La prevenzione prenatale - Parte quarta


L'ambiente socioeconomico influisce in modo determinante sugli esiti perinatali. Condizioni di povertà, scarsa istruzione, precarietà abitativa o lavorativa aumentano l'esposizione a fattori di rischio, rendendo gli interventi nei primi mille giorni di vita un investimento ad alto ritorno sociale ed economico. Modelli integrati come quello peruviano collegano il sostegno economico a controlli sanitari e nutrizionali, mentre le politiche nordiche sul congedo parentale paritario riducono lo stress materno e rafforzano la figura paterna.

Per guidare la pratica clinica, le misure preventive vengono suddivise secondo il livello di evidenza scientifica. Tra le raccomandazioni con solide evidenze rientrano l'assunzione di acido folico prima del concepimento, l'eliminazione totale di fumo e alcol, la gestione dei farmaci, il controllo della glicemia e le vaccinazioni indicate. Le misure raccomandate comprendono una dieta bilanciata con adeguati micronutrienti, il mantenimento del peso, l'esercizio fisico, le norme igieniche alimentari e i controlli ostetrici regolari. Infine, azioni fortemente suggerite riguardano la riduzione dello stress, il supporto psicologico, la tutela della salute paterna, la qualità del sonno e la limitazione dell'esposizione agli inquinanti ambientali.

L'obiettivo finale della prevenzione prenatale non è la ricerca di una perfezione irraggiungibile che generi ansia, ma la promozione di miglioramenti realistici e sostenibili nella vita quotidiana. L'epigenetica dimostra che ogni piccolo cambiamento positivo riduce la vulnerabilità futura e che la tutela della salute infantile richiede sia la responsabilità delle famiglie sia un forte impegno da parte delle istituzioni pubbliche.


Renato Rossi


Per approfondire:

Rossi RL. Guida critica alla prevenzione. Come distinguere screening, farmaci e stili di vita che proteggono davvero. Il Pensiero Scientifico Editore. Roma, Settembre 2026.
http://pensiero.it/catalogo/libri/guida-critica-alla-prevenzione/



  

Il chatbot primo interlocutore sulla salute

Gli autori hanno sviluppato una tassonomia composta da 12 categorie, tra cui informazione ed educazione sanitaria, domande su sintomi e problemi di salute, gestione di patologie e farmaci, fitness e stile di vita, benessere emotivo, accesso alle cure, assicurazioni, ricerca accademica e documentazione medica. La categoria più frequente è risultata quella dell’“Informazione ed educazione sanitaria”, che rappresenta circa il 40,8% delle conversazioni. Molte di queste richieste apparentemente generali riguardano trattamenti, farmaci e condizioni specifiche, suggerendo che almeno una parte, secondo gli autori quasi una conversazione su cinque, possa nascondere esigenze personali, per esempio la valutazione di sintomi, l’interpretazione di risultati di esami o la gestione di una condizione medica. I chatbot dunque non vengono utilizzati soltanto come strumenti informativi, ma anche come interlocutori per la propria salute, rendendo il confine tra informazione generale e consiglio personalizzato particolarmente sottile. Una cosa è infatti chiedere cosa significhi in generale avere il colesterolo alto, un'altra è raccontare di avere mal di testa persistenti, indicare i farmaci che si stanno assumendo e chiedere cosa fare. In questo caso, una risposta apparentemente informativa può influenzare direttamente una decisione sanitaria.
Lo studio evidenzia inoltre importanti differenze tra smartphone e computer. Sul mobile sono molto più frequenti le domande personali: le richieste relative a sintomi e preoccupazioni sanitarie rappresentano il 15,9% delle conversazioni, contro il 6,9% su desktop. Anche le conversazioni sul benessere emotivo sono più comuni su smartphone. Al contrario, il computer viene maggiormente utilizzato per ricerca accademica, studio e compilazione di documentazione medica. In altre parole, lo stesso chatbot sembra assumere ruoli diversi a seconda del contesto: assistente personale sullo smartphone, strumento di lavoro o di studio sul computer. Questa differenza potrebbe avere conseguenze importanti anche per la progettazione futura dei sistemi di IA sanitaria. Un'interazione notturna da smartphone relativa a sintomi o disagio emotivo potrebbe richiedere accorgimenti diversi rispetto a una richiesta accademica effettuata da computer durante l'orario lavorativo.
Anche l’orario influenza il tipo di richiesta. Le conversazioni personali aumentano la sera e durante la notte, proprio quando i servizi sanitari tradizionali sono meno accessibili. Le richieste sul benessere emotivo passano dal 3,3% del mattino al 5,2% durante la notte, mentre quelle relative a sintomi e preoccupazioni sanitarie salgono dal 10,6% al 13,4%. Il chatbot può quindi diventare una sorta di interlocutore sanitario sempre disponibile, non necessariamente perché l'utente lo consideri un sostituto del medico, ma perché è lì nel momento in cui nasce una domanda o una preoccupazione, spesso in condizioni di solitudine. Ed è proprio questa disponibilità permanente a rendere centrali sicurezza, qualità delle risposte e capacità di riconoscere situazioni nelle quali sia opportuno rivolgersi a un professionista.
Inoltre, circa una domanda su sette su sintomi o condizioni mediche viene posta per conto di un’altra persona, come un figlio, un genitore anziano o il partner. L’IA può quindi svolgere anche una funzione di supporto per chi si occupa della salute di familiari o persone dipendenti.
Un’altra parte rilevante delle conversazioni riguarda la navigazione del sistema sanitario: trovare un medico, prenotare una visita, comprendere coperture assicurative o compilare documenti. Secondo gli autori, ciò evidenzia le difficoltà che molti utenti incontrano nell’accesso e nella gestione dei servizi sanitari.
Lo studio presenta alcuni limiti. I dati provengono esclusivamente da Microsoft Copilot e riguardano un solo mese, inoltre, i ricercatori osservano le domande degli utenti ma non gli esiti successivi, quindi non possono stabilire se le risposte dell’IA abbiano migliorato le decisioni sanitarie o se gli utenti abbiano poi consultato un professionista. Esiste anche un elemento di potenziale conflitto di interessi: tutti gli autori sono dipendenti di Microsoft, società che sviluppa e gestisce Copilot.

In sintesi
Lo studio mostra che l’intelligenza artificiale conversazionale sta diventando un punto di accesso importante alle informazioni sanitarie. Spesso le domande generali nascondono decisioni personali complesse e la mancanza di contesto può portare a risposte non adeguate alla specificità del singolo caso. La sfida per il futuro è progettare sistemi che non solo forniscano informazioni, ma che sappiano indirizzare gli utenti verso cure professionali quando il rischio è elevato. La tecnologia può diventare un supporto alla navigazione del sistema sanitario ma non un sostituto della competenza clinica. I cittadini devono inoltre essere consapevoli dei suoi limiti attuali.


Giampaolo Collecchia e Riccardo De Gobbi


Riferimento bibliografico
B. Costa Gomes et al. Public use of a generalist LLM chatbot for health queries. Nature Health. 2026. DOI: 10.1038/s44360-026-00117-x | Open Access



  

Screening con PSA: a che punto siamo?

Questa testata si è spesso occupata dello screening del cancro prostatico effettuata con il dosaggio del PSA e delle criticità che questa pratica può comportare.
Una revisione Cochrane del 2013 aveva concluso che lo screening con PSA non riduce in modo significativo la mortalità da cancro prostatico né quella complessiva. Tuttavia dati provenienti da nuovi studi e da studi più vecchi con follow-up prolungati ha reso necessario un aggiornamento [1].
Di seguito riportiamo le conclusioni principali.

Lo screening:
• riduce la mortalità dovuta al cancro prostatico (circa 2 decessi in meno ogni 1000 screenati per molti anni – prove di certezza moderata);
• forse riduce la mortalità complessiva ma l’effetto su questo outcome potrebbe anche essere nullo (prove di bassa certezza);
• aumenta il numero di diagnosi di forme tumorali localizzate a basso rischio mentre sembra avere effetto minimo o nullo per le forme avanzate.

Gli autori nelle loro conclusioni avvertono che la fiducia in queste stime è ridotta a causa dei limiti, delle imprecisioni e della incoerenza degli studi analizzati.


Che dire?

Lo screening con PSA porta a una modesta riduzione della mortalità specifica mentre per la mortalità totale il dato è più incerto, ma rimangono due problemi. Il primo: l'impatto sulle diagnosi di forme a rischio elevato sembra piccolo o nullo. Il secondo: le criticità legate alle sovradiagnosi di forme a basso rischio e dei conseguenti sovratrattamenti. Per il vero i sovratrattamenti oggi sono un aspetto mitigato dalla pratica della sorveglianza attiva. Lo score di Gleason, i livelli di PSA, la stadiazione TNM, la risonanza multiparametrica, sono essenziali per classificare il paziente a basso rischio evolutivo a cui si può proporre il monitoraggio periodico invece del trattamento immediato (di solito prostatectomia). Questa scelta è indicata in caso di: PSA ≤10 ng/ml, Gleason ≤6, Stadio ≤T2a, ≤2-3 campioni bioptici positivi su 10-12.
Le conclusioni che se ne possono trarre sono in accordo con quanto consigliato da varie linee guida: la decisione se prescrivere o meno lo screening va presa considerando le preferenze del paziente dopo informazione completa su benefici e rischi.


Renato Rossi


Bibliografia

1. Franco JV, Hwang EC, Jung JH, Vaimberg O, Ilic D, Cleves A, Dahm P. Prostate-specific antigen (PSA) test for prostate cancer screening. Cochrane Database Syst Rev. 2026 May 15;5(5):CD004720. doi: 10.1002/14651858.CD004720.pub4. PMID: 42134821; PMCID: PMC13175749.




  

Novità in Gazzetta Ufficiale 3 - 9 ottobre 2026

Ripartizione tra le regioni della somma di 15 milioni di euro in attuazione di quanto previsto dall'articolo 1, comma 365, della legge 30 dicembre 2024, n. 207
DECRETO DEL MINISTERO DELLA SALUTE DEL 17.09.26 (Gazzetta Ufficiale n. 233 del 07.10.26)

Disposizioni per l'avvio del programma pluriennale di screening su base nazionale nella popolazione pediatrica per l'individuazione degli anticorpi del diabete di tipo 1 e della celiachia
DECRETO DEL MINISTERO DELLA SALUTE DEL 07.08.26 (Gazzetta Ufficiale n. 234 del 08.10.26)

Criteri di riparto del fondo per il potenziamento dei test di profilazione genomica dei tumori mediante tecnologia NGS con riferimento al carcinoma sieroso di alto grado dell'ovaio in stadio avanzato
DECRETO DEL MINISTERO DELLA SALUTE DEL 07.08.26 (Gazzetta Ufficiale n. 235 del 098.10.26)

Definizione e rideterminazione delle tariffe e dei diritti spettanti al Ministero della salute per le attività e gli adempimenti di competenza del Ministero della salute di cui al regolamento (CE) 11 dicembre 2018, n. 2019/6/UE e al decreto legislativo 7 dicembre 2023, n. 218, connessi alle prestazioni a richiesta e ad utilità dei soggetti interessati
DECRETO DEL MINISTERO DELLA SALUTE DEL 08.09.26 (Gazzetta Ufficiale n. 235 del 098.10.26)

Classificazione, ai sensi dell'articolo 12, comma 5, della legge 8 novembre 2012, n. 189, del medicinale per uso umano, a base di aflibercept, «Ahzantive». (Determina n. 1337/2026)
DETERMINA DELL'AGENZIA ITALIANA DEL FARMACO DEL 01.10.26 (Gazzetta Ufficiale n. 235 del 098.10.26)

Classificazione, ai sensi dell'articolo 12, comma 5, della legge 8 novembre 2012, n. 189, del medicinale per uso umano, a base di delgocitinib, «Anzupgo». (Determina n. 1338/2026)
DETERMINA DELL'AGENZIA ITALIANA DEL FARMACO DEL 01.10.26 (Gazzetta Ufficiale n. 235 del 098.10.26)

Aggiornamento annuale degli importi per il risarcimento del danno non patrimoniale per lesioni di non lieve entità conseguenti alla circolazione dei veicoli a motore e dei natanti, nonchè conseguenti all'attività dell'esercente la professione sanitaria e della struttura sanitaria o socio-sanitaria, pubblica o privata. Anno 2026
DECRETO DEL MINISTERO DELLE IMPRESE E DEL MADE IN ITALY DEL 28.09.26 (Gazzetta Ufficiale n. 235 del 098.10.26, Supplemento ordinario n. 41)



  

Infarto STEMI con interessamento multivasale: rivascolarizzazione completa immediata o in due tempi?

Nell'infarto STEMI con interessamento multivasale la strategia consigliata è di procedere con la rivascolarizzazione completa piuttosto che limitarsi a intervenire solo sul vaso "colpevole". Questa la conclusione a cui sono giunte varie metanalisi. In effetti le linee guida
raccomandano rivascolarizzazione completa in caso di STEMI con lesioni multivasali, ma lasciano il timing (Immediate Complete Revascularisation = ICR versus Staged Complete Revascularisation = SCR) da individualizzare in base a stabilità, complessità anatomica, funzione renale e rischio procedurale.

Ricordiamo che nelle ICR si procede immediatamente alla rivascolarizzazione di tutti i vasi interessati da occlusioni, nella SCR si esegue PCI sul solo vaso colpevole / infartuale (culprit-only PCI) per rivascolarizzare rapidamente il territorio ischemico responsabile dell’infarto.
In un secondo momento si esegue PCI sulle lesioni non colpevoli per ottenere la rivascolarizzazione completa (SCR). Il secondo tempo è tipicamente programmato entro 24-72 ore o alcune settimane a seconda dei protocolli del centro cardiologico.

Finora solo una metanalisi a rete del 2025 [1] suggeriva che l’ICR è superiore alla SCR soprattutto grazie a una riduzione degli infarti (MI) ma il vantaggio si attenuava nettamente quando si escludevano gli MI procedurali, senza un chiaro segnale sulla mortalità.

Arriva ora una metanalisi di 9 RCT, per un totale di 4213 pazienti con STEMI e malattia multivasale emodinamicamente stabili, che ha confrontato esplicitamente ICR versus SCR [2].
Nel breve termine la mortalità totale è stata del 2,0% con ICR e dell'1,2% con SCR (RR 1,66; IC 95% 0,99–2,78; p=0,053). Vi è quindi una tendenza a maggiore mortalità precoce con ICR, al limite della significatività statistica.
Nel lungo termine (≈1 anno) la mortalità totale è stata del 4,7% con ICR e del 3,5% con SCR (RR 1,40; IC 95% 0,97–2,03; p=0,07). Ancora una tendenza a mortalità più alta con ICR, ma non significativa; non si può escludere un aumento reale.

Principali outcome secondari:
- Morte cardiaca a breve termine: significativamente più frequente con ICR
(RR 2,19; IC 95% 1,08–4,44; p=0,03)
- Nessuna differenza significativa tra ICR e SCR, sia a breve che a lungo termine, per infarto miocardico, rivascolarizzazione, trombosi dello stent, ictus, sanguinamento maggiore, eventi cardiaci/cerebrovascolari maggiori.

Gli autori concludono che negli STEMI multivasali stabili, ICR può aumentare la morte cardiaca precoce e non si può escludere un incremento di mortalità totale precoce e tardiva; nel complesso, gli autori ritengono che una strategia staged (SCR) sia preferibile per la maggior parte dei pazienti.


Che dire?

L’idea che sta alla base della SCR è che nella fase acuta dello STEMI il paziente sia in una situazione biologicamente instabile: stato infiammatorio intenso, ipercoagulabilità, vasocostrizione coronarica, rischio procedurale maggiore. Inoltre le stenosi non culprit possono sembrare più severe del reale. Quindi limitare la PCI iniziale alla culprit lesion potrebbe essere più sicuro, riservandosi di intervenire sulle altre lesioni in un secondo tempo.
La metanalisi qui recensita non è però la parola definitiva perchè presenta dei limiti. Ad esempio gli eventi sono stati relativamente pochi e l'aumento della mortalità sia a breve che a lungo termine mostrava una tendenza a favore della SCR ma statisticamente non significativa (anche se la mortalità cardiaca a breve termine era significativamente maggiore con ICR). Insomma la lezione che possiamo trarre è questa: rivascolarizzazione completa e non solo del vaso "culprit", probabilmente meglio SCR ma decisione da personalizzare in base alla complessità del caso: un conto è rivascolarizzare il vaso colpevole ed eseguire un'altra PCI semplice su un secondo vaso, un altro procedere con più PCI su un quadro di interessamento coronarico complesso.

Nota
La scelta delle lesioni non culprit da trattare nel secondo tempo può basarsi sulla valutazione angiografica visiva o sulla misurazione funzionale con FFR (per approfondire vedi voce biliografica 3). Quest'ultima, gold standard nei pazienti stabili, ha mostrato risultati meno chiari nello STEMI acuto (studio FLOWER-MI), probabilmente per l'alterazione microvascolare transitoria. Il cardiologo interventista valuta caso per caso, e il referto dovrebbe esplicitare il criterio adottato.


Renato Rossi


Bibliografia

1. Ueyama HA, Akita K, Kiyohara Y, Takagi H, Briasoulis A, Wiley J, Bangalore S, Mehran R, Stone GW, Kuno T, Bhatt DL. Optimal Strategy for Complete Revascularization in ST-Segment Elevation Myocardial Infarction and Multivessel Disease: A Network Meta-Analysis. J Am Coll Cardiol. 2025 Jan 7;85(1):19-38. doi: 10.1016/j.jacc.2024.09.1231. PMID: 39779054.

2. Elbahloul MA, Ramadan S, Labeeb EE, Aldalahmeh S, Mousa AIA, Elazab A, Mohamed AN, Elashery A, El-Hamdani MO, Lavie CJ, Stone GW. Timing of Complete Revascularization in Patients With STEMI and Multivessel Disease: An Updated Meta-Analysis of Randomized Clinical Trials. Circ Cardiovasc Interv. 2026 Apr 30:e016601. doi: 10.1161/CIRCINTERVENTIONS.126.016601. Epub ahead of print. PMID: 42059073.

3. http://www.pillole.org/public/aspnuke/news.asp?id=7751



  

Il cioccolato: basta il profumo per ricavarne energia

Sembra percio’ che i semplici odori possano influenzare le prestazioni sportive (oltretutto senza il rischio di accuse di doping)…

Il ruolo dell’ olfatto e’ stato finora studiato solo in parte, soprattutto in collegamento con gli stimoli di fame o, al contrario, di sazieta’. I ricercatori hanno voluto invece valutare se esporre persone moderatamente allenate all’odore del cioccolato prima e durante un allenamento di forza possa aumentare il volume dell’esercizio senza far percepire una maggiore fatica.

La ricerca, in doppio cieco e con disegno crossover (la prima, per quanto a nostra conoscenza) ha coinvolto 23 uomini sani, di età compresa tra 20 e 25 anni, abitualmente allenati con esercizi di forza. Sono stati esposti, in giornate diverse, dopo almeno 10 ore di digiuno notturno, a tre differenti stimoli olfattivi: cioccolato fondente al 90% di cacao, cioccolato al latte al 60% oppure acqua, utilizzata come controllo.
Successivamente eseguivano ripetute serie di estensioni delle gambe con un carico pari all’80% del proprio massimale, continuando ad annusare negli intervalli tra le serie, la sostanza di turno, fino a esaurimento volontario.

I risultati sono stati sorprendenti: chi aveva annusato il cioccolato fondente ha completato in media 18 ripetizioni in più rispetto al gruppo di controllo, mentre l’odore del cioccolato al latte ha determinato un incremento di circa 9 ripetizioni.
Questo aumento di prestazioni non era collegato dalla percezione di un maggior affaticamento.

Inoltre i due tipi di cioccolato mostravano meccanismi di azione apparentemente diversi: l‘odore del cioccolato fondente riduceva la fame, il desiderio di mangiare e l’intenzione di assumere cibo, aumentando contemporaneamente il senso di sazietà. Il cioccolato al latte, invece, non modificava l’appetito, ma era più gradevole dal punto di vista sensoriale.

Secondo i ricercatori, i due aromi potrebbero attivare meccanismi differenti. Il profumo del fondente, associato a un alimento intenso e percepito come più saziante, sembrerebbe indurre una sorta di “sazietà anticipatoria”. Quello del cioccolato al latte, invece, agirebbe soprattutto come stimolo piacevole e gratificante.

In altre parole l’odore del cioccolato fondente potrebbe “ingannare” il cervello inducendo uno stato di sazietà prima dell’assunzione del cibo.

Quindi per gli atleti potrebbe essere molto utile annusare una tavoletta di cioccolato prima delle gare? Oltretutto non ci sarebbero rischi di sanzioni antidoping…
Mah!

I ricercatori stessi pero’ (come ormai e’ uso pressoche’ universale) invitano alla prudenza nell’interpretazione dei risultati riconoscendo i limiti dello studio: il piccolo numero di partecipanti, la mancanza di gruppi di controllo, la mancanza di analisi ormonali o di altro genere che potessero indicare i meccanismi biologici del fenomeno.
Insomma, come spesso succede, saranno necessari studi più ampi, condotti anche su donne, con altre sostanze aromatiche, atleti di diverso livello e altre tipologie di esercizio.

Certo, bisognera’ aspettare, ma nel frattempo nessuno potrebbe vietarci una piccola sperimentazione personale…

Daniele Zamperini


(1) https://www.frontiersin.org/journals/physiology/articles/10.3389/fphys.2026.1834757/full


https://www.sanitainformazione.it/il-profumo-del-cioccolato-pu-migliorare-la-performance-durante-l-allenamento/



  

La prevenzione prenatale - Parte terza


La salute mentale della madre costituisce un vero e proprio fattore di rischio biologico. Lo stress cronico, la depressione e l'ansia alterano la regolazione del cortisolo, il quale attraversa la placenta e modifica la struttura cerebrale fetale, predisponendo il bambino a vulnerabilità emotive da adulto. Un altro elemento di rischio è rappresentato dai disruptor endocrini, sostanze chimiche quali ftalati, pesticidi, metalli pesanti e particolato fine che interferiscono con il sistema ormonale. L'esposizione a questi inquinanti può causare alterazioni cognitive, asma e pubertà precoce, evidenziando come la tutela della gravidanza sia un tema di salute pubblica e non soltanto individuale.
Sul fronte infettivologico, la prevenzione include l'uso di vaccini e comportamenti igienici. Prima del concepimento è fondamentale verificare l'immunità e somministrare vaccini a virus vivo attenuato contro morbillo, parotite, rosolia e varicella, oltre a valutare la copertura per epatite B e HPV. Durante la gravidanza sono invece raccomandate le vaccinazioni inattivate o a mRNA contro influenza, Tdap per la pertosse e SARS-CoV-2. Per altre infezioni come toxoplasmosi e citomegalovirus è necessario adottare adeguate norme igieniche e alimentari.


Renato Rossi


Per approfondire:

Rossi RL. Guida critica alla prevenzione. Come distinguere screening, farmaci e stili di vita che proteggono davvero. Il Pensiero Scientifico Editore. Roma, Settembre 2026.
http://pensiero.it/catalogo/libri/guida-critica-alla-prevenzione/





  

Il paziente che minimizza i sintomi a confronto con l’intelligenza artificiale

“Non è niente”, “ce l’ho da anni”, “sarà soltanto stress”. Sono espressioni frequenti nella pratica clinica e riflettono un fenomeno complesso: la minimizzazione dei sintomi. La percezione soggettiva della gravità, infatti, non sempre coincide con la rilevanza clinica del disturbo.
Le ragioni possono essere diverse. Un sintomo persistente può essere progressivamente considerato normale, fino a diventare parte della quotidianità. La stanchezza può essere attribuita al lavoro, il dolore all’età, la sonnolenza alla mancanza di riposo. In altri casi intervengono la paura di una diagnosi, il desiderio di evitare esami, precedenti esperienze sanitarie negative o la preoccupazione di disturbare inutilmente il medico. Un’interpretazione rassicurante, anche quando non adeguatamente supportata, può contribuire a posticipare la richiesta di assistenza.
Minimizzare, dunque, non significa necessariamente negare una malattia. Può semplicemente significare aver sviluppato un’interpretazione del proprio stato di salute che non corrisponde alla reale importanza dei segnali clinici.
Lo studio presentato al Congresso 2026 della European Respiratory Society ha analizzato 700 conversazioni simulate con 5 chatbot, relative a pazienti con sintomi compatibili con apnea ostruttiva del sonno. I ricercatori hanno utilizzato gli stessi scenari clinici, modificando soltanto l’atteggiamento dell’interlocutore. Quando il paziente accettava il consiglio ricevuto, i chatbot raccomandavano la valutazione specialistica nel 100% delle conversazioni. Quando invece minimizzava i sintomi e manifestava resistenza agli accertamenti, la raccomandazione veniva mantenuta soltanto nel 64% dei casi. Il dato appare particolarmente significativo negli scenari più preoccupanti. In un caso rappresentativo di apnea grave, l’indicazione specialistica veniva mantenuta soltanto nel 22% delle conversazioni con pazienti resistenti. Anche quando il paziente riferiva di essersi addormentato al volante, la percentuale era del 32%.
Il fenomeno è riconducibile alla cosiddetta AI sycophancy, ovvero la tendenza dei sistemi conversazionali ad assecondare l’interlocutore. In ambito sanitario, tuttavia, una risposta rassicurante non è necessariamente una risposta clinicamente appropriata. È importante precisare che lo studio ha utilizzato conversazioni simulate: i risultati quindi non dimostrano che queste percentuali si traducano in altrettanti errori diagnostici nei pazienti reali.

Le implicazioni per la pratica clinica
La minimizzazione rappresenta un elemento da riconoscere e approfondire durante l’anamnesi. Quando un paziente afferma che un disturbo «non è grave», è importante distinguere la sua interpretazione personale dalle caratteristiche effettive del sintomo: durata, frequenza, intensità, progressione e conseguenze sulle attività quotidiane. Occorre inoltre esplorare le ragioni della sottovalutazione, senza interpretarla automaticamente come scarsa collaborazione. Comprendere se il paziente si è abituato al sintomo, teme una diagnosi oppure incontra difficoltà pratiche nell’accesso alle cure può facilitare una comunicazione più efficace.
Lo stesso principio dovrebbe guidare l’impiego dell’intelligenza artificiale in medicina: riconoscere le esitazioni del paziente senza modificare raccomandazioni clinicamente appropriate in assenza di nuove informazioni.
Il messaggio fondamentale è che la gravità percepita non sempre corrisponde alla gravità clinica. Una comunicazione sanitaria efficace deve saper ascoltare e rassicurare, ma anche mantenere ferma, quando necessaria, l’indicazione ad approfondire i sintomi, evitando che il desiderio di sentirsi dire «non è niente» contribuisca a ritardare il percorso diagnostico.


Giampaolo Collecchia e Riccardo De Gobbi


Riferimenti bibliografici
European Respiratory Society. In a third of cases, AI chatbots wrongly reassure sleep apnoea patients their symptoms aren’t serious. Congresso ERS, 6 settembre 2026. Comunicato ufficiale.

Xiang L, Yoon S, Low AHL, Leung YY, Fong W, Lau TC, Koh DR, Thumboo J. Approaches to improving symptom appraisal: a systematic literature review. BMJ Open. 2022 Aug 23;12(8):e064521. doi: 10.1136/bmjopen-2022-064521. PMID: 35998970; PMCID: PMC9403152.



  

Addio sindrome dell'ovaio policistico (PCOS), benvenuta PMOS.

Un consenso globale, formalizzato durante l'ultimo Congresso Europeo di Endocrinologia e pubblicato su The Lancet [1], ha proposto di cambiare nome alla Sindrome dell'Ovaio Policistico (PCOS). La nuova denominazione scientifica è PMOS: Sindrome Ovarica Poliendocrina Metabolica (Polyendocrine Metabolic Ovarian Syndrome = PMOS).
Non è una pura questione semantica ma una svolta cruciale per l'approccio diagnostico e terapeutico.


I limiti del vecchio acronimo

Il termine "PCOS", coniato in un'era dominata dalla diagnostica ecografica morfologica, generava tre grandi criticità:

- Diagnosi errata ed eco-centrismo: Molte pazienti ricevevano una diagnosi errata basata solo su un'ecografia che mostrava la presenza di "cisti" (in realtà semplici piccoli follicoli antrali immaturi) mentre altre, affette dalla sindrome, venivano escluse solo perchè non avevano l'aspetto ovarico "a collana di perle" all'ecografia pelvica.

- Stigmatizzazione riproduttiva: Il focus esclusivo sull'ovaio portava le pazienti (e spesso i clinici) a considerare la patologia unicamente in funzione della fertilità, trascurando la gestione a lungo termine degli altri aspetti metabolici.

- Frammentazione delle cure: La gestione veniva delegata quasi interamente al ginecologo, ritardando l'intervento sul vero motore della patologia, cioè il quadro metabolico ed endocrino sistemico.


Cosa significa il nuovo acronimo?

L'acronimo PMOS ridefinisce le priorità cliniche della patologia, che colpisce ben 1 donna su 8 in età fertile:

- P (Polyendocrine): Allarga l'orizzonte oltre gli ormoni sessuali. Ricorda al clinico l'insieme di disfunzioni che include l'asse ipotalamo-ipofisi-ovaio, l'iperandrogenismo (surrenalico e ovarico) e le alterazioni dell'ormone antimulleriano (AMH = biomarcatore sempre più studiato nella sindrome).

- M (Metabolic): L'insulino-resistenza rappresenta uno dei principali meccanismi patogenetici e uno dei determinanti più importanti del rischio metabolico nella maggior parte delle pazienti. Questo parametro guida lo screening del rischio cardiovascolare, della dislipidemia, della NAFLD/MASLD e del diabete di tipo 2, delle apnee del sonno.

- OS (Ovarian Syndrome): Mantiene il focus sull'organo bersaglio periferico, giustificando la presentazione clinica classica (oligomenorrea/amenorrea, anovulazione cronica e sub-fertilità).


Cosa fare in pratica

La gestione clinica quotidiana si dovrà orientare su queste direttive:

1. Ricalibrare la comunicazione con la paziente
È nostro compito rassicurare le pazienti già diagnosticate: i criteri clinici non sono stati aboliti, ma ricontestualizzati. Spiegare che lo spostamento verso il termine PMOS serve a validare sintomi non ginecologici spesso frustranti per la donna (es. fatica cronica, difficoltà nel controllo del peso, acantosi nigricans). La sindrome è inoltre associata a un aumento della prevalenza di ansia, depressione e riduzione della qualità di vita, aspetti che meritano un riconoscimento e una gestione dedicati.

2. Monitoraggio metabolico proattivo
Non limitarsi alla richiesta di ecografie pelviche seriate, ma impostare un follow-up rigoroso che includa: valutazione periodica del profilo glicemico (HbA1c, curva da carico orale di glucosio ove indicato) e assetto lipidico, monitoraggio della pressione arteriosa e della circonferenza vita.

3. Approccio terapeutico multidisciplinare e centralità dello stile di vita
L'intervento sullo stile di vita (nutrizione clinica per il controllo del carico glicemico e attività fisica strutturata) si conferma l'alleato di prima linea per agire sulla componente M (Metabolica) della sindrome. La terapia farmacologica (estrogeno-progestinici combinati, antiandrogeni o insulino-sensibilizzanti come la metformina) va personalizzata non più solo in base al desiderio di prole, ma al fenotipo metabolico generale della paziente.

Un aspetto molto importante da comunicare alla paziente è che, nonostante il nome fuorviante, la PCOS non comporta un rischio maggiore di cisti ovariche patologiche. Molte pazienti e talora anche i medici presumono, comprensibilmente, che le grandi cisti ovariche siano una caratteristica della PCOS. In realtà il termine "policistico" si riferisce alla presenza, all'esame ecografico, di piccoli follicoli antrali e non alle grandi cisti ovariche rivestite da epitelio, che possono essere dolorose o rompersi. Come ha evidenziato un recente studio osservazionale [2] le pazienti con PCOS non sono a maggior rischio di sviluppare cisti ovariche rispetto alle donne senza PCOS. Cisti ovariche benigne sono state dimostrate essere egualmente frequenti nelle donne con PCOS che senza PCOS. Attività ovulatoria è presente anche nelle donne con PCOS: infatti cisti del corpo luteo sono state riscontrate nel 27% delle donne con diagnosi di PCOS e nel 37% delle donne senza questa diagnosi.


Conclusioni

La nuova denominazione ci aiuterà a focalizzare la nostra attenzione (e quella della paziente) più sulle conseguenze metaboliche e riproduttive piuttosto che preoccuparsi della presenza di "policisti" evidenziate con l'esame ecografico. In particolare una donna con cicli irregolari,
sub-fertilità, acne o irsutismo, aumento del grasso addominale, difficoltà a perdere peso,
trigliceridi elevati o familiarità per diabete, merita una valutazione endocrinologica anche se l'ecografia ovarica non è particolarmente suggestiva.
Ma quali esami chiedere se sospettiamo una PCOS/PMOS? Per l'aspetto endocrinologico e ginecologico: Testosterone totale e libero, SHBG, DHEAS, Androstenedione, LH e FSH, Prolattina, TSH, 17-OH progesterone per escludere forme non classiche di iperplasia surrenalica congenita, Ecografia ovarica. Per la componente metabolica: Glicemia, Insulina, HbA1c, OGTT (se indicato), Profilo lipidico completo, Transaminasi (per valutare possibile steatosi epatica), valutazione del rischio cardiovascolare.


Renato Rossi


Bibliografia

1. Teede HJ, Khomami MB, Morman R, Laven JSE, Joham AE, Costello MF, Patil M, Rees DA, Berry L, Cree MG, Zhao H, Norman RJ, Dokras A, Piltonen T; Global Name Change Consortium. Polyendocrine metabolic ovarian syndrome, the new name for polycystic ovary syndrome: a multistep global consensus process. Lancet. 2026 Jun 6;407(10545):2329-2339. doi: 10.1016/S0140-6736(26)00717-8. Epub 2026 May 12. PMID: 42119588.

2. Piltonen TT, et al. Ovarian cysts in polycystic ovary syndrome. JAMA Intern Med 2026 May 11; DOI: 10.1001/jamainternmed.2026.1370.



  

Intelligenza artificiale agentica in medicina generale

L’intelligenza artificiale agentica rappresenta un’evoluzione rispetto ai tradizionali sistemi di supporto decisionale.
Non si limita ad analizzare dati o formulare raccomandazioni ma può pianificare attività, coordinare strumenti e predisporre sequenze di azioni.
In ambito sanitario questa capacità può migliorare l’organizzazione dell’assistenza, ma anche modificare il rapporto tra conoscenza, decisione e responsabilità clinica.
Le prove disponibili sono ancora preliminari: le applicazioni studiate risultano prevalentemente sperimentali e dispongono di una validazione clinica limitata.
La medicina generale potrebbe essere particolarmente interessata da questa trasformazione. Un agente integrato con Fascicolo Sanitario Elettronico, agenda e sistemi prescrittivi potrebbe ricostruire la storia clinica, individuare informazioni rilevanti, segnalare possibili urgenze e preparare visite o richieste diagnostiche. In questa configurazione l’IA potrebbe ridurre il tempo necessario per raccogliere e organizzare i dati, consentendo al medico di concentrarsi sulla loro interpretazione.
Il beneficio può tuttavia trasformarsi in delega implicita. Se il sistema classifica quotidianamente i casi, stabilisce priorità e presenta percorsi già organizzati, il medico può essere indotto a verificare meno le informazioni originali. La decisione resta formalmente umana, ma viene formulata entro un campo di alternative selezionato dalla macchina.
Questo fenomeno, definibile come compressione dell’agency clinica, è collegato all’automation bias, cioè alla tendenza ad affidarsi eccessivamente alle indicazioni automatizzate.
La delega ripetuta può inoltre produrre offloading cognitivo e deskilling. Trasferire alcune funzioni alla tecnologia può infatti liberare risorse mentali, ma può anche ridurre l’esercizio delle competenze cliniche, decisionali e relazionali. Il problema non riguarda soltanto ciò che l’IA riesce a fare, ma ciò che il medico rischia progressivamente di non esercitare più.
Particolarmente importante è il dubbio clinico, che permette di rivalutare le ipotesi, riconoscere informazioni mancanti e considerare diagnosi alternative.
La supervisione richiede anche trasparenza. Nell’IA agentica non è sufficiente comprendere perché il sistema abbia prodotto una determinata classificazione: occorre ricostruire quali dati abbia utilizzato, quali alternative abbia escluso e perché abbia predisposto una specifica sequenza di azioni. Il medico deve poter contestare, modificare e interrompere il percorso proposto.
Una governance responsabile dovrebbe quindi prevedere responsabilità chiaramente attribuite, autonomia proporzionata al rischio, tracciabilità delle azioni, possibilità di arresto, monitoraggio nel contesto reale e formazione specifica dei professionisti. La semplice presenza di una conferma umana non è sufficiente. È necessario passare dal principio human-in-the-loop a quello human-in-command, nel quale il medico detiene il controllo sulle finalità della cura e sui passaggi clinicamente significativi.

In pratica

L'intelligenza artificiale agentica amplia la portata dell'automazione sanitaria: dai singoli output alla coordinazione di sequenze operative. La sfida consisterà nell'utilizzare la capacità operativa degli agenti senza perdere le competenze e le condizioni che rendono il giudizio clinico indispensabile. La sfida non è tecnica, ma etica, epistemologica e istituzionale. Non riguarda cosa l’IA può fare, ma chi decide, chi risponde e in base a quali valori. Se perderemo questa sfida, avremo una medicina più efficiente ma meno umana. Se vinceremo, l’IA agentica potrà diventare non un sostituto del medico, ma un alleato nella parte più difficile della cura: pensare, scegliere e prendersi responsabilità nell’inevitabile incertezza della pratica clinica.


Giampaolo Collecchia e Riccardo De Gobbi



Bibliografia essenziale

Collaco, B.G., Haider, S.A., Prabha, S. et al. The role of agentic artificial intelligence in healthcare: a scoping review. npj Digit. Med. 9, 345 (2026). https://doi.org/10.1038/s41746-026-02517-5

World Health Organization. Ethics and governance of artificial intelligence for health: guidance on large multi-modal models. Geneva: World Health Organization; 2025. ISBN 978-92-4-008475-9.

Collecchia G, De Gobbi R. AI in Clinical Practice: A Guide to Artificial Intelligence and Digital Medicine. London: Academic Press; 2024. ISBN 978-0-443-14054-9.

Collecchia G. Tra delega e perdita: il prezzo cognitivo dell'intelligenza artificiale. Recenti Prog Med. 2026;117(7-8):332-335. doi:10.1701/4743.47598

Heudel PE, Crochet H, Filori Q, Bachelot T, Blay JY. Artificial intelligence in medicine: a scoping review of the risk of deskilling and loss of expertise among physicians. ESMO Real World Data Digit Oncol. 2026;12:100693. doi:10.1016/j.esmorw.2026.100693.

Katonai G, Arvai N, Mesko B. AI and primary care: scoping review. J Med Internet Res. 2025;27:e65950. doi:10.2196/65950.

Yousefi F, Dehnavieh R, Laberge M, et al. Opportunities, challenges, and requirements for artificial intelligence implementation in primary health care: a systematic review. BMC Prim Care. 2025;26(1):196. doi:10.1186/s12875-025-02785-2.

Iannone S, Kaur A, Johnson KB. Artificial intelligence in outpatient primary care: a scoping review on applications, challenges, and future directions. J Gen Intern Med. 2026;41(2):364-373. doi:10.1007/s11606-025-09938-0