Percezione del danno da alcol nella popolazione giovanile
Anticoagulazione nella fibrillazione atriale a rischio intermedio: ...
Terapie geniche personalizzate: dalla sostituzione genica alla ...
Ipogonadismo maschile nell'adulto
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L'arteriopatia periferica degli arti inferiori: lo stato dell'artePercezione del danno da alcol nella popolazione giovanile
Introduzione
La percezione del rischio è un processo cognitivo che interviene in molte attività quotidiane e guida il comportamento quando devono essere prendere decisioni che comportano potenziali rischi.
Nello specifico, la percezione generale del rischio nei giovani adulti sembra essere relativamente bassa e si concentra sugli effetti immediati legati all’intossicazione acuta di alcol o sulle conseguenze a lungo termine riservate, però, solo a chi consuma alcol in grandi quantità e quotidianamente.
I giovani controllano il loro uso di alcol principalmente per non incorrere in effetti negativi dovuti all’intossicazione alcolica, per godere a pieno degli effetti piacevoli e per non perdere il controllo di sé, senza rendersi conto, però, che, anche se non si presentano conseguenze immediate, l’uso di alcol, soprattutto con modalità binge, può avere conseguenze a livello biologico a lungo termine e che il “consumo moderato o responsabile” non è privo di rischi, solo il “consumo zero” lo è.
L’idea di condurre tale studio è nata in seguito di una telefonata da parte di giovane paziente, brillante manager di 28 anni, tra l’altro molto attenta alla propria salute, che un lunedì mattina chiedeva lumi al proprio medico circa una sintomatologia, presentantesi tipicamente la domenica mattina, consistente in cefalea, nausea e stordimento.
Alla domanda del suo medico circa le abitudini del sabato sera, candidamente affermava di bere abitualmente, nel corso della serata, 5-6 spritz (pari a circa 65-70 gr. di alcol puro, nda), non ritenendo assolutamente che tale assunzione di alcol potesse, in qualche modo, essere dannosa nel breve e medio termine.
Scopo del lavoro
Il consumo alcolico e il bingedrinking rappresentano un serio problema di salute pubblica e si diffondono sempre di più proprio a causa delle scarse conoscenze sugli effetti negativi che tali pratiche hanno sulla società e sulla salute.
Questo studio ha l’obiettivo di indagare la percezione che i giovani, di età compresa tra i 18 e i 30 anni, hanno rispetto al danno da consumo di alcol, valutando le correlazioni con il fenomeno del bingedrinking, analizzare la prevalenza, le modalità ed i comportamenti rischiosi correlati, per poi pianificare interventi mirati alla prevenzione o al trattamento di tali fenomeni.
Materiali e metodi
Lo studio, della durata di 30 giorni, ha coinvolto un campione di 106 giovani appartenenti alla fascia di 18-30 anni di età, interessati a prendere parte volontariamente all’indagine.
Criterio di inclusione: maggiore età e comunque compresa tra i 18 aa (compiuti) ed i 30 aa (compiuti).
Criteri di esclusione: minore età, dipendenze patologiche note.
La raccolta dati è avvenuta, previo consenso e nel rispetto della privacy e della normativa vigente, tramite la somministrazione di un questionario anonimo, intitolato “Percezione del danno da consumo di alcol nella popolazione giovanile (18-30 anni) basato su test audit”, con domande a risposta multipla, creato tramite “Google moduli” e distribuito attraverso i social network (WhatsApp).
Il questionario, basato sul “Questionario AUDIT di screening sul consumo di alcol” (OMS), modificato dagli autori con l’umèlementazione di alcuni item, è stato preceduto da un breve testo di spiegazione dei criteri di inclusione, dei tempi di compilazione, degli obiettivi dello studio e dell’importanza accademica di tale progetto (Allegato).
Le risposte sono state raccolte anonimamente, trattate con la massima riservatezza e tutti i dati raccolti sono stati trattati in conformità alle normative vigenti sulla privacy.
Il questionario è costituito da due parti:
- parte prima: composta da 17 domande e riguardante abitudini, conoscenze e percezione del rischio;
- parte seconda: composta da 3 domande e riguardante i dati generali dell’intervistato, seguendo il questionario AUDIT, patrocinato e raccomandato dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS).
Risultati e discussione
Il campione analizzato, composto di 106 persone di cui 59 femmine e 47 maschi (grafico 1) tutti di età compresa tra i 18 e i 30 anni, nello specifico il 53,8 % appartenenti alla fascia d'età compresa tra i 25-30 anni e il 46,2 % in quella tra i 18-24 anni.
Attraverso il questionario è stato analizzato anche lo stato occupazionale da cui risulta che il 42, 5% sono lavoratori, il 30,2 % studenti e il 27,3 % disoccupati/inoccupati.
Osservando i dati raccolti rispetto al campione analizzato si può notare come coloro che hanno consumato alcol almeno una volta siano il 98,1%, di cui la maggioranza ovvero il 35,8 %, consuma alcol 4 o più volte alla settimana.
In tale occasione la quantità di bevande alcoliche assunte in media in un giorno dal 42,5% dei giovani è pari a 5-6 bevande/die.
Il fenomeno del bingedrinking è stato indagato attraverso la domanda “Ha mai bevuto, nella stessa occasione, 6 o più bicchieri di bevande alcoliche?” e l'84,9 % ha risposto in modo affermativo.
Per quanto riguarda la frequenza di tale fenomeno, il 26,4 % dei giovani ha risposto di bere nella stessa occasione 6 o più bicchieri di bevande alcoliche, almeno una volta al mese.
Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, nel 2020 l’incidenza del fenomeno del bingedrinking tra i giovani con età compresa fra 18-24 anni è stata pari al 22,1% tra gli uomini e al 14,3% tra le donne, per un totale complessivo del 15,7%.
Il totale degli individui bingedrinkers, senza distinzione di genere, del nostro campione è 4 volte superiore rispetto alla media nazionale.
Caratteristica del bingedrinking è quella di consumare ingenti quantità di alcol in un’unica occasione seguita, poi, da più o meno lunghi periodi di astinenza.
Nella maggior parte dei casi, queste occasioni si concentrano nel fine settimana, infatti, il 71,7% dei partecipanti ha affermato di consumare alcol solo nel fine settimana, il 25,5% di consumare alcol sia durante la settimana che durante il fine settimana, l’1,9% di consumare alcol solo dal lunedì al venerdì e il restante 1,9% ha affermato di non consumare bevande alcoliche.
I principali comportamenti a rischio correlati all’alcol che verranno analizzati sono:
- drunkoressia,
- guida in stato di ebbrezza e gli incidenti stradali alcol-correlati,
- episodi di violenza/autolesionismo.
La drunkoressia (o anoressia alcolica) è un comportamento a rischio che unisce il digiuno o una severa restrizione del cibo all'abuso di alcol. Chi ne soffre salta i pasti per compensare le calorie dell'alcol, evitare di ingrassare o ubriacarsi più in fretta a stomaco vuoto.
L’assunzione di cibo è un fattore moderatore per la concentrazione di alcol nel sangue in quanto assorbito tramite lo stomaco. Questo vuol dire che, se non si assume cibo prima di consumare bevande alcoliche, l’assorbimento dell’alcol sarà molto più rapido e di conseguenza la concentrazione alcolica nel sangue sarà molto più elevata e questo potrebbe esacerbarne gli effetti come compromissioni nell’attenzione, nella vigilanza, nella risoluzione di problemi e nei tempi di reazione che sono rallentati.
In questo studio i comportamenti drunkoressici sono stati ricercati domandando agli intervistati quali sono le loro abitudini alimentari prima di un’occasione in cui si consumeranno sostanze alcoliche.
Il 49,1’% degli intervistati ha affermato di mangiare normalmente, il 7,5% di mangiare addirittura più del solito, il 33% di mangiare meno rispetto alle sue abitudini alimentari ed il 10,4% afferma di non mangiare.
Dai dati raccolti si può notare come il 43% del campione, precedentemente ad un’occasione in cui consumerà bevande alcoliche, attuerà delle limitazioni alimentari riconducibili alla drunkoressia.
Per quanto concerne la guida in stato di ebbrezza e gli incidenti stradali alcol-correlati è da rimarcare che il consumo di alcol ha sempre un’influenza negativa rispetto sulla capacità di guida.
Ogni anno, nell’Unione Europea, muoiono almeno 10.000 persone in incidenti stradali che vedono come responsabile l’alcol. In Europa un incidente su quattro, pari al 25%, è attribuibile all’alcol e la maggior parte delle persone coinvolte, 96%, è di sesso maschile.
I decessi causati dagli incidenti stradali, sono la prima causa di morte per i giovani europei di età compresa fra i 18 e i 24 anni di età.
In questa fascia di età, circa il 35-45% dei decessi sono causati da incidenti stradali, di cui più del 25% sono attribuibili all’alcol.
Il rischio collegato alla guida in stato di ebbrezza aumenta sia all’aumentare delle quantità di alcol assunte sia all’aumentare della frequenza delle occasioni di consumo eccessivo.
Il rischio di incidente stradale aumenta del 38% alla concentrazione di 0,5 g/l e si quintuplica alla concentrazione di 1,0 g/l.
Il consumo di alcol, oltre ad aumentare la probabilità di incorrere in un ricovero ospedaliero per lesioni provocate dalla guida in stato di ebbrezza, aumenta anche la gravità delle lesioni subite a causa dell’incidente stesso.
Il 70,8 % dei giovani partecipanti a questo studio ha dichiarato di aver guidato in stato di ebbrezza ed Il 6,6% dei partecipanti allo studio dichiara di guidare anche se non in possesso di patente di guida.
Per quanto concerne le condotte violente, è stata dimostrata una correlazione molto stretta tra violenza ed etilismo cronico e acuto.
I soggetti intossicati avrebbero una propensione maggiore ad interpretare stimoli ambientali poco chiari come minacciosi e a reagire aggressivamente ai pericoli percepiti.
L’abuso di alcol porta, infatti, ad avere un difficile controllo della rabbia ed ad una diminuita la capacità di controllo inibitorio, con conseguente maggior propensione alla violenza.
Oltre alla violenza eterodiretta, esiste una correlazione tra alcol, suicidi e autolesionismo.
Tali comportamenti sono incentivati dalla disinibizione, dall’obnubilamento del giudizio, dalla tristezza ed irritabilità indotte.
Un elevato contributo al comportamento suicidario o autolesionistico è dato dall’intossicazione acuta.
L’alcol può, quindi, essere considerato sia un fattore predisponente, dato il suo effetto depressogeno, che un fattore precipitante a causa dell’aumento dell’impulsività nei momenti di intossicazione acuta.
In Italia, nel 2023, il 38% dei decessi droga correlati sono stati causati dall’alcol. Il 10% di tali decessi è dovuto a suicidio e l’8% a traumatismo accidentale.
Per indagare tale fenomeno è stato chiesto agli intervistati se si fossero fatti male o avessero fatto del male a qualcuno come risultato del bere.
Il 45,3% del campione analizzato ha riferito di non aver mai fatto male a nessuno e di non essersi mai fatto del male, il 54,7% ha invece risposto, purtroppo, in maniera affermativa.
Non riuscire a controllare la quantità di alcol consumato può indurre a bere più di quanto si vorrebbe portando a sviluppare un inizio di dipendenza.
Alla domanda "Con quale frequenza durante l'ultimo anno hai scoperto di non riuscire a smettere di bere una volta iniziato?" il 64% dichiara che, almeno una volta nell'ultimo anno, di non essere stato in grado di riuscire a smettere una volta iniziato.
Uno stato di ebrietà può impedire di far fronte alle proprie aspettative e a quelle altrui,essendo anch'esso indice di dipendenza.
Il 54,7 % degli intervistati ha risposto di non essere stato in grado di fare, a causa del bere nell’ultimo anno, ciò che normalmente era abituato a fare in ambito domestico o lavorativo.
Chi ha sviluppato una dipendenza, ha bisogno di assumere alcol al mattino per sentirsi meglio poichè, durante la notte, i valori di alcolemia nel sangue diminuiscono dando disturbi d’ astinenza.
Anche in questo caso, i dati indicano un rischio di sviluppare dipendenza nei giovani partecipanti allo studio, infatti il 59,4% di loro dichiara di aver avuto bisogno di bere al mattino per “tirarsi su” dopo una serata durante la quale aveva bevuto molto.
Il 65% dei giovani dichiara di aver provato, nell’ultimo anno, sensi di colpa o rimorso dopo aver bevuto.
Bere fino a dimenticare le proprie azioni, come è risultato nel 62,3% dei giovani di questo studio, è la dimostrazione dell’azione nociva dell’alcol nocivo sul normale funzionamento della memoria con l’insorgenza di danni cerebrali permanenti nell’intossicazione cronica.
Spesso le persone a noi vicine notano un comportamento inusuale o dannoso, e può essere indice di preoccupazione tale da indurre a riflettere sulla propria situazione.
Come si evince dai dati rilevati, a circa il 54,7% dei giovani partecipanti allo studio è stato suggerito in almeno una occasione di smettere di consumare alcolici.
In merito alla conoscenza delle norme dettate da Codice della Strada, è stato chiesto agli intervistati quale fosse la concentrazione ematica massima tollerata, ovvero 0,5 grammi per litro (g/l), limite imposto a tutti i conducenti, ad eccezione dei neopatentati e dei conducenti professionali (come camionisti e tassisti), per i quali il limite è di 0,0 g/l.
Dalle risposte si evince come solo il 23,6 % ha risposto in modo corretto.
Alla domanda "Quanto sei consapevole del tuo consumo di alcol e dei potenziali danni associati?" il 47,2% dei giovani ha risposto di essere molto consapevole.
La scarsa conoscenza dei limiti imposti dalla legge e la convinzione da parte dei giovani che hanno partecipato allo studio di avere una consapevolezza reale del rischio, mette in risalto l'errata percezione che gli stessi hanno dei danni da consumo di alcol.
Infine, alla domanda “ti interesserebbe avere maggiori informazioni sull’alcol?” l'81,6% ha risposto sì, mentre il 18,4% ha risposto no.
Del campione non interessato a ricevere maggiori informazioni, il 98% consuma o ha consumato almeno una volta nella vita una bevanda alcolica assumendola con modalità bingedrinking, ovvero una modalità a rischio.
Il consumo di alcol, rispetto ad altre sostanze psicoattive, è più difficile da contrastare in quanto, non solo l’alcol è legale, ma è anche molto pubblicizzato dalle aziende che lo producono(35).
Per arginare tale problema è necessario iniziare da progetti scolastici di prevenzione per sensibilizzare sulla legalità e sul concetto di sobrietà, di consumo zero, evitando di fornire informazioni ambigue, come “bere responsabilmente”, che possono essere controproducenti in quanto, in una fase evolutiva i giovani non hanno capacità critiche sviluppate e hanno una percezione del rischio ridotta.
L’ISS propone di programmare campagne di sensibilizzazione per ridurre il consumo di alcol, concentrandosi sui giovani e giovanissimi in quanto i più esposti ai rischi e ai danni alcol-correlati.
Risulta molto importante stimolare la curiosità dei giovani nel voler ricever maggiori informazioni dato che il 18% dei partecipanti allo studio, per la maggior parte consumatori di alcol anche con modalità binge, ha dichiarato di non essere interessato a ricevere informazioni aggiuntive sull’argomento.
Conclusioni
Questo studio è stato finalizzato ad ottenere una analisi della percezione dei danni da consumo di alcol tra i giovani (18-30 anni).
L’indagine condotta su i 106 partecipanti ha messo in luce un consumo molto elevato di alcol, diffusosi tra i giovani attraverso una modalità molto dannosa e predisponente la dipendenza da alcol: il bingedrinking.
La maggior parte degli intervistati dimostra di non avere conoscenze sufficienti in tema di alcol, conoscenze che potrebbero influire sulla percezione del rischio, tanto è vero che permangono comportamenti altamente rischiosi per sé e per gli altri come la guida in stato di ebbrezza.
Nonostante le ricerche evidenzino un calo nella frequenza del fenomeno nei giovani, le conseguenze dell'esordio precoce del consumo di alcol si riflettono sulle abitudini di consumo future, aumentando il rischio di incorrere in comportamenti di abuso e dipendenza nel corso della vita, e nelle potenziali conseguenze sia fisiche che comportamentali.
I risultati ottenuti suggeriscono la necessità di aumentare la conoscenza dei problemi correlati all' alcol tra i giovani. E' importante, quindi, adottare delle strategie di prevenzione per ridurre il consumo delle sostanze alcoliche in questa fascia di età.
Nonostante le politiche europee e i piani d'azione indotti dall'OMS, sono ancora ampi i margini di miglioramento per ottenere un'importante riduzione del consumo di alcol e sperare di arginare il problema.
Antonio Dioguardi – Medico di Medicina Generale - Foggia
Leonida Iannantuoni (Presidente Assimefac)
Per la bibliografia o per i grafici esplicativi (qui non riportati per ragioni di spazio) scrivere a leo.iannantuoni@libero.it
Anticoagulazione nella fibrillazione atriale a rischio intermedio: cosa ci dice lo studio SINGLE-AF
Nei pazienti con fibrillazione atriale e rischio tromboembolico intermedio le linee guida consigliano l'anticoagulazione con raccomandazione IIa. Questo significa che il trattamento è ragionevole, vale a dire da prendere in considerazione, perché i benefici sono superiori ai rischi, ma la decisione può richiedere un'ulteriore valutazione del singolo caso. In questa zona grigia infatti sarebbero necessari RCT ad hoc.
Partendo da queste considerazioni e per superare questo gap è stato disegnato lo studio randomizzato e controllato denominato SINGLE-AF che ha valutato l'efficacia e la sicurezza dei DOAC in pazienti con fibrillazione atriale a rischio intermedio di ictus, definito da un punteggio CHA2DS2-VASc pari a 1 negli uomini e 2 nelle donne.
Condotta in Corea del Sud su 1803 pazienti, la sperimentazione ha confrontato l'assunzione di un DOAC rispetto a nessuna terapia anticoagulante. A 24 mesi, l'endpoint primario composito (ictus, embolia sistemica, sanguinamento maggiore o morte cardiovascolare) si è verificato nello 0,5% dei pazienti del gruppo DOAC contro l'1,5% del gruppo senza anticoagulante, evidenziando una riduzione statisticamente significativa del rischio (69% in termini relativi). I casi di ictus sono stati 3 nel gruppo trattato rispetto a 10 nel gruppo di controllo, mentre l'incidenza di sanguinamenti maggiori e di eventi avversi gravi è risultata sovrapponibile tra i due gruppi, senza alcun decesso per cause cardiovascolari registrato.
Che dire?
I risultati di questo studio rafforzano una raccomandazione che finora restava confinata a una classe IIa (quindi con prove non del tutto definitive) nelle linee guida.
L'elemento che ci sembra più rilevante è il profilo di sicurezza: il beneficio netto in termini di riduzione dell'ictus si è ottenuto senza un incremento dei sanguinamenti maggiori, mantenendo la frequenza di eventi avversi gravi sostanzialmente identica nei due gruppi (8,9% nel gruppo trattato e 9,3% nel gruppo di controllo). Tuttavia, nell'interpretare questi dati occorre considerare che la popolazione analizzata presenta un'età media relativamente giovane (circa 60 anni) ed è interamente sudcoreana. Questo potrebbe limitare la trasferibilità dei risultati a popolazioni occidentali o a soggetti più anziani, nei quali il rischio emorragico di base è generalmente più elevato.
Gli autori e un editoriale di commento evidenziano che il piccolo numero di eventi registrati (in tutto solo 17 eventi registrati) potrebbe portare a sovrastimare l'efficacia del trattamento e richiamano sulla necessità di ulteriori RCT di conferma. L'editoriale conclude che l'anticoagulazione può essere ragionevole nei pazienti con FA e un fattore di rischio per ictus, ma che, nei pazienti con un basso burden di FA, potrebbe essere preferibile non anticoagulare. Una conclusione condivisibile forse sul piano clinico, ma che apre anche un problema medico-legale tutt'altro che teorico: cosa succederebbe se, in un paziente con basso burden di FA, si decidesse di non prescrivere il DOAC e successivamente si verificasse un ictus? Il timore di un contenzioso potrebbe infatti rappresentare, nella pratica clinica, un ulteriore incentivo a prescrivere l'anticoagulante anche quando il beneficio atteso è incerto. Vedremo come le prossime linee guida affronteranno questi risultati.
Renato Rossi
Bibliografia
Kim D, Lee YS, Shim J, Yu HT, Park J, Park JK, Oh IY, Kang KW, Choi EK, Park KM, Park HS, Kim DH, Park HW, Kim J, Ko JS, Kim D, Kim JY, Kim JB, Sung JH, Kim TH, Uhm JS, Pak HN, Joung B; SINGLE-AF Investigators. Anticoagulation for Atrial Fibrillation with Intermediate Stroke Risk. N Engl J Med. 2026 Aug 28. doi: 10.1056/NEJMoa2607978. Epub ahead of print. PMID: 42663303.
Kirchhof P. Anticoagulation for Atrial Fibrillation with a Single Risk Factor for Stroke. N Engl J Med. 2026 Aug 28. Published August 28, 2026
DOI: 10.1056/NEJMe2610344.
Terapie geniche personalizzate: dalla sostituzione genica alla terapia personalizzata
La medicina di precisione nasce da un cambiamento di prospettiva: non curare soltanto una “malattia” definita secondo categorie generali, ma cercare di curare quella particolare malattia in quella particolare persona. La disponibilità del sequenziamento genomico permette oggi di identificare varianti genetiche responsabili di malattie ereditarie o mutazioni che caratterizzano uno specifico tumore, creando le premesse per interventi terapeutici sempre più mirati.
La terapia genica rappresenta probabilmente l'espressione più avanzata di questa trasformazione: non si limita a correggere le conseguenze biochimiche di una mutazione, ma tenta di intervenire direttamente sulla sua causa molecolare.
1. Dal trapianto di cellule staminali alla terapia genica
Il più noto dei predecessori concettuali della terapia genica è il trapianto allogenico di cellule staminali ematopoietiche (CSE). Cellule provenienti da un donatore sano possono ricostituire nel ricevente un sistema ematopoietico metabolicamente e immunologicamente normale. Questo approccio viene utilizzato non soltanto nelle neoplasie ematologiche, ma anche nelle immunodeficienze congenite, nelle emoglobinopatie e in alcune malattie metaboliche e lisosomiali.
Nelle malattie lisosomiali, per esempio, le cellule derivate dal donatore possono raggiungere i tessuti e, nel sistema nervoso centrale, contribuire alla sostituzione della microglia patologica, fornendo localmente l'enzima carente. Il limite è però rilevante: occorre trovare un donatore compatibile e rimangono i rischi di rigetto e soprattutto di graft-versus-host disease (GVHD).
Da questi problemi nasce la terapia genica ex vivo.
2. Terapia genica ex vivo: correggere le cellule del paziente
L'idea fondamentale è semplice: invece di sostituire le cellule del paziente con quelle di un donatore, si prelevano le sue stesse cellule, le si corregge geneticamente in laboratorio e le si reinfonde.
Le cellule staminali ematopoietiche vengono raccolte, isolate e modificate mediante vettori virali — soprattutto lentivirali ovvero virus a RNA appartenenti alla famiglia dei retrovirus, caratterizzati da un lunghissimo periodo di incubazione e dalla capacità di integrare in modo permanente il proprio materiale genetico nel DNA della cellula ospite, oppure mediante tecniche di genome editing. Possono ricevere una copia funzionante del gene difettoso, vedere modificata l'espressione di un gene oppure essere corrette direttamente nella sequenza del DNA. Le cellule così ottenute costituiscono quindi un farmaco intrinsecamente personalizzato.
L'impiego di cellule autologhe elimina il problema della compatibilità immunologica e riduce drasticamente rigetto e GVHD.
I primi vettori retrovirali, tuttavia, insegnarono una lezione fondamentale. Nelle sperimentazioni per alcune immunodeficienze, in particolare SCID-X1, alcuni pazienti svilupparono leucemie perché il vettore si era integrato vicino all'oncogene LMO2, attivandolo: la cosiddetta oncogenesi inserzionale. Questo grave problema rallentò inizialmente l'intero settore ma portò allo sviluppo dei più sicuri vettori lentivirali moderni.
Da questa lunga fase sperimentale sono nate terapie per ADA-SCID, β-talassemia, anemia falciforme, leucodistrofia metacromatica e adrenoleucodistrofia cerebrale. Il principio può essere applicato anche ad altri tessuti rigenerabili. Un caso emblematico è l'epidermolisi bollosa, nella quale cellule staminali epidermiche prelevate dal paziente vengono geneticamente corrette, coltivate fino a formare lembi di epidermide e successivamente trapiantate. Questa strategia ha avuto un'ulteriore conferma nel 2025 con l'approvazione statunitense di Zevaskyn, costituito da fogli di cellule epidermiche autologhe geneticamente modificate per il trattamento delle ferite nell'epidermolisi bollosa distrofica recessiva.
3. Le CAR-T: terapia genica contro il cancro
Una seconda grande applicazione della modificazione genetica ex vivo riguarda l'oncologia.
Nelle CAR-T, non vengono modificate cellule staminali ma i linfociti T del paziente. Essi vengono prelevati, geneticamente modificati affinché esprimano un recettore artificiale capace di riconoscere un antigene tumorale, espansi in laboratorio e quindi reinfusi.
Si crea in questo modo un farmaco vivente e personalizzato: cellule del paziente “riprogrammate” per riconoscere il suo tumore.
Le CAR-T hanno modificato profondamente il trattamento di alcune leucemie, linfomi B e del mieloma multiplo; rimane assai più complesso estenderne l'efficacia ai tumori solidi, nei quali entrano in gioco eterogeneità antigenica, microambiente immunosoppressivo e difficoltà di penetrazione delle cellule terapeutiche: questa forma di terapia genica è tuttavia diversa dalla correzione delle cellule staminali: il linfocita T è la cellula effettrice e la sua attività non è necessariamente permanente.
4. CRISPR: non aggiungere un gene, ma riscriverlo
La vera rivoluzione successiva è il genome editing. Con CRISPR-Cas una molecola di RNA guida porta un enzima in una posizione predeterminata del genoma. Il DNA può essere tagliato e successivamente riparato dalla cellula, ottenendo inattivazione, sostituzione o correzione di sequenze genetiche. Il primo grande passaggio dalla sperimentazione alla pratica clinica è stato Casgevy (exagamglogene autotemcel). Le cellule staminali ematopoietiche del paziente vengono modificate ex vivo mediante CRISPR-Cas9 inattivando un regolatore di BCL11A; viene così riattivata la produzione di emoglobina fetale. Nell'Unione Europea Casgevy è autorizzato per β-talassemia trasfusione-dipendente e anemia falciforme grave in pazienti dai 12 anni.)
È un cambiamento concettuale importante: non viene introdotta semplicemente una copia sana del gene malato; viene modificato il sistema di regolazione del genoma per produrre un effetto terapeutico.
Negli Stati Uniti, nel luglio 2026, l'indicazione di Casgevy è stata ulteriormente estesa ai bambini a partire dai 2 anni con anemia falciforme o β-talassemia trasfusione-dipendente: un segnale della progressiva anticipazione delle terapie genetiche verso età nelle quali è ancora possibile prevenire gran parte del danno d'organo.
5. Terapia genica in vivo
Non tutti gli organi permettono di prelevare cellule, correggerle e reimpiantarle. Nel muscolo, nel fegato, nella retina o nel sistema nervoso è spesso necessario portare direttamente il gene terapeutico dentro l'organismo.
Si utilizzano soprattutto vettori derivati da virus adeno-associati (AAV), ingegnerizzati per trasportare il gene terapeutico senza provocare la malattia virale originaria.
Sono nati così trattamenti per patologie molto diverse: Luxturna per una forma ereditaria di cecità, Zolgensma per l'atrofia muscolare spinale, terapie per l'emofilia A e B e altre malattie neurologiche o metaboliche.
Il principale problema è immunologico. Gli AAV e la proteina prodotta possono essere riconosciuti dal sistema immunitario, limitando efficacia, possibilità di ripetere la somministrazione e durata dell'effetto. Occorre inoltre sorvegliare tossicità d'organo e sicurezza a lungo termine.
Un progresso recentissimo riguarda l'udito. Nell'aprile 2026 la FDA ha approvato Otarmeni (lunsotogene parvec), prima terapia genica approvata per una sordità genetica associata a mutazioni bialleliche di OTOF. La terapia utilizza un sistema a doppio vettore AAV somministrato localmente nell'orecchio.
È particolarmente interessante perché mostra come la somministrazione locale possa trasformare organi prima difficilmente raggiungibili in nuovi bersagli della terapia genica.
6. Base editing, prime editing e la terapia costruita per un solo paziente
CRISPR classico produce generalmente una rottura del DNA a doppio filamento. Le generazioni successive cercano di ottenere correzioni ancora più precise.
Il base editing consente di modificare una singola “lettera” del DNA senza necessariamente provocare una rottura completa della doppia elica. Nel 2025 è stato compiuto un passo che probabilmente segna l'inizio di una nuova fase della medicina personalizzata.
Un neonato affetto da gravissima deficienza di carbamil-fosfato sintetasi 1 (CPS1), causata da una variante genetica estremamente rara, è stato trattato con una terapia di base editing progettata specificamente per la sua mutazione. L'editor genetico è stato trasportato agli epatociti mediante nanoparticelle lipidiche e somministrato in vivo. Il trattamento è quindi stato concepito sostanzialmente per un unico individuo.
È la medicina “N-of-1”: non più soltanto scegliere il farmaco migliore per il genotipo del paziente, ma arrivare a progettare un farmaco genetico per quella singola variante e, potenzialmente, per quella singola persona. La stessa FDA ha riconosciuto nel 2026 che queste terapie individualizzate pongono nuovi problemi scientifici e regolatori proprio perché il tradizionale modello di sperimentazione clinica è difficilmente applicabile.
Un passo ulteriore è il prime editing, una tecnologia capace di sostituire, inserire o eliminare brevi sequenze di DNA con grande precisione. Nel 2025-2026 è entrata per la prima volta nella sperimentazione sull'uomo: uno studio di fase 1/2 sta utilizzando cellule staminali CD34+ autologhe corrette mediante prime editing nella malattia granulomatosa cronica da deficit di p47phox. Si tratta ancora di terapia sperimentale, non di un trattamento approvato.
Il percorso può quindi essere schematicamente rappresentato così:
trapianto di cellule sane → aggiunta di un gene → cellule autologhe geneticamente modificate → CRISPR → base editing → prime editing → terapia genetica individuale “N-of-1”.
7. Il vero ostacolo potrebbe non essere più scientifico
Le cellule autologhe geneticamente modificate vengono classificate in Europa come Advanced Therapy Medicinal Products (ATMP) e sono sottoposte a criteri di produzione, qualità, sicurezza e autorizzazione assimilabili a quelli dei medicinali. EMA distingue infatti tra medicinali di terapia genica, medicinali di terapia cellulare somatica e prodotti di ingegneria tissutale.
Ma un prodotto costituito dalle cellule di un singolo individuo non è identico a una compressa industriale. La standardizzazione dei lotti, le procedure GMP, la produzione dei vettori, gli studi clinici e il follow-up prolungato determinano costi enormi. Inoltre le malattie bersaglio sono frequentemente rarissime, per cui il costo dello sviluppo deve essere distribuito su poche decine o poche migliaia di pazienti.
Ne derivano prezzi che, come sottolinea il documento, possono raggiungere milioni di euro per singolo trattamento, difficili da sostenere anche per sistemi sanitari pubblici avanzati. Alcuni prodotti efficaci sono stati ritirati o non commercializzati perché economicamente poco remunerativi.
Il problema diventa ancora più evidente con le terapie N-of-1: come si può applicare il modello industriale tradizionale di “un farmaco – grandi sperimentazioni – grande mercato” a un farmaco progettato per una persona?
Ed emerge anche un problema etico correttamente evidenziato dalla ricercatrice Valentina Poletti: cellule prelevate da una persona, dopo la manipolazione genetica, assumono giuridicamente e commercialmente la natura di prodotto medicinale. Occorre quindi interrogarsi su proprietà delle risorse biologiche individuali, ruolo dell'industria, contributo della ricerca pubblica e diritto di accesso del paziente.
Conclusione
La terapia genica sta attraversando una trasformazione straordinariamente rapida. In circa trent'anni siamo passati dal tentativo di introdurre una copia funzionante di un gene mediante retrovirus alla possibilità di modificare selettivamente singole basi del DNA e persino di costruire una terapia per la mutazione unica di un singolo bambino.
Ma la possibilità tecnica di curare una malattia non coincide automaticamente con la possibilità reale di offrire quella cura ai pazienti.
Affinchè le terapie avanzate possano raggiungere un numero crescente di persone sarà necessario rendere il quadro regolatorio più proporzionato alla loro particolare natura, senza diminuire le garanzie di sicurezza; trovare modelli economici che permettano la sostenibilità dei trattamenti; valorizzare maggiormente il ruolo della ricerca accademica e non profit; e affrontare apertamente la questione etica della trasformazione delle cellule del paziente in prodotto commerciale.
La sfida futura non consiste quindi soltanto nel perfezionare CRISPR, base editing o prime editing. Consiste nel creare un ecosistema capace di trasformare un successo di laboratorio in una cura concretamente disponibile.
La questione assume particolare importanza nelle malattie rare: considerate singolarmente sono infrequenti, ma nel loro insieme interessano centinaia di milioni di persone e la maggior parte rimane ancora priva di una terapia causale. Il futuro della medicina genetica dipenderà dunque dall'equilibrio fra quattro esigenze che non possono essere separate: innovazione scientifica, sicurezza, sostenibilità economica ed equità di accesso. È precisamente nel trovare questo equilibrio — attraverso il dialogo tra ricercatori, clinici, istituzioni, industria e associazioni dei pazienti — che si giocherà la possibilità di trasformare la rivoluzione genetica da straordinaria conquista tecnologica a reale progresso della medicina.
La medicina personalizzata tradizionale sceglie una terapia in funzione del paziente; la terapia autologa costruisce il farmaco con le cellule del paziente; la medicina N-of-1 arriva a progettare la modifica genetica per la specifica mutazione di quella singola persona: ciascuno di questi eccezionali balzi in avanti apre nuove prospettive ma crea inevitabilmente rilevanti problemi, non solo economici ma anche etici, dalla distribuzione delle “limitate risorse” ai criteri di equità nella scelta di chi curare e di come curarlo…
Riccardo De Gobbi e Giampaolo Collecchia
Bibliografia
Viola Antonella Aiuti Alessandro: La Rivoluzione della cura Einaudi Editore Torino 2026
Poletti Valentina: Terapie Geniche personalizzate: il futuro della medicina In Micromega n. 6- 2025
Ipogonadismo maschile nell'adulto
JAMA pubblica un'interessante review sull'ipogonadismo maschile dell'adulto. Pur trattandosi di un argomento di solito gestito dall'endocrinologo, è utile per il medico curante conoscere alcuni punti chiavi per sospettare la condizione, indirizzare il work up diagnostico e monitorare la terapia sostitutiva.
Cause di ipogonadismo maschile nell'adulto
Per ipogonadismo maschile nell'adulto s'intende una condizione caratterizzata da insufficiente produzione di testosterone da parte dei testicoli, con o senza compromissione della spermatogenesi. Nelle forme primarie il problema è testicolare per cui FSH e LH risultano elevati per feedback; nelle forme secondarie il difetto è ipotalamico o ipofisario, e FSH e LH sono bassi o inappropriatamente normali a fronte di un testosterone ridotto.
Entrambe le forme possono essere permanenti o reversibili. Le cause permanenti più comuni di ipogonadismo primario sono la sindrome di Klinefelter (cariotipo 47,XXY) e i danni gonadici da chemioterapia in età pediatrica; quelle di ipogonadismo secondario includono le radiazioni craniche, i traumi cranici gravi, i grandi tumori sellari e, più raramente, l'ipogonadismo ipogonadotropo congenito. Le forme reversibili, invece, sono molto più frequenti nella pratica quotidiana e meritano attenzione particolare: tra queste spiccano l'obesità, le malattie sistemiche acute e croniche, l'uso cronico di oppioidi e corticosteroidi, l'iperprolattinemia da farmaci e l'esposizione ad androgeni esogeni.
Attenzione allo pseudo-ipogonadismo
Una delle indicazioni più utili della review riguarda il cosiddetto pseudo-ipogonadismo, che rappresenta probabilmente la causa più frequente di testosterone totale basso riscontrato nella medicina ambulatoriale. In uomini con obesità, insulino-resistenza o diabete tipo 2, la SHBG (sex hormone-binding globulin) è marcatamente ridotta: questo comporta un testosterone totale circolante basso pur in presenza di FSH e LH normali e testosterone libero nella norma. Questi pazienti sono normali dal punto di vista funzionale e non traggono alcun beneficio dalla terapia sostitutiva: ciò di cui hanno bisogno è il trattamento della condizione metabolica sottostante.
Come diagnosticare l'ipogonadismo
Gli autori della review scoraggiano esplicitamente il dosaggio di routine del testosterone in assenza di sintomi e segni specifici. La diagnosi deve essere clinicamente motivata: il paziente deve presentare una combinazione di riduzione della libido, disfunzione erettile, affaticamento, calo dell'umore, perdita di massa muscolare, aumento del grasso viscerale, osteoporosi o infertilità. I segni obiettivi orientativi includono riduzione del volume testicolare, diminuzione dei peli corporei e facciali e ginecomastia.
Il primo accertamento è il dosaggio del testosterone totale sierico al mattino (preferibilmente tra le 7 e le 10), ripetuto in almeno due occasioni distinte e mai in corso di malattia acuta o stress importante. Una concentrazione inferiore a 300 ng/dL (10,4 nmol/L) è generalmente considerata la soglia diagnostica, pur non esistendo un valore universalmente condiviso. In presenza di obesità o malattia cronica, o nei pazienti anziani, è utile integrare con il calcolo del testosterone libero tramite dosaggio della SHBG.
Il passo successivo è il dosaggio di FSH e LH per classificare il tipo di ipogonadismo. Se sono bassi o normali (ipogonadismo secondario), occorre escludere cause organiche: vanno richiesti prolattina, ferro e ferritina, TSH e cortisolo mattutino. Una RMN ipofisaria è indicata quando non si trova una causa funzionale evidente.
Prima della terapia: cercare le cause reversibili
La terapia sostitutiva non dovrebbe essere avviata prima di aver cercato e trattato le cause reversibili. In molti uomini, la correzione dell'obesità, la sospensione degli oppioidi, la riduzione dei corticosteroidi o il trattamento di un piccolo prolattinoma portano alla normalizzazione spontanea del testosterone senza necessità di terapia ormonale.
La terapia sostitutiva
Le prove di efficacia più solide provengono dai Testosterone Trials, uno studio randomizzato condotto su 790 uomini di età ≥65 anni con testosterone medio di 233 ng/dL, trattati per un anno con gel di testosterone o placebo. L'obiettivo terapeutico era raggiungere una concentrazione media di circa 500 ng/dL.
I benefici chiaramente dimostrati riguardano la funzione sessuale (libido e attività sessuale complessiva), la densità minerale ossea (aumentata sia a livello vertebrale che dell'anca), la correzione dell'anemia nei soggetti con emoglobina ridotta, e un modesto miglioramento dell'umore nei pazienti con depressione lieve correlata al deficit. Meno convincente è l'effetto sulla cognizione e sulla qualità della vita in senso lato.
Sul fronte cardiovascolare i dati restano incompleti e controversi. I benefici a lungo termine non sono ancora stabiliti con certezza, per cui è prudente evitare la prescrizione di testosterone con finalità preventive cardiovascolari.
Le controindicazioni assolute includono il carcinoma prostatico attivo, l'eritrocitosi grave e l'apnea notturna severa non trattata.
Monitoraggio: il ruolo del medico di Medicina Generale
Una volta avviata la terapia, il MMG può gestire il follow-up di routine. A tre mesi dall'inizio si controlla il testosterone totale (target: metà del range normale, circa 500 ng/dL) e l'ematocrito — la terapia va sospesa se supera il 54%. PSA e valutazione prostatica devono essere effettuati prima dell'inizio e poi ogni 6–12 mesi. La risposta clinica va rivalutata a 3–6 mesi: in assenza di benefici soggettivi dopo un periodo adeguato, la terapia dovrebbe essere riconsiderata.
Un punto di attenzione fondamentale riguarda i pazienti che desiderano avere figli: il testosterone esogeno sopprime la spermatogenesi e non deve essere prescritto in questi casi. Questi pazienti vanno inviati allo specialista per la valutazione di un trattamento con gonadotropine o clomifene.
Renato Rossi
Bibliografia
Bradley D. Anawalt, Kim M. O’Connor, Mathis Grossmann. Adult Male Hypogonadism. A Review
JAMA. Published Online: May 28, 2026. doi: 10.1001/jama.2026.8526
Novità in Gazzetta Ufficiale 22 - 28 agosto 2026
Classificazione, ai sensi dell'articolo 12, comma 5, della legge 8 novembre 2012, n. 189, del medicinale per uso umano, a base di marstacimab, «Hympavzi». (Determina n. 1126/2026)
DETERMINA DELL'AGENZIA ITALIANA DEL FARMACO DEL 05.08.26 (Gazzetta Ufficiale n. 194 del 22.08.26)
Classificazione, ai sensi dell'articolo 12, comma 5, della legge 8 novembre 2012, n. 189, del medicinale per uso umano, a base di furosemide, «Bopediat». (Determina n. 1127/2026)
DETERMINA DELL'AGENZIA ITALIANA DEL FARMACO DEL 05.08.26 (Gazzetta Ufficiale n. 194 del 22.08.26)
Classificazione, ai sensi dell'articolo 12, comma 5, della legge 8 novembre 2012, n. 189, del medicinale per uso umano, a base di mexiletina, «Namuscla». (Determina n. 1128/2026)
DETERMINA DELL'AGENZIA ITALIANA DEL FARMACO DEL 05.08.26 (Gazzetta Ufficiale n. 194 del 22.08.26)
Classificazione, ai sensi dell'articolo 12, comma 5, della legge 8 novembre 2012, n. 189, del medicinale per uso umano, a base di nadofaragene firadenovec, «Adstiladrin». (Determina n. 1125/2026)
DETERMINA DELL'AGENZIA ITALIANA DEL FARMACO DEL 05.08.26 (Gazzetta Ufficiale n. 194 del 22.08.26)
Classificazione, ai sensi dell'articolo 12, comma 5, della legge 8 novembre 2012, n. 189, del medicinale per uso umano, a base di tarlatamab, «Imdylltra». (Determina n. 1129/2026)
DETERMINA DELL'AGENZIA ITALIANA DEL FARMACO DEL 05.08.26 (Gazzetta Ufficiale n. 195 del 24.08.26)
Classificazione, ai sensi dell'articolo 12, comma 5, della legge 8 novembre 2012, n. 189, del medicinale per uso umano, a base di leniolisib, «Joenja». (Determina n. 1130/2026)
DETERMINA DELL'AGENZIA ITALIANA DEL FARMACO DEL 05.08.26 (Gazzetta Ufficiale n. 195 del 24.08.26)
Classificazione, ai sensi dell'articolo 12, comma 5, della legge 8 novembre 2012, n. 189, del medicinale per uso umano, a base di lurbinectedina, «Zepzelca». (Determina n. 1131/2026)
DETERMINA DELL'AGENZIA ITALIANA DEL FARMACO DEL 05.08.26 (Gazzetta Ufficiale n. 195 del 24.08.26)
Classificazione, ai sensi dell'articolo 12, comma 5, della legge 8 novembre 2012, n. 189, del medicinale per uso umano, a base di teplizumab, «Teizeild». (Determina n. 1132/2026)
DETERMINA DELL'AGENZIA ITALIANA DEL FARMACO DEL 05.08.26 (Gazzetta Ufficiale n. 195 del 24.08.26)
Adozione del Piano nazionale di Governo delle liste d'attesa (PNGLA) 2026-2028 e relativi allegati
DECRETO DEL MINISTERO DELLA SALUTE DEL 26.06.26 (Gazzetta Ufficiale n. 195 del 24.08.26, Supplemento ordinario n. 32)
Assegnazione dei contratti di formazione medico specialistica finanziati con fondi statali alle tipologie di specializzazioni per l'anno accademico 2024/2025. (Prot. MDS-GAB n. 194 del 1° giugno 2026)
DECRETO DEL MINISTERO DELLA SALUTE DEL 29.05.26 (Gazzetta Ufficiale n. 196 del 25.08.26)
Autorizzazione alla spesa, a partire dal 2025, per la riduzione delle liste di attesa per il trapianto di organi e tessuti e per l'acquisto di dispositivi medici per la perfusione, conservazione, trasporto e gestione di organi e tessuti per trapianto
DECRETO DEL MINISTERO DELLA SALUTE DEL 24.06.26 (Gazzetta Ufficiale n. 199 del 28.08.26)
Profilassi del tromboembolismo venoso in ospedale
Si sa che nei pazienti ospedalizzati vi sono molti fattori di rischio che predispongono al tromboembolismo venoso (TEV). La valutazione standardizzata di tale rischio tramite appositi score permette di valutare la necessità della profilassi e quindi di ridurre gli eventi trombotici. Tuttavia attualmente la frequenza di TEV nei soggetti ospedalizzati si è ridotta grazie anche alla implementazione di strategie come la mobilizzazione precoce, le calze a compressione graduata, la compressione pneumatica intermittente. Poiché la profilassi per il TEV non è esente da rischi è essenziale individuare i pazienti che da tale intervento traggono benefici tali da superare i rischi.
Che la profilassi sia efficace ci sono pochi dubbi. Una recente metanalisi [1] su quasi 44.000 pazienti ospedalizzati per malattie acute ha evidenziato che la profilassi riduce il TEV sintomatico del 30-40% circa. Il farmaco che ha un miglior profilo di beneficio/rischio è l'eparina a basso peso molecolare che ha a suo vantaggio una minore incidenza di eventi emorragici rispetto all'eparina non frazionata e agli anticoagulanti orali diretti (DOAC). La stessa metanalisi ha dimostrato però che la frequenza di TEV oggi è relativamente bassa ( 1,7% a 3 mesi) e che la profilassi non sembra incidere in modo significativo sulla mortalità.
Tutto questo sottolinea, come dicevamo, la necessità di selezionare i pazienti a rischio più elevato perchè è ovvio che se il rischio è basso anche l'efficacia della profilassi si riduce.
Un editoriale di commento della metanalisi [2] confronta questi risultati con quelli di una metanalisi a rete precedente su oltre 90.000 pazienti. Nella metanalisi di Marti [1] sono stati esclusi studi in cui erano arruolati pazienti a rischio elevato (soggetti ricoverati in terapia intensiva, oppure affetti da cancro attivo o da infarto o ictus in fase acuta) e questo spiega probabilmente i risultati non eclatanti sulla prevenzione del TEV.
Che dire?
Sia la metanalisi qui recensita che l'editoriale di commento ci consentono una conclusione in definitiva abbastanza ovvia: la profilassi del TEV nel paziente ospedalizzato funziona ma affinché il beneficio superi il rischio emorragico è necessario riservarla ai pazienti a rischio. A questo proposito sono disponibili online degli score per calcolare sia il rischio di TEV che quello di emorragia. L'editoriale ricorda per esempio il Padua Prediction Score (PPS) validato per stratificare il rischio di tromboembolismo venoso (TEV) nei pazienti internistici ospedalizzati e l'IMPROVE Bleeding Risk Score per stimare il rischio di sanguinamento maggiore nei pazienti acuti ricoverati in contesti internistici.
* Nota
Padua Prediction Score (https://www.mdcalc.com/calc/2023/padua-prediction-score-risk-vte):
- punteggio inferiore a 4 = rischio basso di TEV ( < 0,3%): non indicata la profilassi di routine, che va valutata caso per caso incentivando la mobilizzazione precoce
- punteggio uguale o superiore a 4 = rischio elevato: indicata profilassi
IMPROVE Bleeding Risk Score (https://www.mdcalc.com/calc/10465/improve-bleeding-risk-score):
- punteggio inferiore a 7 = rischio emorragico basso/moderato, procedere con la tromboprofilassi se indicata
- punteggio uguale o superiore a 7 = rischio emorragico elevato: profilassi di solito non indicata (preferire calze a compressione graduata, compressione pneumatica intermittente, se possibile mobilizzazione precoce).
Renato Rossi
Bibliografia
1. Marti C, Righini M, Le Gal G, et al. Pharmacological thromboprophylaxis in medical inpatients: a systematic review and network meta-analysis. JAMA Netw Open. 2026;9(5):e2611449. doi:10.1001/jamanetworkopen.2026.11449.
Parks Al, Fang MC. Right-Sizing Thromboprophylaxis in Medical Inpatients. JAMA Netw Open.
2026;9;(5):e2611399. doi:10.1001/jamanetworkopen.2026.11399.
I rischi misconosciuti dei prodotti casalinghi contenenti acido fluoridrico
L’acido fluoridrico (HF) è uno degli acidi alogenidrici, chimicamente affine all’ acido cloridrico, HCl.
Ha caratteristiche un po’ strane: riesce ad intaccare (pressoche’ unico nel genere) il vetro e la ceramica ma, alle normali concentrazioni non e’ particolarmente corrosivo, tanto da essere usato per smacchiare i tessuti.
Solo ad alte concentrazioni, sopra il 40%, l’acidità diventa importante e puo’ provocare ustioni chimiche.
Nei prodotti domestici la concentrazione e’ di solito inferiore al 10%, per cui non corrode la cute, ma viene assorbita apparentemente senza danno, ma in realta’ puo’ scatenare importanti reazioni locali o addirittura generali.
Lo ione fluoruro (derivato dalla successiva dissociazione dell’ acido) innesca una complicata serie di reazioni biochimiche coinvolgenti gli ioni Calcio e Magnesio con alterazioni cellulari secondarie e con danni anche necrotici locali o, nei casi piu’ gravi, anche molto estesi.
In soluzione diluita, la molecola di acido fluoridrico penetra silenziosamente la pelle e i tessuti, senza effetti immediatamente visibili ma provocando scompensi elettrolitici anche distanti fino ad arrivare, nei casi gravi, ad un interessamento cardiaco.
Tutto cio’ pero’ puo’ restare inavvertito anche per parecchie ore. Quando il paziente comincia ad avvertire i disturbi, spesso non li correla con l’ uso del prodotto fluorurato e non ne avverte nemmeno il medico che, a sua volta puo’ non avere dimestichezza con questa patologia. Tutto cio’ comporta ritardi diagnostici frequenti e trattamenti inadeguati.
I sintomi:
Il sintomo principale e’ il dolore, che pero’ compare dopo diverse ore e che, almeno all’ inizio, non e’ accompagnato da fenomeni locali visibili, resistente ai comuni analgesici (in quanto conseguente all’ipocalcemia locale) per cui viene generalmente inquadrato come dolore neuropatico o addirittura ipocondriaco.
Il trattamento topico tramite gel di calcio gluconato invece, a differenza degli analgesici, e’ molto efficace e in gran parte dei casi elimina in pochi minuti la sintomatologia dolorosa, oltre a contrastare l’ulteriore danno ai tessuti. Quando la diagnosi non viene formulata in tempo e la necrosi tissutale profonda comincia a dare segni visibili, puo’ essere ormai tardi per rimediare, in quanto le necrosi possono diventare irreversibili, portando nei casi peggiori all’amputazione delle parti distali delle dita.
Mentre in ambito industriale e accademico i rischi dell’ uso di tale sostanza sono ben noti e il suo uso e’ sottoposto a protocolli di sicurezza assai stringenti, in ambito “casalingo” tali prodotti sono venduti e usati liberamente, spesso con inconsapevole leggerezza anche negli usi piu’ disparati come ad esempio togliere i punti di ruggine dai bottoni in acciaio, dai bottoni dei jeans, dai bulloni delle auto che fissano i cerchioni ecc.
Ci si può domandare, dunque, come possa essere regolamentata questa sostanza. Nel caso dell'acido fluoridrico la normativa di riferimento è il regolamento CLP del 2008, ( https://eur-lex.europa.eu/IT/legal-content/summary/classification-packaging-and-labelling-of-chemical-substances-and-mixtures.html) che impone di apporre i pittogrammi con il bordo rosso come indicazione di pericolo.
Dal punto di vista legale l’etichetta di pericolo prevista dal CLP e’ considerata sufficiente per informare il consumatore tuttavia alla particolare attenzione da parte del consumatore sarebbe utile aggiungere un maggiore interessamento da parte dei produttori.
In conclusione, scrivono gli autori, la migliore difesa è la consapevolezza. Informare il pubblico dei rischi collegati all’acido fluoridrico e delle precauzioni da prendere, al di là delle semplici indicazioni sulle etichette, potrebbe prevenire numerosi casi di ustioni chimiche.
Nei casi dubbi i medici non specialisti sono invitati ad interpellare sempre, anche telefonicamente, i centri antiveleni locali.
Daniele Zamperini
Fonte
Intossicarsi con lo smacchiatore: i pericoli ignorati dell’acido fluoridrico - Univadis - 28 maggio 2026.
-https://bit.ly/45Hqv4J
Cistiti non complicate nelle donne: quale antibiotico scegliere?
Le cistiti non complicate sono un problema molto frequente visto in medicina primaria. Le linee guida della European Association of Urology affermano che la diagnosi può essere clinica, ma un esame colturale delle urine è necessario se si sospetta una pielonefrite, nelle donne in gravidanza, se si ha una recidiva entro un mese o se la terapia non migliora i sintomi. Non è necessaria un'urinocoltura di controllo se i sintomi scompaiono. Nelle donne i farmaci consigliati sono la fosfomicina, la nitrofurantoina, la pivmecillina; se si sospetta una resistenza dell'E. Coli sulla base di informazioni locali è indicato il trimetoprim-sulfametossazolo. Questo antibiotico può essere usato anche negli uomini (in alternativa un chinolonico) [1].
Partendo dalle indicazioni delle linee guida un gruppo di ricercatori di Barcellona ha effetto uno studio randomizzato nell'ambito della medicina primaria [2]. Sono state reclutate 768 donne (età > 18 anni, mediana 48 anni) con sintomi tipici di cistite non complicata e test urinario con striscia reattiva positivo per nitriti o esterasi leucocitaria. Le partecipanti sono state suddivise in 4 gruppi e trattate con:
- una singola dose da 3 g di fosfomicina,
- due dosi da 3 g di fosfomicina (la seconda dose dopo 24 ore dalla prima),
- nitrofurantoina (100 mg tre volte al giorno per 5 giorni),
- pivmecillinam (400 mg tre volte al giorno per 3 giorni).
L'esito primario era la proporzione di pazienti con risoluzione clinica (definita come la scomparsa di tutti i sintomi dell'infezione) al giorno 7. Queste le percentuali di donne che avevano avuto la risoluzione clinica:
- nitrofurantoina: 74%
- pivmecillinam: 70%
- fosfomicina 2 dosi: 67%
- fosfomicina 1 dose: 59%.
La differenza era statisticamente significativa tra nitrofurantoina e fosfomicina in singola dose (p = 0,0168).
La percentuale di eventi avversi era di poco meno del 20% nel gruppo fosfomicina in singola dose, del 26% circa nel gruppo fosfomicina doppia dose, di poco meno del 27% nel gruppo nitrofurantoina e di circa il 21% nel gruppo pivmecillinam. Gli eventi avversi riguardavano essenzialmente l'apparato gastrointestinale ed erano lievi e di breve durata.
Gli autori dello studio concludono che il ruolo della fosfomicina in singola dose come antibiotico di prima linea dovrebbe essere rivalutato.
Che dire?
Già in uno studio precedente [2] la nitrofurantoina si era dimostrata superiore alla fosfomicina in singola dose nel determinare la risoluzione clinica dei sintomi nelle cistiti non complicate femminili: 70% versus 58%. Questo nuovo studio è importante in quanto è stato realizzato nel setting della medicina generale e suggerisce che 5 giorni di nitrofurantoina sono superiori a una singola dose di fosfomicina. Non sono invece emerse differenze statisticamente significative rispetto alla fosfomicina in doppia dose e alla pivmecillinam.
Quali indicazioni pratiche? Se si sceglie la nitrofurantoina è opportuno un ciclo di 5 giorni con 3 somministrazioni giornaliere, se si sceglie la fosfomicina, stando ai risultati dello studio, può essere preferibile la dose ripetuta. Quest'ultima modalità ha il vantaggio di una somministrazione più semplice e quindi di una migliore compliance, ma si deve avvisare la donna che le probabilità di risoluzione della sintomatologia potrebbero essere minori.
Renato Rossi
Bibliografia
1. http://www.pillole.org/public/aspnuke/news.asp?id=8557
2. Llor C, Monfà R, Garcia-Sangenís A, Leiva A, Marín-Cañada J, Sánchez-Calavera MA, Moragas A, Aguilar-Sánchez M, Troncoso-Mariño A, Rodríguez-Barrientos R, Molero JM, Ouchi D, Miranda-Jiménez C, Fernández-García S, Morros R. Clinical and bacteriological effectiveness of three different short-course antibiotic regimens and single-dose fosfomycin for uncomplicated lower urinary tract infections in women (SCOUT): a pragmatic, multicentre, open-label, randomised clinical trial. Lancet. 2026 Apr 25;407(10539):1603-1613. doi: 10.1016/S0140-6736(25)02171-3. Epub 2026 Apr 20. PMID: 42026010.
3. Huttner A, Kowalczyk A, Turjeman A, Babich T, Brossier C, Eliakim-Raz N, Kosiek K, Martinez de Tejada B, Roux X, Shiber S, Theuretzbacher U, von Dach E, Yahav D, Leibovici L, Godycki-Cwirko M, Mouton JW, Harbarth S. Effect of 5-Day Nitrofurantoin vs Single-Dose Fosfomycin on Clinical Resolution of Uncomplicated Lower Urinary Tract Infection in Women: A Randomized Clinical Trial. JAMA. 2018 May 1;319(17):1781-1789. doi: 10.1001/jama.2018.3627. PMID: 29710295; PMCID: PMC6134435.
Novità in Gazzetta Ufficiale 15 - 21 agosto 2026
Conferma ed estensione del riconoscimento del carattere scientifico dell'IRCCS di diritto privato «Synlab SDN S.r.l.» di Napoli, nell'area tematica di afferenza di «diagnostica»
DECRETO DEL MINISTERO DELLA SALUTE DEL 31.07.26 (Gazzetta Ufficiale n. 189 del 17.08.26)
Classificazione, ai sensi dell'articolo 12, comma 5, della legge 8 novembre 2012, n. 189, del medicinale per uso umano, a base di insulina lispro, «Bysumlog». (Determina n. 1116/2026)
DETERMINA DELL'AGENZIA ITALIANA DEL FARMACO DEL 05.08.26 (Gazzetta Ufficiale n. 191 del 19.08.26)
Classificazione, ai sensi dell'articolo 12, comma 5, della legge 8 novembre 2012, n. 189, del medicinale per uso umano, a base di atogepant, «Aquipta». (Determina n. 1117/2026)
DETERMINA DELL'AGENZIA ITALIANA DEL FARMACO DEL 05.08.26 (Gazzetta Ufficiale n. 191 del 19.08.26)
Classificazione, ai sensi dell'articolo 12, comma 5, della legge 8 novembre 2012, n. 189, del medicinale per uso umano, a base di melatonina, «Circadin». (Determina n. 1118/2026)
DETERMINA DELL'AGENZIA ITALIANA DEL FARMACO DEL 05.08.26 (Gazzetta Ufficiale n. 191 del 19.08.26)
Classificazione, ai sensi dell'articolo 12, comma 5, della legge 8 novembre 2012, n. 189, del medicinale per uso umano, a base di Covid-19 mRNA vaccine, «Comirnaty». (Determina n. 1119/2026)
DETERMINA DELL'AGENZIA ITALIANA DEL FARMACO DEL 05.08.26 (Gazzetta Ufficiale n. 192 del 20.08.26)
Classificazione, ai sensi dell'articolo 12, comma 5, della legge 8 novembre 2012, n. 189, del medicinale per uso umano, a base di mitapivat, «Pyrukynd». (Determina n. 1120/2026)
DETERMINA DELL'AGENZIA ITALIANA DEL FARMACO DEL 05.08.26 (Gazzetta Ufficiale n. 192 del 20.08.26)
Classificazione, ai sensi dell'articolo 12, comma 5, della legge 8 novembre 2012, n. 189, del medicinale per uso umano, a base di eltrombopag, «Eltrombopag Accord». (Determina n. 1121/2026)
DETERMINA DELL'AGENZIA ITALIANA DEL FARMACO DEL 05.08.26 (Gazzetta Ufficiale n. 192 del 20.08.26)
Classificazione, ai sensi dell'articolo 12, comma 5, della legge 8 novembre 2012, n. 189, del medicinale per uso umano, a base di rituximab, «Truxima». (Determina n. 1122/2026)
DETERMINA DELL'AGENZIA ITALIANA DEL FARMACO DEL 05.08.26 (Gazzetta Ufficiale n. 193 del 21.08.26)
Classificazione, ai sensi dell'articolo 12, comma 5, della legge 8 novembre 2012, n. 189, del medicinale per uso umano, a base di ciclosporina, «Vevizye». (Determina n. 1123/2026)
DETERMINA DELL'AGENZIA ITALIANA DEL FARMACO DEL 05.08.26 (Gazzetta Ufficiale n. 193 del 21.08.26)
Classificazione, ai sensi dell'articolo 12, comma 5, della legge 8 novembre 2012, n. 189, del medicinale per uso umano, a base di eltrombopag, «Eltrombopag Viatris». (Determina n. 1124/2026)
DETERMINA DELL'AGENZIA ITALIANA DEL FARMACO DEL 05.08.26 (Gazzetta Ufficiale n. 193 del 21.08.26)
L'arteriopatia periferica degli arti inferiori: lo stato dell'arte
Un concetto importante per il MMG è che l'arteriopatia periferica degli arti inferiori (PAD) deve essere considerata una patologia equivalente a una coronaropatia. Un altro principio che bisogna avere sempre presente è che essa non vuol sempre dire claudicatio. Si distinguono infatti quattro tipologie cliniche:
1. Soggetti asintomatici: si tratta di persone senza sintomi ma con ABI* ≤ 0.90
2. Pazienti sintomatici cronici: claudicatio intermittens.
3. Ischemia cronica minacciosa per l'arto: dolore a riposo, ulcere, gangrena.
4. Ischemia acuta dell'arto (è un'emergenza, richiede anticoagulazione immediata con eparina e invio urgente in centro vascolare).
* ABI = Ankle-Brachial Index o Indice caviglia-braccio: si misura la pressione arteriosa sistolica a livello delle caviglie (arteria tibiale posteriore e pedidia) e a livello delle braccia (arteria brachiale), utilizzando un bracciale da pressione e una sonda Doppler tascabile. Calcolo ABI = Pressione sistolica della caviglia / Pressione sistolica del braccio).
Un ABI < 0,90 indica possibile arteriopatia = necessità di ulteriori indagini, > 1,40 indica arterie non comprimibili (calcificazioni della media, frequente nei diabetici e nell'uremia): dato anch'esso patologico.
Le linee guida e la pratica
La misurazione dell'ABI non è proponibile di routine mentre è consigliata in soggetti a rischio: per esempio persone > 65 anni, diabetici, fumatori, ipertesi, dislipidemici, soggetti affetti da cardiopatia ischemica, pregresso ictus o TIA, aneurisma dell'aorta addominale, ecc.
Nella pratica della medicina generale italiana la raccomandazione delle linee guida di usare l'ABI come test iniziale si scontra con la realtà: è necessario essere dotati di una sonda doppler tascabile e di possedere le necessarie competenze per usarala. Inoltre l'esame richiede tempo, che spesso il MMG non ha. Per questo nei soggetti a rischio di solito si usa un filtro ancora più rapido: la palpazione dei polsi periferici. Se i polsi periferici sono presenti e validi (arteria pedidia e tibiale posteriore bilateralmente) la probabilità di un'arteriopatia significativa è molto bassa. In caso invece di polsi assenti o ipovalidi di solito si procede con un esame di secondo livello (ecocolordoppler).
La terapia antitrombotica
Nel paziente con PAD ma senza sintomi può essere preso in considerazione il trattamento antiaggregante (clopidogrel oppure ASA) per ridurre il rischio di infarto o ictus.
Nel paziente sintomatico le linee guida raccomandano o la singola antiaggregazione (ASA 75-100 mg o Clopidogrel 75 mg) oppure la combinazione ASA + Rivaroxaban (2.5 mg bid). Quest'ultima opzione è consigliata per ridurre sia gli eventi cardiaci che quelli agli arti, purchè vi sia un basso rischio emorragico (studio COMPASS).
Dopo intervento chirurgico o endovascolare, la combinazione ASA + Rivaroxaban 2.5 mg bid è fortemente raccomandata per prevenire l'occlusione del bypass/stent e l'ischemia acuta (studio VOYAGER PAD). La durata ottimale della duplice terapia dopo la chirurgia non è definita a priori: a differenza della DAPT post-PCI, ASA + Rivaroxaban 2.5 mg rappresenta una terapia cronica, da rivalutare periodicamente (almeno ogni 12 mesi) in base al profilo individuale di rischio ischemico ed emorragico. L'esperienza clinica oltre i 24 mesi è ancora limitata.
La terapia ipocolesterolemizzante
Sono raccomandate le statine ad alta intensità per tutti i pazienti con PAD, indipendentemente dai livelli basali di colesterolo. Le LG americane consigliano un LDL < 70 mg/dL. Le LG ESC indicano un target < 55 mg/dl (con riduzione >/= 50% del basale). Se non raggiunto con statina massimale, aggiungere ezetimibe e, se ancora fuori target, inibitori di PCSK9.
Gestione del diabete
Per i pazienti con PAD e diabete di tipo 2:
- SGLT2-inibitori (es. empagliflozin, dapagliflozin): raccomandati per ridurre eventi cardiovascolari e complicazioni renali.
- GLP-1 Agonisti (es. semaglutide): fortemente raccomandati per ridurre gli eventi cardiovascolari. Nota: le vecchie preoccupazioni sulle amputazioni con SGLT2i sono state ampiamente superate dai nuovi dati.
Importante arrivare al target di glicemia ed emoglobina glicata consigliato per i diabetici, da personalizzare in base alle caratteristiche del paziente (fragilità, ridotta aspettativa di vita, durata del diabete, rischio di episodi ipoglicemici).
Altre terapie
- Pressione arteriosa: target < 130/80 mmHg. Gli ACE-inibitori o i sartani sono preferiti come prima linea per il loro effetto protettivo vascolare.
- Cilostazolo: confermato per migliorare la distanza di marcia nei pazienti con claudicatio, ma non ha effetto sulla sopravvivenza o sulla prevenzione dell'infarto.
- Smoking cessation: vareniclina, bupropione o NRT - Priorità assoluta.
- Valutazione e cura del piede : ispezione regolare, calzature adeguate, podologia nei diabetici.
Esercizio strutturato
Questo è uno dei messaggi più forti e "sotto-utilizzati" delle LG. Per un paziente con claudicatio intermittens, l’esercizio fisico non è un semplice consiglio sullo stile di vita, ma una vera e propria terapia di prima linea, efficace nel migliorare l’autonomia di marcia.
Si possono distinguere chiaramente due modalità di esecuzione:
1- Supervised Walking Exercise (Esercizio Supervisionato)
È il gold standard assoluto. Si svolge in un ambiente clinico (fisioterapia o riabilitazione cardiologica/vascolare) sotto gli occhi di personale sanitario addestrato.
Il paziente cammina su un tapis roulant a una velocità e pendenza prestabilite fino a quando il dolore da claudicatio raggiunge un'intensità medio-alta. A quel punto si ferma, si riposa finché il dolore scompare, e poi ricomincia. Sessioni di 30-45 minuti, almeno 3 volte alla settimana, per un minimo di 12 settimane.
Il problema pratico in Italia: trovare centri di riabilitazione vascolare pubblica che offrano l'esercizio supervisionato per la PAD è difficile. Spesso le strutture sono intasate dalla riabilitazione post-infarto o post-ictus. Ed è qui che entra in gioco la seconda opzione.
2- Structured Home-Based Walking Exercise (Esercizio a Domicilio Strutturato)
È la vera novità terapeutica su cui le Linee Guida insistono. La parola chiave: è "strutturato". Dire al paziente "vada a camminare un po' ogni tanto" non serve a nulla (ha un tasso di aderenza vicino allo zero).
Per funzionare a domicilio, l'esercizio deve avere delle regole precise: uso obbligatorio di un contapassi, uno smartwatch o un'app sullo smartphone per monitorare i progressi; il paziente deve tenere un diario clinico (o mostrare i dati dell'app) e porsi l'obiettivo di camminare fino al punto di dolore moderato, fermarsi e ripartire, proprio come in clinica; almeno 3-5 volte alla settimana, cercando di aumentare gradualmente il numero di passi o i minuti di marcia consecutivi prima della comparsa del dolore.
Rivascolarizzazione
Deve essere riservata ai pazienti con ischemia critica (dolore a riposo, ulcere, gangrena) oppure sintomi persistenti e invalidanti che non rispondono alla terapia medica e all'esercizio fisico.
Renato Rossi
Bibliografia
McDermott MM. Peripheral Artery Disease in the Legs. N Engl J Med 2026;394:486-496
DOI: 10.1056/NEJMcp2501200
Gornik HL et al. 2024 ACC/AHA/AACVPR/APMA/ABC/SCAI/SVM/SVN/SVS/SIR/VESS Guideline for the Management of Lower Extremity Peripheral Artery Disease: A Report of the American College of Cardiology/American Heart Association Joint Committee on Clinical Practice Guidelines
Circulation. Volume 149, Number 24. https://doi.org/10.1161/CIR.0000000000001251