprattutto quando sono in gioco decisioni sociali e politiche, l’IA può aumentare la capacità predittiva, ma non può sostituire la comprensione fisica del sistema né la responsabilità umana delle decisioni.
Sintesi finale
L’articolo può essere riassunto così: la scienza del clima ha ormai chiarito le cause principali del riscaldamento globale recente, dispone di strumenti sempre più raffinati per studiarne gli effetti e sta sviluppando nuove metodologie — dai modelli ad alta risoluzione all’IA — per prevedere meglio gli scenari futuri. Ma il tempo per agire si sta restringendo.
Il messaggio più importante non è soltanto che il clima sta cambiando, ma che sta cambiando rapidamente, per cause in larga parte umane, dentro un sistema complesso che può produrre effetti non lineari e difficilmente reversibili. Per questo l’articolo invita implicitamente a superare due atteggiamenti opposti ma ugualmente pericolosi: il negazionismo rassicurante e il fatalismo paralizzante. La scienza non dice che tutto è perduto; dice però che ogni ritardo rende il futuro più difficile da governare.
Riccardo De Gobbi
Bibliografia:Antonello Pasini, La sfida climatica. Dalla scienza alla politica: ragioni per il cambiamento, Codice edizioni, 2025.
Orforglipron, un altro farmaco per l'obesità e il diabete di tipo 2
Ci siamo già occupati in passato dell'orforglipron, un agonista recettoriale del GLP-1 come la semaglutide, approvato per il trattamento dell'obesità. L'occasione per occuparci nuovamente di questo farmaco ci è data dalla pubblicazione di due nuovi studi, uno pubblicato dal New England Journal of Medicine e uno dal Lancet [1,2].
Nel primo studio sono stati reclutati 3127 pazienti obesi non diabetici. Dopo randomizzazione sono stati trattati con orforglipron una volta al giorno alle dosi di 6,12 o 36 mg oppure placebo. Tutti i partecipanti inoltre erano trattati con dieta salutare e attività fisica. Il follow-up è stato di 72 settimane. La riduzione del peso inziale è stata del 7,5% con la dose di 6 mg, dell'8,4% con la dose di 12 mg e dell'11,2% con 36 mg. Nel gruppo placebo la riduzione è stata del 2,1%. Nel gruppo che ha assunto la dose maggiore circa il 18% dei pazienti aveva una riduzione del peso del 20% o più. Il farmaco ha anche ridotto la circonferenza vita, la pressione arteriosa, i trigliceridi e il colesterolo non-HDL. Gli effetti avversi più frequenti del trattamento sono stati di tipo gastrointestinale, in molti casi lievi o moderati. La interruzione del trattamento si è verificata in circa il 5-10% dei casi a seconda della dose nel gruppo trattato e in circa il 2% nel gruppo placebo.
Nel secondo studio, durato anch'esso 72 settimane, sono stati reclutati 1613 pazienti con diabete (emoglobina glicata 7-10%) e BMI >/= 27 kg/m2. Anche in questo caso sono stati usati i tre dosaggi di orforglipron dello studio precedente. La perdita di peso è stata del 5,1%, del 7% e del 9,6% rispettivamente con i vari dosaggi. Nel gruppo placebo la perdita di peso è stata del 2,5%.
Sono migliorati anche endpoint secondari di tipo cardiometabolico inclusi i valori di HbA1C.
Gli effetti avversi che hanno portato alla sospensione sono stati maggiori nel gruppo trattamento rispetto al placebo (6,1- 9,9% versus 4,1%). I decessi sono stati 6 nel gruppo trattamento e 4 nel gruppo controllo, tutti giudicati non associati al trattamento dello studio.
Che dire?
A differenza dei farmaci iniettabili come il semaglutide o il tirzepatide, l'orforglipron è un agonista del recettore GLP-1 non peptidico a piccola molecola. Quindi non viene degradata dai succhi gastrici come i peptidi e può essere somministrata per via orale una volta al giorno, senza le restrizioni di assunzione richieste ad esempio per la semaglutide orale.
Un dato che balza all'occhio confrontando i due RCT è la differenza nell'entità della perdita di peso: nei pazienti senza diabete si hanno perdite che raggiungono il 14-15%; nei pazienti con diabete la perdita massima sfiora il 10%. Si tratta di un fenomeno noto: i pazienti con diabete di tipo 2 faticano molto di più a perdere peso rispetto ai non diabetici, a causa di alterazioni metaboliche e dell'uso di altri farmaci.
Inoltre essendo l'orforglipron una piccola molecola prodotta per sintesi chimica, può essere prodotto su scala industriale in modo rapido ed economico rendendo potenzialmente più facile l'accesso alle terapie GLP-1.
Rimangono però alcuni punti degni di attenzione. Anzitutto il tasso di abbandono a causa degli effetti collaterali non è trascurabile e può arrivare al 10% dei casi per cui sarà necessario avvisare il paziente che, soprattutto nei primi mesi, potrebbe sperimentare effetti gastrointestinali. Inoltre la sorveglianza post-marketing sarà fondamentale per monitorare eventuali effetti avversi non emersi negli RCT, cosa importantissima per un farmaco che potrebbe essere assunto da milioni di persone per anni.
Renato Rossi
Bibliografia
1. Wharton S, et al. Orforglipron, an oral small-molecule GLP-1 receptor agonist for obesity treatment. N Engl J Med 2025 Nov 6; 393:1796.
2. Horn DB, et al. Orforglipron, an oral small-molecule GLP-1 receptor agonist, for the treatment of obesity in people with type 2 diabetes (ATTAIN-2): A phase 3, double-blind, randomised, multicentre, placebo-controlled trial. Lancet 2025 Dec 20; 406:2927.